“Barry Lyndon” (1975) ****

La vita di Barry Lyndon che dalla polvere scala le gerarchie militari e sociali per poi tornarsene da dove era venuto, dimenticato, sopraffatto dallo status quo, quest’ultimo impersonato dall’aristocratico figliastro.
Epopea di un lupo solitario figlio di se stesso e del proprio istinto di sopravvivenza che via via si traduce in bieco arrivismo, un uomo che connette una mente lucida e calcolatrice all’istinto, ma sottovaluta la vera opinione che ha di sé, e del suo vuoto che risulta sempre incolmato. 

Quest’ultimo quando risorgerà ne decreterà l’inaspettata rovina. Il fatalismo del film è congeniale ad un meccanismo con scadenze ben precise. La vicenda di Barry ricorda quella di Napoleone, confermando topoi storici e letterari del Sette-ottocento, ovviamente desunti dall’omonimo romanzo di W. M. Thackeray (“The memoirs of Barry Lyndon”, 1856).

Esempio sommo di cinema filologico, Kubrick è infatti attento all’iconografia, allo studio maniacale della cultura e del costume del tempo. I vestiti, le divise militari, gli abiti delle signore sono ripresi dalla ricca ritrattistica di quegli anni; così come la luce è naturale di giorno e a lume di candela negli interni.
Ciò instaura una corrispondenza ideale con i tristi personaggi che attraversano il film, e che danno, a partire da Lady Lyndon, una sensazione mortifera perpetua.
Non c’è un momento di serenità, la visione oscilla tra violenza e mestizia, insoddisfazione e reciproco disprezzo tra i protagonisti.
La freddezza settecentesca in Kubrick trasparve già nella visione dell’appartamento rococò di “2001 Odissea nello spazio” (1968) che preannuncia in qualche modo lo studio del regista sullo stile del XVIII secolo, stringendo un legame puramente ideale ma esteticamente valido tra i due film.

[“Barry Lindon” è da confrontare per puro gioco estetico con “Tom Jones” di Richardson (1963).]

“Barry Lyndon” (GB 1975) regia di Stanley Kubrick – con Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger

[25/02/2005]