Il ponte delle spie (2015) ****

1957, guerra fredda. La lungimiranza di un avvocato statunitense, James Donovan (Hanks), permette di avviare una trattativa di scambio tra una spia sovietica, nascosta dietro il volto mite del pittore di paesaggi Rudolf Abel (Rylance), e il pilota statunitense Powers, il cui aereo-spia è abbattuto in territorio URSS. Di mezzo c’è il muro di Berlino, il confine simbolico tra i due mondi possibili, teatro della trattativa che conduce a un altrettanto simbolico ponte.

Ma nel mezzo del mezzo, sgomita la Repubblica Democratica Tedesca che necessita di uscire dall’immagine di colonia sovietica di infimo rango, per essere riconosciuta a livello internazionale. I tedeschi dell’Est tentano di farlo alle spese di un innocente laureando americano, che si è trovato al di là del muro nel momento sbagliato. Il ragazzo è infatti incarcerato e trattato duramente, perché sospettato di spionaggio. Quest’ultima è un’ipotesi a cui non credono nemmeno i burocrati della DDR, ma è funzionale al gioco delle parti. Mortale gioco, talvolta.

 

Sono molte le immagini notevoli di un film perlopiù cupo, ambientato soprattutto in una Berlino ridotta in macerie annerite dai roghi della guerra, che i russi vogliono rimanga tale, quale monito per il popolo che fu nazista.

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A Il ponte delle spie appartiene un linguaggio narrativo vicino alla perfezione (senza esagerare, eh). Le cui immagini, le inquadrature, i movimenti di macchina o i punti di vista (multipli su un solo ambiente), sono coadiuvati e tenuti insieme da un montaggio complesso, che crea empatia. Infatti, il complesso lavoro di cucitura è teso non solo a descrivere o ambientare, ma a raccontare, anche per mezzo dell’ineffabile, lo stato d’animo dei protagonisti e dei loro interlocutori.
Ovviamente ci sono anche molte parole ad aiutare: è un film con protagonista un avvocato, d’altronde. Insomma: è il cinema.

Sui vari rapporti umani spicca quello di stima instauratosi tra l’avvocato e il suo cliente, ovvero la spia sovietica. Per questo motivo, poiché l’avvocato impedisce che la spia finisca sulla sedia elettrica – mentre sembrava un epilogo già scritto dall’inizio -, Donovan è accusato di tradimento da parte dell’opinione pubblica statunitense. Subisce pure un attentato, che sarebbe potuto costare caro alla sua famiglia. Che nonostante tutto non lo ostacola.
Al di là della filantropia, Donovan vuole tutelare i valori democratici e farli valere rispetto alle violenze appartenenti al blocco sovietico (il soldato è torturato e lo studente è esposto al gelo) e far vincere la trattativa.
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Tra le molte sequenze che mettono in scena la differenza tra mostruosità e diritto, v’è l’emblematico tentativo di fuga da parte di alcuni tedeschi orientali oltre il muro, i quali sono subito falciati da una raffica di colpi sparati dalle guardie. Una scena raccapricciante che Donovan vede dalla S-Bahn, che da Berlino Est lo sta portando in occidente. Quella scena è riconosciuta dal protagonista, tempo dopo, nella sua Brooklyn: alcuni ragazzi stanno saltando una rete di confine tra due proprietà, in quel momento in Donovan avverte lo sgomento, teme il peggio, ma il passaggio avviene senza rischi per la vita per i giovani.

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Donovan, da un vagone della S-Bahn, osserva il tragico tentativo di fuga oltre il muro da parte di alcuni tedeschi orientali.

 

Si tratta di un livello metacinematografico raffinato, dove anche il protagonista diviene spettatore, perciò salda un rapporto diretto tra il suo sguardo in soggettiva e quello dello spettatore che in lui si riconosce.
Menzione speciale per gli attori (sì, anche per Hanks), ma soprattuto per una sceneggiatura senza troppe digressioni edificanti (famiglia a parte) che magnifica il potere della parola e del ragionamento razionale, unico baluardo contro la notte dell’umanità.

C’è spazio per momenti di lieve ironia, che sollevano di quando in quando l’umore appesantito da una Berlino innevata, gotica e crepuscolare.

Il film è sceneggiato, tra gli, altri da Ethan e Joel Coen (e si sente), così come è fotografato da Janusz Kaminski (e si vede).

 

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“A.I. Intelligenza artificiale” (2001) ***

Una coppia adotta un bambino robot per supplire alla momentanea ibernazione del loro figlio malato. Ma la situazione si complica nel momento in cui bambino in carne e ossa torna a casa. Per il piccolo robot le cose cambiano fino a diventare irreversibili.

Film molto duro e spietato, è la trasfigurazione della favola di Pinocchio (peraltro dichiarata da molti, forse troppi, riferimenti iconografici). A partire da un progetto di Stanley Kubrick, al quale Spielberg dà il proprio, riconoscibile, imprinting. 

A. I.: Artificial Intelligence (USA 2001). Regia di Steven Spielberg. Con Sam Robards, Frances O’Connor, Jude Law, Haley Joel Osment.

[02/03/2005]