Il ponte delle spie (2015) ****

1957, guerra fredda. La lungimiranza di un avvocato statunitense, James Donovan (Hanks), permette di avviare una trattativa di scambio tra una spia sovietica, nascosta dietro il volto mite del pittore di paesaggi Rudolf Abel (Rylance), e il pilota statunitense Powers, il cui aereo-spia è abbattuto in territorio URSS. Di mezzo c’è il muro di Berlino, il confine simbolico tra i due mondi possibili, teatro della trattativa che conduce a un altrettanto simbolico ponte.

Ma nel mezzo del mezzo, sgomita la Repubblica Democratica Tedesca che necessita di uscire dall’immagine di colonia sovietica di infimo rango, per essere riconosciuta a livello internazionale. I tedeschi dell’Est tentano di farlo alle spese di un innocente laureando americano, che si è trovato al di là del muro nel momento sbagliato. Il ragazzo è infatti incarcerato e trattato duramente, perché sospettato di spionaggio. Quest’ultima è un’ipotesi a cui non credono nemmeno i burocrati della DDR, ma è funzionale al gioco delle parti. Mortale gioco, talvolta.

 

Sono molte le immagini notevoli di un film perlopiù cupo, ambientato soprattutto in una Berlino ridotta in macerie annerite dai roghi della guerra, che i russi vogliono rimanga tale, quale monito per il popolo che fu nazista.

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A Il ponte delle spie appartiene un linguaggio narrativo vicino alla perfezione (senza esagerare, eh). Le cui immagini, le inquadrature, i movimenti di macchina o i punti di vista (multipli su un solo ambiente), sono coadiuvati e tenuti insieme da un montaggio complesso, che crea empatia. Infatti, il complesso lavoro di cucitura è teso non solo a descrivere o ambientare, ma a raccontare, anche per mezzo dell’ineffabile, lo stato d’animo dei protagonisti e dei loro interlocutori.
Ovviamente ci sono anche molte parole ad aiutare: è un film con protagonista un avvocato, d’altronde. Insomma: è il cinema.

Sui vari rapporti umani spicca quello di stima instauratosi tra l’avvocato e il suo cliente, ovvero la spia sovietica. Per questo motivo, poiché l’avvocato impedisce che la spia finisca sulla sedia elettrica – mentre sembrava un epilogo già scritto dall’inizio -, Donovan è accusato di tradimento da parte dell’opinione pubblica statunitense. Subisce pure un attentato, che sarebbe potuto costare caro alla sua famiglia. Che nonostante tutto non lo ostacola.
Al di là della filantropia, Donovan vuole tutelare i valori democratici e farli valere rispetto alle violenze appartenenti al blocco sovietico (il soldato è torturato e lo studente è esposto al gelo) e far vincere la trattativa.
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Tra le molte sequenze che mettono in scena la differenza tra mostruosità e diritto, v’è l’emblematico tentativo di fuga da parte di alcuni tedeschi orientali oltre il muro, i quali sono subito falciati da una raffica di colpi sparati dalle guardie. Una scena raccapricciante che Donovan vede dalla S-Bahn, che da Berlino Est lo sta portando in occidente. Quella scena è riconosciuta dal protagonista, tempo dopo, nella sua Brooklyn: alcuni ragazzi stanno saltando una rete di confine tra due proprietà, in quel momento in Donovan avverte lo sgomento, teme il peggio, ma il passaggio avviene senza rischi per la vita per i giovani.

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Donovan, da un vagone della S-Bahn, osserva il tragico tentativo di fuga oltre il muro da parte di alcuni tedeschi orientali.

 

Si tratta di un livello metacinematografico raffinato, dove anche il protagonista diviene spettatore, perciò salda un rapporto diretto tra il suo sguardo in soggettiva e quello dello spettatore che in lui si riconosce.
Menzione speciale per gli attori (sì, anche per Hanks), ma soprattuto per una sceneggiatura senza troppe digressioni edificanti (famiglia a parte) che magnifica il potere della parola e del ragionamento razionale, unico baluardo contro la notte dell’umanità.

C’è spazio per momenti di lieve ironia, che sollevano di quando in quando l’umore appesantito da una Berlino innevata, gotica e crepuscolare.

Il film è sceneggiato, tra gli, altri da Ethan e Joel Coen (e si sente), così come è fotografato da Janusz Kaminski (e si vede).

 

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Joy (2015) **

Un altro sogno americano che si realizza grazie alla televisione. Potrebbe essere questa la sintesi estrema di una commedia che mette in scena la vita (romanzata) di Joy Mangano, inventrice di successo.

Sin dai tempi di Cristoforo Colombo, gli Stati Uniti sono la patria ideale di sognatori che hanno il vizio di realizzare i loro progetti. Joy, precoce erede di Edison, dal canto suo, inventa il mocio leggero, il Miracle Mop che si strizza grazie a un innovativo scatto meccanico. Col vantaggio di non dover mai toccare il fiocco sporco, che una volta usato si può buttare in lavatrice. Se oggi è una qualità acquisita, non lo era attorno al 1990 e il film di David O. Russell si prende la briga di raccontarne le fasi in divenire.

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Nella medesima occasione, Joy si rende protagonista di un’altra rivoluzione dovuta al proprio intuito e talento; ovvero dà vita a un nuovo approccio con la televendita, che risulta più credibile rispetto alle consuete. Si presenta al pubblico delle casalinghe come un loro alter ego vincente, ma acqua & sapone alternativo alle chiome leonine e al trucco egizio delle altre imbonitrici, che paiono, invece, calate dall’alto.

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Così attorno alla televisione ruotano le sfortune e le fortune non solo economiche di una famiglia (italo)americana. Famiglia allargata che si rispecchia in quella della soap opera tipo “Falcon Crest”, sempre sopra le righe, che scandisce la giornata della madre. Quest’ultima è una malata immaginaria – resasi larva in una volontaria clausura – che intravede il mondo via via filtrato dalla TV in bianco e nero degli anni Cinquanta, sino al glitter cotonato dei coloratissimi Ottanta.

Ma il tono farsesco e caricaturale non salva un film che presto delude le aspettative, nonostante un cast di tutto rispetto. L’esorcismo fallisce quando è proprio lo stile della soap opera a mangiarsi il già prevedibile plot, composto di alti e di bassi ma abbozzati, conditi da familiari stravaganti, egoisti e invidiosi, a parte la nonna Mimi (Diane Ladd) e la figlia, alla quale, dopo la morte di Mimi, spetta il compito di incoraggiare Joy e ricordarle la sua missione.

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I personaggi rievocano alcuni stereotipi della letteratura fiabesca, forse per allontanarli dalle legnosità del biopic. Infatti, i caratteri della favola ci sono tutti o quasi: dalla sorellastra invidiosa Peggy (Elisabeth Röhm) – che tenterà di mandare Joy in bancarotta -, al padre problematico – interpretato da De Niro che fa De Niro, facce stropicciate comprese – che le distrugge finanche il giorno del matrimonio augurandole pubblicamente il divorzio, che infine si avvera.

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Alla “matrigna” (Isabella Rossellini) che con una mano le concede un prestito, ma con l’altra tenta di metterle i bastoni tra le ruote e nel momento della sconfitta le rimprovera di essere stata ambiziosa. Più sfaccettati i presunti principi azzurri (che – non a caso – una Joy bambina non prevede nel mondo virtuale di carta da lei creato), ovvero l’ex marito venezuelano Tony (Édgar Ramírez) – già cantante fallito e consorte egoista che però diverrà suo fidato consigliere in affari – e Neil Walker (un impeccabile Bradley Cooper) il quale – forse infatuato di Joy -, le dà ben due possibilità di emergere grazie al suo canale televisivo commerciale, restandone amico anche quando diventeranno avversari. C’è spazio anche per una seconda fata turchina oltre alla nonna, ovvero l’amica del cuore di Joy, Jackie (Dascha Polanco), che sarà sempre al suo fianco fino a quando anche questo Pinocchio irrisolto non diverrà pienamente la Joy “matriarca” che tiene insieme tutta la sua famiglia, comprendendo anche chi l’ha osteggiata o inibita col proprio egoismo.

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I tentativi estetizzanti vintage, già visti nel precedente “American Hustle”, evocano le ricercatezze di Wes Anderson – il quale fonde il personaggio al suo look, come a una maschera della commedia dell’Arte – e giocano con gli abissi luccicanti di “Dinasty”, soap opera citata più volte nel film. Ma la trovata di mostrare i personaggi femminili sempre con la messa in piega, abbigliati in costosi completi e ingioiellati come fosse giorno di festa, sia nella quotidianità come nei rovesci e nei numerosi momenti di prova, non sempre fa da antidoto per contrasto. Anzi, contribuisce al grottesco inverosimile, che alla lunga diviene una posa noiosa senza l’alibi dell’ironia.
Notevole è il tratto surreale che scorre lungo il film – ad esempio i sogni della protagonista rivelano le sue speranze e frustrazioni – che riverbera anche nella voce fuori campo ultraterrena.

Infine merita una menzione particolare la grande prova di Jennifer Lawrence che rappresenta il ‘lato positivo’ (per parafrasare il titolo che – diretta sempre da Russell – le fece ottenere l’Oscar come migliore attrice nel 2013), dà nuovamente prova di carattere e, nonostante la giovane età, risulta credibile anche nei panni della donna matura, performance che le ha fatto guadagnare una nuova nomination come miglior attrice. Lawrence sostiene da sola tutto il peso della storia e le sue continue involuzioni, mantenendo costantemente alta la sua prova attorica.

Ossia: “Joy” è una stucchevole fiaba a lieto fine, con il vantaggio di ospitare una incantevole e fotogenica protagonista, nonché grande attrice (per lei quattro stelline).

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Revenant – Redivivo (2015) ***

Il cosiddetto cinema classico hollywoodiano si è sviluppato tra gli anni Trenta e i Sessanta ed è definito tale quando rispetta alcuni codici di riferimento; il più celebre è il codice Hays. Ad esempio i due generi cinematografici per eccellenza, il musical e il western, per tre decenni ripropongono stereotipi per non incappare nella censura, ma pure perché i produttori sono incentivati da un publico che si aspetta di vedere iterati quegli stereotipi: senza duello non è western; senza gran ballo finale non è musical. E’ il climax che deve far uscire dalla sala soddisfatto lo spettatore. Terminata questa lunga stagione verrà il turno dei film che tenteranno di negare o ribaltare i cliché del western, e per lo stesso motivo saranno prodotti anche musical tragici.

Questo polpettone introduttivo è per dire che “Revenant” recupera i cliché del western scout/trapper, con un supplemento di crudeltà insistita tipica invece del post Hays. E’ ispirato alla vicenda di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), remake di “Uomo bianco va’ col tuo Dio – Man in the Wilderness” di Richard C. Sarafian (USA, 1971), che rientra nell’epopea degli esploratori-eroi, molto celebri nella cultura statunitense. Figure come Davy Crockett, il cacciatore di pelli, ponte culturale con i nativi, vagabondo coraggioso e solitario, disperso nella vastità della Wilderness e soggetto alle sue durissime leggi.

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La storia, la trama – tranne che per alcuni colpi di scena inspiegabilmente rivelati dai trailer – è prevedibile dall’inizio alla fine, ciononostante “Revenant” è un gran film.

Tom-Hardy-The-RevenantRegista, Alejandro González Iñárritu, e direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki giocano con la luce fredda dell’Alberta canadese innevato per dar vita a una visione iperrealista di un viaggio allucinante. Grande stupore e grande piacere sono regalati dalla cura dell’immagine, dell’inquadratura, dell’illuminazione che scolpisce le tenebre. Ci immerge con il protagonista nella natura sconfinata rendendola violenta e bella da mozzare il fiato.

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Emmanuel Lubezki, Making of ‘The Revenant’, Instagram.

Il racconto è scandito dal ritmo del respiro dell’uomo che soffre, che lotta per la propria vita, che vive per la sete di vendetta. Un respiro che, affievolitosi fino quasi a sparire,  ritorna a essere pieno e vigoroso.

“Revenant” potrebbe forse rinunciare ai già pochi dialoghi, ché spesso sembra un film muto, stilemi compresi. Di inquadratura in inquadratura si aprono rimandi a tradizioni letterarie e iconologiche che regista e direttore della fotografia probabilmente nemmeno conoscono o considerano. In particolare, vengono in mente le suggestioni del “Dialogo della Natura e di un Islandese” o di “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” leopardiani, o per quanto riguarda il retroterra visuale “Il viandante sul mare di nebbia” (Friedrich, 1818) per le dimensioni infinitesimali dell’uomo nella vastità del paesaggio selvaggio. Alcune sequenze oniriche mi hanno ricordato il Segantini montano, le sue allegorie femminili eteree rimandano allo spirito della moglie del protagonista.

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Giovanni Segantini, Trittico dell’Engadina (part.), 1896-99.

 

 

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Giovanni Segantini, Le cattive madri, 1896-97.

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Anche i difetti hanno il loro peso. Per quanto riguarda la durata, un buon quarto d’ora in meno e ne avremmo guadagnato tutti; la recitazione, anche quella di DiCaprio, non è sempre all’altezza; i pochi dialoghi sono spesso banali o superflui (ma l’ho visto doppiato, dunque concedo il beneficio del dubbio).

Se si sopportano le lacune della storia – ripeto siamo dinanzi a un western tragico con protagonista uno scout/trapper, che quello fa di mestiere e quelle sono le sue tribolazioni –  e se si guarda il film come un’esperienza leopardiana, allora si gode di un gran spettacolo ed è possibile lasciarsi andare a un viaggio visionario e probabilmente indimenticabile.
(Il grande schermo aiuta, ovviamente.)

 

Emmanuel Lubezki, Making of ‘The Revenant’, Instagram.

Steve Jobs (2015) **

Tre date, e rispettivi momenti topici, della carriera di Steve Jobs (Michael Fassbender), ritratto dietro le quinte poco prima di presentare al mondo altrettanti nuovi computer.
1984: il lancio di Macintosh 128K per mezzo dello spot pubblicitario in omaggio a “1984” di Orwell.
1988: il lancio di Next Computer, risposta di Jobs alla sua defenestrazione da parte del consiglio di Apple, avvenuta dopo il fallimento del primo Macintosh.
1998: il lancio del computer portatile e di iMac, ribattezzato Dolceforno dalla figlia Lisa, con la quale ritrova una nuova sintonia.
Insomma, il dietro le quinte di un uomo che seppe inventare soprattutto Steve Jobs.

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Quale sia il peso “reale” nel progresso del personal computer sullo scorcio del Novecento, le ricadute culturali sulla società contemporanea, da parte Apple e Steve Jobs, è forse la cosa più sfuggente in termini assoluti, non solo nel film.
Elitarismo e cultura pop, snobismi e sistema chiuso (in ogni senso: dalla fabbricazione sino alle vendite per corrispondenza), per arrivare alla grande diffusione, che comincia a manifestarsi alla fine dei Novanta.

Chi fu Jobs? Era un genio dell’informatica, un figlio illegittimo del design Bauhaus o un grande imbonitore?

Danny Boyle sembra puntare più sulla seconda e terza qualità, ovvero quella divistica di marca hollywoodiana. Mostra quando, sullo scorcio del millennio, Apple diviene esplicitamente liberal, parte di un mosaico politicamente corretto che assembla i miti “buoni” del sogno americano, soprattutto i cavalieri erranti che seppero individuare e lottare coraggiosi per un obiettivo progressista che sembrava irraggiungibile: Martin Luther King soprattutto, ma pure Bob Dylan.

Ma Steve Jobs è anche l’uomo che nel privato è irrisolto, sanguinante, paranoico, autoritario, povero di sensibilità nei confronti di una bambina, sua figlia, che vorrebbe rifiutare e tenere accanto a un tempo. Sempre algido e -manco a dirlo – calcolatore. Chiuso in un dolore che deriva dal fatto di essere stato rifiutato dai genitori naturali. Anche se John Sculley (Jeff Daniels) gli fa notare che è stato però scelto dai suoi genitori putativi e questa osservazione, nella sua disarmante banalità, comincia a fare breccia nell’uomo sempre sulle difensive.

La messa in scena di Boyle nell’impianto narrativo ricorda da vicino quella di “Birdman”, Jobs è (visto come) borderline in tutto: nella vita privata, così come in quella pubblica. E’ mostrato in un limbo fatto di camerini e corridoi angusti, incontri sfuggenti e in continuo cammino, che ricordano le udienze di un monarca o un pontefice sfuggente, sempre in faccende affaccendato.
Di rado esce dal personaggio brillante e ossessionato: Jobs ha – deve avere – l’ultima parola con tutti, anche con la figlia Lisa di pochi anni, che tratta senza troppi scrupoli mentre le rinfaccia ancora una volta di non essere suo padre. Infatti i tratti schizoidi gli impediscono di avere rapporti con il prossimo che non siano in termini professionali o sarcastici. Anafettivo perché spaventato dal prossimo, si esprime solo in termini strategici.
Dopo che l’azzardo l’ha condotto fuori da Apple, ne organizza un altro più grande, un vero bluff: cioè inventa un computer vuoto, Next, un cubo nero, pura estetica senza sostanza. Ma nel contempo scommette sul fallimento di Apple. La storia gli dà ragione.

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Il suo progetto è elitario ed è liberal, come già detto, ma nei fatti antidemocratico, chiuso, intuitivo ed esteticamente attraente. E’ apparentemente per pochi, ma proprio per questo potenzialmente per tutti. Apple assomiglia al proprio mecenate che vive protetto e filtrato da una segretaria (Kate Winslet), che è quasi una moglie – come dichiara ella stessa – la quale ne gestisce tutto il traffico umano, finanche la figlia.

Forse, il limite del film è dato da una tendenza a verbalizzare ogni moto dello spirito di chiunque incappi sulla strada di Jobs, in modo eccessivamente ripetitivo pure. Tutti sono – ovviamente – nerd cerebrali, frustrati e verbosi, ma talvolta sembra di assistere a una sceneggiatura teatrale scritta per un pubblico duro di comprendonio.
La parabola professionale e affettiva del protagonista è via via asciugata di particolari, tranne per qualche flashback esplicativo, in modo da condurre al riscatto nel rapporto privilegiato con la figlia, ritrovata e finalmente amata senza infingimenti e paure.
Frutto di questo rinnovato legame sarà l’iPod, ispirato dal walkman scassato di Lisa che genera l’insofferenza del padre e ne stimola l’intuizione e la profezia (che detta così fa anche un po’ sorridere e in effetti fa un po’ sorridere), forse il momento genuinamente encomiastico e più pigro del film.

La regia insegue Jobs fin nei primissimi piani insisiti, si mette al servizio delle sue trasformazioni di venditore, di attore, di frontman che tutti credono e devono credere sia l’inventore dei prodotti dell’azienda di Cupertino. Perché è colui che sta dietro a ogni innovazione informatica che Apple produce. Almeno così si lascia interndere. Allora in questo caleidoscopio di ruoli Jobs è un genio, è un ingegnere, è un informatico è un imbonitore, in un insieme indistinto e indistinguibile. E’ l’uomo-orchestra.

Boyle fonda il film sulla performance di Fassbender. Notevole peraltro nella maschera di Jobs da fine anni Novanta fino alla morte, quando si presenta al pubblico in divisa di ordinanza, fuori moda – al contrario dei suoi oggetti dal design così cool -, dimesso rispetto al doppiopetto e alla farfallina degli anni Ottanta.

Così, il lupetto infilato dentro un paio di jeans senza cintura, scarpe da ginnastica, occhiali tondi, sono gli elementi che diventano parte del mito riconoscibile, l’icona.
Così Steve Jobs diventa il prodotto di maggior successo della Apple.

Eppure Jobs non è solo quello, sembra dire il film, ma alla fin fine non ci crede nemmeno Boyle, e si vede.

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Birdman (2014) ***

Michael Keaton, rugoso e spelacchiato, è l’attore più indicato per interpretare il ruolo del divo legato indissolubilmente a una maschera cinematografica, che ha varcato la soglia del proprio viale del tramonto e ora ha disperato bisogno di conferme. Per molti, oggi, è chiaro che il rilancio dei film di supereroi dipende più dal suo Batman (Tim Burton, 1989) che dai Superman (1978-87) di Reeve, i quali, viceversa, paiono concludere un approccio cinematografico al fumetto legato al passato, con stilemi superati e lontani dal gusto del pubblico sempre più abituato a effetti speciali digitali spettacolari e votati a una verisimiglianza sorprendente.
Ma è un dato che diviene evidente con la serialità implicita e necessaria, eco di quella fumettistica, rilanciata da Batman il ritorno (1992) in anni – i primi Novanta – peraltro rievocati esplicitamente nel film di Iñárritu.
Birdman come Batman potrebbe stare a significare Birdman come Hollywood affetta da sindrome di Peter Pan che, almeno in apparenza, è condannata alla coazione a ripetere.

Eppure la narrazione si mantiene volutamente vaga e può dare spunti per un moralismo da manuale contrario alla “corruzione del gusto cinematografico”, alla “pornografia” del supereroismo fumettistico-hollywoodiano o allo spettacolo di infimo livello per ragazzini di bocca buona. Oppure può essere apprezzato come uno specchio che racconta senza filtri il successo di un cinema di intrattenimento, spettacolare, senza giudizio di valore, tranne quello espresso di volta in volta dai personaggi e dalla “voce” contraddittoria di Birdman.

Schermata 2016-01-28 alle 13.59.00Chi invece vuole togliersi di dosso penne, piume e stereotipi è proprio la star hollywoodiana che si misura con Broadway per poter dire di esistere. Un modo di vedere se stessi schizoide che mette in contrapposizione consumismo vs. elitarismo, celebrità vs. attoralità, ignoranza vs. arte, dove da una parte c’è la spazzatura dall’altra, invece, la consacrazione che manca.

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“Birdman” è un film sul potere dei media e sulla moltiplicazione degli schermi e dei palcoscenici ancorché spuri (l’imbarazzante video di YouTube dà inaspettata visibilità all’attore, ma pure al suo spettacolo teatrale in cartellone), sui rapporti di forza testosteronici (in particolare Keaton/Norton) e amicali, anche se messi continuamente sotto stress e rilocati, spaesati, in una continua anteprima sempre diversa, che blocca le vite dei personaggi in un mondo di mezzo, rappresentato dal dietro le quinte, sorta di limbo dal quale è impossibile uscire, rinascere, che li rende impotenti e di nuovo sull’orlo del suicidio.
Fallisco? Posso sempre uccidermi.

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Le donne talvolta paiono un coro greco di corredo, ma danno la misura delle cose, o tentano di farlo. L’egotismo del protagonista si distilla nell’indifferenza genuina e nelle gaffes continue contenute nei dialoghi con la figlia ex tossica, e con la ex moglie, ma soprattutto nelle parole dette a quest’ultima subito dopo aver ammesso di amarla e poco prima di tornare sul palco: “Meglio se torni al tuo posto”, ovvero tra il pubblico, come a dire: ammirami ancora una volta mentre mi immolo in nome del mio monumento.Schermata 2016-01-28 alle 14.01.10

O nel confronto aspro e disperato contro i pregiudizi della critica teatrale, donna arcigna, alla quale getta addosso frustrazioni e verità in un goffo tentativo di convincerla a riconsiderare lo stereotipo del divo ignorante, velleitario e arrivista.

 

Il piano sequenza continuo, o meglio, l’illusione che il film non abbia cesure di montaggio ma sia un flusso continuo segna il collegamento tra cinema e teatro, il piano sequenza prevede un tipo di recitazione simile a quella teatrale, pur continuando a essere cinematografica nel gigantismo dei corpi e nella vicinanza con lo spettatore.

Il metacinema, svelando la finzione (a un certo punto appare anche il batterista, quando l’accompagnamento musicale sarebbe dovuto essere extradiegetico) svela le menzogne della messinscena; della realtà rappresentata così come di quella teatrale. Ma persiste un ulteriore livello, quello mentale del protagonista, che costui condivide schizofrenicamente con Birdman. Birdman che, a un certo punto, smette di essere “grillo parlante” e si manifesta in costume di scena al suo Pinocchio in carne e ossa, irrisolto.

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“Birdman” è anche un film sui feticci e sui possibili danni del feticismo (ad esempio il messaggio di complimenti di Carver scritto al protagonista anni prima che questi si porta con sé, sorta di legame alla base dell’adattamento per il palcoscenico di Broadway di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”), una riflessione estesa al divismo e ai diversi modi di essere eccellenza, al cinema come in teatro. Ma è un film sul disprezzo di sé e sul bisogno di rimettersi continuamente in corsa, nonostante si corra sul filo del rasoio o dirimpetto al precipizio.
Ma si sta pur sempre parlando di Birdman, che può volare.

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Il commissario Pepe (1969) ***

Il film è ambientato in una Vicenza in incognito, trasfigurata – con inserto bassanese – in simbolo della Provincia veneta bigotta e ipocrita. “Il commissario Pepe” raccoglie una sintesi dei luoghi comuni, reali e presunti, sul Veneto inteso come “sacrestia d’Italia”, mantenendo però sostanzialmente neutro il punto di vista.

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Antonio Pepe (Ugo Tognazzi), commissario di polizia, è sollecitato da continue segnalazioni anonime in fatto di buoncostume. Dopo l’iniziale diffidenza, e comunque malvolentieri, decide di indagare su presunti giri di prostituzione e vizi privati, denunciati da una spia anonima. La perlustrazione si ramifica, restituendo un quadro poco edificante della città e di noti esponenti delle classi agiate, rispettati vecchietti, in realtà ruffiani professionisti che affittano i loro insospettabili appartamenti alle altrui perversioni. Nella rete di Pepe cadono pesci troppo grossi: una nobildonna benefattrice, un baldanzoso conte puttaniere, un ex gerarca fascista protagonista di incontri clandestini ai gabinetti pubblici dei Giardini Salvi, un primario che tiene in ostaggio un ingenuo calciatore oggetto del suo desiderio, una suora lesbica, la sorella di un collega poliziotto…

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Il commissario Pepe (Ugo Tognazzi)

Forse l’incontro che lo segna di più è quello con l’annoiata studentessa (Silvia Dionisi) che si offre senza scrupoli morali allo sfruttamento e alla protezione di un pappone: è nientemeno che la figlia del prefetto, ritratto di un disarmante disincanto giovanile.

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La studentessa (Silvia Dionisi)

Da qui emerge sempre più il risvolto psicologico e voyeuristico della storia. Sparisce contemporaneamente la leggerezza iniziale, l’ambientazione diurna, luminosa, per lasciare spazio all’oscurità del rovello, a tratti allucinato, del protagonista. Non lo aiuta certo l’occhio vigile di un reduce di guerra (Giuseppe Maffioli), menomato da un’esplosione e ridotto a viaggiare incastrato in un eccentrico mezzo motorizzato: è lui il grillo parlante della vicentinità, rumoroso e indisponente, che tutti fingono di tollerare, ma in fondo temono.

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El mato de guera (Giuseppe Maffioli)

Le sue scorribande moleste gli danno l’autorevolezza per diventare la guida, pettegola e frustrata, del viaggio di un ignaro commissario nei segreti inconfessabili della città. Il fine del personaggio interpretato da Maffioli è quello di vendicare la sua condizione di vittima della Storia. Lo ammette egli stesso disperandosi in una cruda scena, ambientata sotto il Ponte di Bassano in ristrutturazione, mentre un maglio pianta le nuove fondamenta del manufatto palladiano, squarciando insieme le acque della Brenta e il disincanto di Pepe.

Infatti, nemmeno il commissario è immune dalla rampogna del “mato de guera”: anche la sua condotta è moralmente discutibile, come lo sono le frequentazioni notturne in incognito a casa di Matilde, per mantenere le apparenze che il ruolo gli impone. Un ulteriore scarto gli è riservato proprio da quella donna che crede sincera, alla quale invece appartiene una doppia vita (è una modella sexy, ma forse qualcosa di più) lontano dalla città di provincia. Il suo piccolo mondo che credeva in fondo di conoscere, e che con sicumera descrive nel prologo del film, vacilla ora dalle fondamenta, e gli arresti all’uscita della messa in Aracoeli vecchia, le foto segnaletiche disposte nella sua mente come composizioni pop, rimarranno sogni a occhi aperti. Ci pensa uno smaliziato magistrato a prospettargli la dura realtà dello ‘status quo’ e nello stesso tempo gli indica l’uscita di scena coll’infamante marchio dell’ingenuità.

Dato accessorio, ma non così superfluo se non altro per la ribalta nazionale, nel 1969 presidente del Consiglio dei ministri era il vicentino Mariano Rumor.

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Matilde (Marianne Comtell)

Tra le comparse locali: Virgilio Scapin (il conte Lanzillotto pizzicato da Pepe mentre si sta recando all’appuntamento mercenario con la figlia del prefetto), Araldo Geremia (un poliziotto) e Anacleto Lucangeli (il magistrato che consiglia a Pepe la chiusura delle indagini).

[omaggio a Ettore Scola 1931-2016]

Regia: Ettore Scola. Produzione: Dean Film. Soggetto: dal romanzo omonimo di Ugo Facco de Lagarda. Sceneggiatura: Ruggero Maccari. Fotografia: Claudio Cirillo. Scenografie: Gianni Polidori. Musica: Armando Trovajoli. Montaggio: Tatiana Casini e Marcello Olasio. Durata: 107’.

Interpreti: Ugo Tognazzi (il commissario Antonio Pepe), Giuseppe Maffioli (il reduce di guerra), Silvia Dionisio (Silvia), Marianne Comtell (Matilde), Elsa Vazzoler (una prostituta), Virgilio Scapin (il conte), Anacleto Lucangeli (il procuratore), Araldo Geremia (un poliziotto), Pippo Starnazza, Gino Santercole, Dana Ghia, Elena Persiani, Rita Calderoni.

[scheda pubblicata su “Vicenza e il cinema” (a cura di A. Faccioli), Marsilio, Venezia 2008, p. 228]

 

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La grande scommessa (2015) **

Come si è arrivati alla grande crisi economica del 2008, la crisi che ha trasformato il mondo in cui viviamo e che subiamo? Ci pensa “La grande scommessa” a svelare il meccanismo a orologeria – inventato negli anni Settanta – e che ha portato al collasso decenni dopo il sistema economico occidentale. Il tutto è visto e vissuto attraverso quattro esperti finanziari che avevano capito prima di altri quel che stava accadendo.

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La trama racconta, fin nei particolari minimi, le questioni e i risvolti che probabilmente giungono per intero solo agli addetti ai lavori (e a chi non getta subito la spugna), eppure il film risulta godibile anche per chi si affida agli aspetti più evidenti, cioè alle cause e agli effetti della speculazione. Nonostante il rischio di perdersi in un labirinto di definizioni gergali e tecnicismi sia sempre in agguato, il film riesce a mantenere la tensione superando qualche leziosità di troppo grazie anche a un cast stellare a proprio agio, a un buon ritmo e montaggio e a qualche espediente di discontinuità che mantiene sveglio l’interesse dello spettatore.  In estrema sostanza, basta essere consci che il diavolo si annida nei dettagli e prima o poi si rivela.

Il film all-star ha il suo punto debole nell’interpretazione di Christian Bale che definire sopra le righe è perfino generoso. A Ryan Gosling, dagli inediti capelli e occhi castani, spetta raccontare e spiegare sintetizzando i passaggi più complicati della macchinazione, e lo fa in camera-look , interpellando direttamente il pubblico.

Il film è coadiuvato dai cameo di Selena Gomes e Margot Robbie – quest’ultima porta in dote un omaggio a “The Wolf of Wall Street” per questioni di affinità finanziarie – in contesti simbolici o evocativi. Al tavolo verde la prima, che ovviamente rimanda all’azzardo delle banche e delle compagnie di rating corrotte per sopravvivere; alla seconda con il non plus ultra della ricchezza smodata rappresentato dalla modella bionda immersa in una vasca da bagno schiumogena, con calice di champagne in mano.

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P.S. chi ha visto il film di Virzì “Il capitale umano” non può non notare che condivide una frase, peraltro forte, con “La grande scommessa” ovvero quando Brad Pitt rimprovera ai due ragazzi rampanti di aver vinto scommettendo sul fallimento del Paese e sulla disoccupazione di milioni di lavoratori.