Il caso Spotlight (2015) ***

Anche a Boston “la Chiesa ragiona in termini di secoli”,  così sentenzia una battuta emblematica del film. Accanto a questa osservazione solenne sul mantenimento dello status quo, esistono i numeri esorbitanti degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici della Diocesi locale, con a capo il cardinale Law. Crimini coperti da un sistema rodato di insabbiamento, messo in piedi dalle gerarchie e da alcuni avvocati – che si arricchiscono alle spalle delle vittime -, garantendo impunità e nuovi delitti.

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“Spotlight” ricostruisce fedelmente le fasi dell’inchiesta che ha obbligato l’opinione pubblica mondiale a fare i conti con una realtà impressionante, fino ad allora immersa nel dubbio e in qualche sporadica denuncia, ma senza alcuna conseguenza per i colpevoli e la Chiesa stessa. Tutto gira intorno al calembour coniato da una vittima di abusi: “pregare equivale a predare”, ed è il risvolto di  un fenomeno – considerato tale data la quantità di preti e vittime coinvolti – definito anche di “rilevanza psichiatrica”.

Nel mezzo è il racconto dei “sopravvissuti”, gente che ha subito molestie e violenze a livello fisico e “spirituale”, ovvero chi non è stato inghiottito da alcolismo o droga o si è suicidato, ma ha tentato in ogni modo di combattere e denunciare, spesso ricevendo il marchio infamante della mitomania.
E’ un film da vedere attentamente, poiché restituisce l’identikit di una società e di una nazione cui appartengono contraddizioni macroscopiche, ma che talvolta sa  – ancorché dopo lunghi ritardi -, grazie ai propri anticorpi sociali, darsi una speranza di rinnovamento e un’occasione in più per celebrare la giustizia.

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Tra tutti, il personaggio interpretato da Mark Ruffalo ha spesso a che fare con le porte: le apre per gli altri, cerca di far aprire quelle chiuse, le sbatte quando è contrariato, ma è colui che aprendo nuovi varchi lascia entrare la luce, illuminando fatti a lungo occultati.

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In questi atti simbolici c’è la capacità di un film di non essere solo la cronaca documentaria e magari noiosa di un’inchiesta. Tutt’altro, riesce nel contempo a comunicare attese, ansie, dubbi, paure, irrazionalità e umanità, senza bisogno di ricorrere al melodramma spinto o alla sottolineatura didascalica.

McCarthy riesce così a creare un gran film per mezzo di regia, fotografia e montaggio ottimi. Qualità che valorizzano una grande sceneggiatura, nonché un cast di attori affiatato  e credibile. Scelte, queste, che hanno fruttato al film ben sei candidature agli Oscar 2016.

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