“Suburra” (Italia 2015) ***

Oltre alle sbavature e alle esagerazioni (peraltro, volute), ho visto in “Suburra” di Sollima Jr. il meglio del cinema italiano degli ultimi vent’anni. Questa frase va temperata e non vuole essere una sentenza per forza trionfale, per molti versi è una misura delle cose, non sempre positiva, riguarda più scelte tecniche e la fotografia che il film nel suo complesso.

L’ambientazione nel ventre cupo di Roma, notturno, battuto da un monsone incessante, che risale sin nei Palazzi del potere politico e vaticano, mette in connessione ex-nar e nuovi boss, giovani abbagliati dalla cupidigia, cardinali o zingari in cerca di riscatto sociale attraverso la violenza, illustrando quel formicaio lercio emerso di recente e che ha preso il nome romanzato di mafia capitale. Sollima pare servirsi degli ambienti moralmente molli del “Satyricon” di Petronio, il primo romanzo della storia, ancorché non ambientato nella Capitale, ma quintessenza della decadenza romana. Romanzo, l’etimo per quanto incerto risuona, perché Roma è Roma, Città bifronte: caput mundi e cloaca massima, da millenni edificata sulle incrostazioni del sangue di chi soccombe nella quotidiana guerra di potere e denaro.

Un film dichiaratamente simbolico che vuole astrarsi dalla verisimiglianza, che non ha bisogno di far arrivare la polizia a sedare una sparatoria nel centro commerciale, perché il suo scopo non è renderla credibile. Il patto col pubblico è semmai quello della spettacolarizzazione: un patto di credulità.

“Suburra” si salva nella costruzione narrativa non sofisticata dove l’intreccio strapaesano tra Roma-Ostia-Vaticano dove tutti si conoscono trova infine una soluzione che si diluisce nel sangue e nell’epilogo di un sistema che al termine del 2011 si ritrova dimissionario (finanche il papa, chi l’avrebbe mai immaginato solo dieci anni fa?) su ogni fronte: criminale, politico, chiesastico.

I problemi del film si annidano soprattutto nella recitazione di alcuni attori che si limitano a imitare uno stereotipo (Favino che sforna un inutile birignao, il personaggio ambiguo di Germano e la solita drammatizzazione adenoidale, ormai inevitabile, a quanto pare). Mentre è elevato e salvato dal boss zingaro Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi) e dal più giovane fratello Spadino Anacleti (Giacomo Ferrara) e il suo carnefice il boss di Ostia “Numero 8″ (Alessandro Borghi), oltreché da un Amendola nel ruolo di Samurai – boss, ex nar – cui appartiene una interpretazione sottrattiva che rende credibile il suo personaggio spietato quanto gelido. Due ruoli apparentemente minori appartengono altrettante donne: Viola, la fidanzata di Numero 8 che emerge nel corso del film sino a diventarne il fulcro nell’epilogo, e la prostituta Sabrina, al centro dell’affaire che mette nei guai il politico postfascista coinvolto negli accordi che dovrebbero trasformare Ostia in una sorta di Las Vegas.

“Suburra” è stato definito moralista da più parti, soprattutto da critici che Roma ci vivono, e ci tengono a dichiararlo come fosse un motivo di merito, rispetto a chi invece è forestiero e magari rischia di credere che Roma sia davvero così come appare nel film. Pare un’assurdità o una fantasia, ma immagino sia difficile per i romani schiodarsi dal racconto verisimile e godersi una storia che può risultare sopra le righe sino a sfociare nell’inverosimile, in un ipertrofico film di inseguimenti e sparatorie, alla base cioè dello spettacolo cinematografico di cent’anni fa dove il gioco delle guardie e dei ladri, dei cow boys e degli indiani, della guerra tra bande di malviventi e relative pistolettate e morti erano visti come il massimo dell’intrattenimento da un pubblico – certo di bocca buonissima – che normalmente non li avrebbe mai incontrati sul proprio cammino e non si poneva certo il valore del realismo quale discrimine per giudicare un film di ‘evasione’.

“Suburra” vuole essere uno spettacolo impressionante (non sempre ci riesce) con licenza di uccidere il realismo, non è “Gomorra”, non è nemmeno una promozione in un senso o nell’altro della città eterna come invece è “La Grande Bellezza”. Anche se con il film di Sorrentino “Suburra” ha qualche punto di invevitabile contatto, forse un contraltare complementare, raccontando il mondo delle feste, delle terrazze, della politica, della mafia, della droga, dei soldi.

Il moralismo in questo caso, probabilmente, riempie gli occhi di chi guarda. Ma il film nella sua imperfezione pare voler volare oltre la categoria manichea, moralistica appunto, ogni personaggio persegue la propria etica marcia e personalissima sia esso un mafioso attempato, un politico corrotto e corruttore, o una tossica romantica dall’ottima mira.
Non c’è il cittadino romano ordinario, il popolo si intravede al centro commerciale e, alla fine, mentre incalza con cori da stadio Berlusconi (solo evocato) che in automobile esce da Palazzo Chigi e va a dimettersi, ma pare un volgo senza nome (altro che popolo grillino), un popolo di illusi (grillino in questo senso, semmai), paiono fantocci vittime del gioco delle parti, che vengono addirittura maltrattati e trapassati da un politico sbracciante che – mentre vive l’ansia di finire in galera per la morte di una minorenne – non per questo abbassa la cresta, anzi, ribatte a tono ai manifestanti che lo riempiono di contumelie.

Invece ci sono le tribù, c’è una società primitiva, c’è una guerra e c’è la necessità che questa guerra latente non scoppi. Ma tutti sanno che l’apocalisse arriverà per ognuno di loro e nelle stesse ore.
Lo spettacolo, dicevamo, si misura nelle sparatorie, lì la cifra paradossale torna a dialogare dal basso verso l’alto con i film americani che ci piacciono tanto. Quei film hollywoodiani che ogni volta decidiamo di tornare a guardare, anche se avvertiamo il brivido dato da quell’”americanata” che spesso fingiamo di disprezzare, ma che ci diverte di un voyeurismo che preferiamo credere non ci appartenga. L’omaggio di Sollima jr. al cinema del padre e agli eroi sporchi, irregolari e cattivi del cinema di genere anni Settanta è evidente e lì si esaurisce: nessun messaggio accessorio, nessun modello edificante, i cattivi sono cattivi, non sono santi né lo diventeranno, nessuna ipocrisia a buon mercato nessun cattivo che si schifa del troppo sangue versato, anzi ricorda una volta di più che l’occasione rende l’uomo brutale (vedi il personaggio interpretato da Germano). La narrazione di una storia cupa, volutamente alterata e liberamente ispirata alla cronaca (e forse superata da essa! vedi il funerale del signor Casamonica), che magari fa acqua da qualche parte, ma galleggia quel che basta per mantenersi a distanza di sicurezza da quell’eterno neo-neo-neorealismo che il critico si ostina a cercare anche in film come “Suburra” – mentre è un film che annuncia un’Apocalisse a ogni piè sospinto – rimanendo ovviamente deluso e frustrato di non ritrovare quel reale che già c’è fuori dal cinema, ma che evidentemente non gli basta.

Suburra è diretto da Stefano Sollima.

26 ottobre 2015

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