Carol (2015) ****

Un lungo flashback, che presto diventa road movie, ha per protagoniste due donne apparentemente ribelli, in realtà molto risolute nel perseguire i propri sentimenti in nome di un’autodeterminazione in grande anticipo sui tempi. Haynes sceglie di iniziare e concludere il film con una cornice fatta di incontri e attese, di sguardi e silenzi eloquenti. E un’ultima volta ancora di sguardi.

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New York, 1952. Therese Belivet, una ragazza di diciannove anni, aspirante fotografa, è commessa temporanea – durante le festività natalizie – nel reparto giocattoli di un magazzino Frankenberg a Manhattan. Lì conosce Carol Aird affascinante e facoltosa cliente, in cerca di una bambola per sua figlia. Finirà per acquistare un trenino elettrico seguendo una sorta di consiglio datole da Therese, che del resto aveva osservato Carol stessa mentre pochi minuti prima ammirava il trenino. Da lì inizia la relazione tra le due donne le quali, però, dovranno affrontare presto l’opposizione del marito di Carol che, sostenuto dalla propria famiglia di origine, le intima di abbandonare la relazione con la giovane, perciò passa al ricatto usando come leva la figlia, allontanandola infine dalla madre. Per Carol e Therese presto si avvicina il tempo delle scelte dolorose.

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Il soggetto gioca con cliché di genere rispetto a un amore omosessuale ancora aurorale, spaesato in mancanza di esempi o riferimenti pregressi. Certo si dichiara con la scelta del trenino anziché della bambola, scelta provocatoria e rivelatrice, ma in effetti la loro relazione sarà sempre una esaltazione di femminilità, senza tentativi mimetici di sorta, anzi. La società newyorchese dell’immediato Dopoguerra non è pronta ad accettare una relazione omosessuale che vada al di fuori di una dimensione semiclandestina, dimensione che Carol aveva già sperimentato in passato. Ma entra in gioco anche l’emancipazione femminile e un primo scontro con gli stereotipi: la giovane Therese guarda con preoccupazione le due lesbiche incontrate per caso, improvvisamente così riconoscibili nel loro look. Anche il classismo entra a far parte della contesa: il marito di Carol fa leva sulle umili origini di Therese per tentare di mostrarle l’enormità del presunto abbaglio della consorte.  Le mantenute di lusso, le donne legate a filo doppio dalla cosiddetta “paghetta” – come la definisce Carol -, in cambio della quale lo ‘status quo’ non deve mai essere messo in discussione, tantomeno per mezzo dello scandalo, pena la perdita degli affetti più preziosi. Una dimensione di ipocrisia potente, la quale per salvaguardare le apparenze e le gerarchie è pronta ad accettare che i sentimenti si tramutino in odio e tribunali, sacrificando la figlia stessa sull’altare dei rispettivi egoismo e orgoglio.

“Carol” è costruito su campi e controcampi, che come un’indagine discreta mostra il bisogno delle due donne di riconoscersi negli occhi dell’altra. Inquadrature e movimenti di macchina impercettibili che definiscono distanza e vicinanza tra le due protagoniste, solitudini e paure in un modo così intenso e raro che rende l’opera di Haynes uno tra i migliori film in circolazione negli ultimi decenni.

Il film è estetizzante e filologico nella scelta delle scenografie, costumi e ambientazione, ma è estremamente rigoroso anche nella scrittura filmica. La storia non è soffocata da orpelli o virtuosismi (anzi!), così come la cura registica e il montaggio sono al servizio della narrazione e della visione. Rooney Mara – di fotogramma in fotogramma sempre più simile a Audrey Hepburn – e Cate Blanchet – carismatica e affascinante come una diva degli anni Trenta -, si muovono tra dichiarati omaggi alle vedute coeve di Hopper o alle geometrizzazioni dello spazio, luce e colori che richiamano le composizioni essenziali di Mondrian.

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Più che “Thema & Louise” (Ridley Scott, Usa 1991), il road movie muliebre che conduce al miraggio (o meno) della conoscenza di sé e dell’altra, cui “Carol” fa pensare, è forse “Ida” (di Paweł Pawlikowski, Polonia 2013). Altro film eponimo, storia al femminile fatta di affetti e identità divergenti, simile alla pellicola (perché il negativo è girato in 16mm) di Haynes, pur con epilogo e conclusioni opposte, ma con molte affinità nei caratteri, nelle gerarchie, nelle sfumature, nei rapporti di forza delle due protagoniste. Gioielli entrambi.

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