Creed (2015) ***

Spin off della saga quarantennale di Rocky (il primo film esce, infatti, nel 1976), il personaggio ideato e incarnato da Sylvester Stallone, tra i simboli più fulgidi di Hollywood. In ogni decennio successivo al debutto del suo Rocky, Sly apre almeno una finestra per farci sapere come sta. Infatti, l’ultima volta l’abbiamo incontrato nel 2006, in “Rocky Balboa”.

Siamo ai giorni nostri. Adonis, figlio illegittimo del grande Apollo Creed, dopo un’infanzia difficile –  orfano di entrambi i genitori – , incontra la vedova del padre (interpretata da Phylicia Rashād, la celebre Claire del serial anni Ottanta “I Robinson”) che gli dà una ‘chance’ e  lo aiuta a realizzarsi nel lavoro.
Ma sin da bambino, Adonis raccoglie rabbia, forza e il testimone ideale del padre per salire sul ring. Non prima di aver trovato in un solitario e invecchiato Rocky Balboa il proprio mentore.

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Non sarà un percorso facile per entrambi, anzi, ma presto capiscono che vale la pena compierlo. E non è detto che a imparare sia solo il giovane.

“Creed” è film davvero fresco, con un buon ritmo, attori eccellenti, diretto da Ryan Coogler (classe 1986, nato l’anno successivo l’uscita di “Rocky IV” per dire), anche se talvolta pare un videoclip (ad esempio la scena delle moto che impennando incitano il giovane Creed). Inoltre dà il destro – è il caso di scriverlo – a una malinconica e commovente interpretazione di Stallone.
Vedovo, invecchiato, stanco e malato, rassegnato e nostalgico, vive però una nuova opportunità. Sullo sfondo della vecchia e monumentale Philadelphia, valorizzata dalla splendida la fotografia di Maryse Alberti.

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Il film si basa su una storia edificante, per molti versi prevedibile, e non lo nasconde sin dal primo fotogramma. Così come gli abissi non sono mai abissi e le cose vanno sempre a posto. E’ un mondo nel quale anche l’avversario più becero si rivela uno sportivo eccezionale e leale, pronto a riconoscere il talento di Adonis. Ma in fondo è quel che ci si aspetta dalla saga, né più né meno, siamo dentro con entrambi i piedi – e i pugni – nel sogno americano.

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L’intensa interpretazione di Stallone gli è valsa la seconda nomination agli Oscar della sua carriera, con lo stesso personaggio, peraltro. Infatti la prima fu proprio per “Rocky”, quarant’anni fa. Forse anche Michael B. Jordan, ovvero Adonis, avrebbe meritato un riconoscimento.

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Mustang (2015) ***

«Tutto mutò in un battito di ciglia. Prima stavamo bene e all’improvviso ci ritrovammo nella merda», così recita la piccola Lale, nell’incipit del film.

Questo Piccole donne ribelli nella Turchia contemporanea, si apre e si chiude con un abbraccio. Triste il primo, commosso l’ultimo, è l’abbraccio che unisce due donne colte in stagioni diverse della loro esistenza, Lale — poco più che bambina — e la sua amata professoressa. Le troviamo al termine dell’ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze estive. L’insegnante è in procinto di tornare a Istanbul, a mille km di distanza, ma promette alla fanciulla un fitto scambio epistolare, in attesa di incontrarsi di nuovo.

Le separerà un’estate eccitante, l’inizio di un’epoca nuova, fatta di scoperte, amore, odio, violenza, speranze, morte e resurrezione. Come nel più classico romanzo di formazione.

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Siamo a mille km da Istanbul, mille km dalla metropoli, dalla modernità e, forse, da un’ipotetica libertà. Ma nel contempo siamo vicinissimi a un’idea di futuro racchiusa in una meta da raggiungere.

Al contrario, il paesino cui è toccato vivere a queste cinque sorelle orfane — accudite dall’amorevole nonna e da uno zio dispotico e morboso — è il paradigma della tradizione. Tradizione che reprime ogni afflato di liberazione femminile e aspirazione che vada al di fuori del seminato, del già tracciato da secoli.

Ma non è nella difficile condizione della donna turca, il cuore del film, bensì nel suo antidoto. Oggi quello governato da Erdogan è un Paese musulmano secolarizzato, eppure lontano dal sogno laicista di Atatürk[1]. Al di là dei grandi centri culturali, la Turchia pare un insieme di isole smarrite, preoccupate di fare argine alla modernità, qualunque essa sia. Il film si muove tra stereotipi, e l’eterno ritorno di essi, che vorrebbero ingabbiare le giovani donne, trattate come ordigni pronti a scoppiare. Non appena raggiungono l’età da marito — così come le progenitrici prima di loro —, vengono consegnate dalla famiglia di origine a un’altra. La donna è un oggetto prezioso, ma oggetto, è un essere considerato incapace di autodeterminazione, vittima della propria voluttà e degli uomini. Punto e a capo.

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Dunque è pericoloso che un ragazzo sfiori una ragazza in pubblico, o che si dubiti della sua integrità morale: nessuno la sposerebbe più. Ma, ad esempio, un cortocircuito ammette che un medico — maschio — controlli lo stato d’integrità dell’imene di un’adolescente, per poi rilasciarne un umiliante pezzo di carta che comprovi la serietà della sospettata. Queste contraddizioni alimentano valanghe di ansie e pettegolezzi, apparenze, fobie ataviche, in una parola, ignoranza. L’importante sarà superare con successo la “prova” del sangue virginale sul lenzuolo della prima notte di nozze. Trofeo da sbandierare a congiunti ed estranei. Simbolo di una virtù che solo la donna deve conservare intatta sino alle nozze. Ma, a ben vedere, questo pare il ritratto dell’Italia più arretrata di non molto tempo fa.

Alle cinque sorelle non manca una casa con giardino, né le comodità o lo stile di vita occidentale. La famiglia possiede il Suv, il televisore con lo schermo piatto, il computer. Ciononostante, il fidanzamento ufficiale avviene ancora per trattative familiari, secondo ritualità antiche. Questo significa che per ogni matrimonio d’amore corrisponde un numero indefinito di matrimoni di convenienza, o combinati al di là dei sentimenti.

D’altronde le cinque giovani vite erano già predestinate nelle parole colme di tradizionale buon senso della nonna, sempre divisa tra la comprensione e la preoccupazione per il futuro, tra la compassione e la repressione. Con le migliori intenzioni, la donna sta condannando le sue nipoti all’infelicità. Illude se stessa ancora una volta raccontando loro che di fatto il matrimonio combinato è una promessa d’amore. Così come avvenne per lei con suo marito, al quale, col tempo, ha imparato «a voler bene», sostiene. Ma i tempi sono cambiati e lo sa bene, perciò fa in modo di accelerare quello che ritiene essere l’inevitabile destino.

Ecco che allora il “mustang” titolare si rivela. Simbolo di libertà, evocativo del cavallo non addomesticato, così come sono le cinque sorelle: indomate. Purtroppo pagheranno caro la loro condotta anticonformista. Una esce di scena in modo tragico, una sola si sposa con il proprio amato ma giovanissima, l’altra è invece malmaritata. Le ultime due — visto il destino delle sorelle — si oppongono alla legge ipocrita che le vuole disinnescare e tenteranno la fuga.

Le piccole donne dell’opera prima di Deniz Gamze Ergüven — una giovane regista assai promettente —, rievocano un altro celebre esordio cinematografico, quello di “Il giardino delle vergini suicide” di Sophia Coppola, cui è ispirato a partire dal numero delle sorelle. Un film che, come “Mustang”, è comprensivo di tutti i parallelismi possibili tra bigottismo cieco, bisogno di emancipazione, non solo sessuale, nonché il ritratto della follia di chi vorrebbe proteggere le giovani donne da loro stesse segregandole a vita, imponendo loro di volta in volta una prigione nuova. Con esiti a dir poco disastrosi.

Qualche buco narrativo (ad esempio la fuga dalla casa, con sparizione inspiegata di alcuni personaggi, pare sin troppo facile) non lede la qualità di una storia che fin dall’inizio si pone su un livello narrativo fortemente simbolico.

Un cerchio che si apre e si chiude in un abbraccio.

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[1] Pare utile rilevare che il film è cofinanziato dal Ministero della Cultura turco.

 

“Zoolander N°2” (2o16) *

Con questo secondo Zoolander, torna il refolo di Hollywood sul Tevere, dopo il recente “Spectre”.

Il plot è ovviamente demenziale: una satira precaria ai luoghi comuni sul mondo della moda – oltre alla rima bellezza/ignoranza  comprende ora anche la bulimia  – a parte il fatto che sono tutti (a parte uno) estremamente eterosessuali, anche i più effemminati. Così Stiller tenta di dare un seguito al film che, quindici anni fa, diede vita a un fenomeno di culto.

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Ambientato in una Roma cupa – le atmosfere crepuscolari paiono fondere quelle di Gotham City, La Grande Bellezza e Il Codice da Vinci -, “Zoolander 2” è una travolgente accozzaglia di gag, talvolta anche divertenti (soprattutto nel finale).

Dal punto di vista formale è un film di inseguimenti che si sorregge su un buon ritmo, farcito di apparizioni e cameo di celebrità della musica e della moda, tra essi Sting e Valentino (e l’ormai celebre esecuzione di Justin Bieber). Anche le citazioni parodiche cinematografiche si sprecano, fin troppo peraltro.

Penelope Cruz è completamente fuori registro. Menzione a parte spetta all’esilarante ed eccessivo Will Ferrell nel ruolo del perfido Mugatu, ma oltre a questo rimane il nulla, rinchiuso in un film facilmente dimenticabile.

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“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” (2015) ***

1947. La carriera di Dalton Trumbo, grande sceneggiatore di Hollywood, viene interrotta dalle persecuzioni del maccartismo. La sua volontà di rimanere fedele alle proprie convinzioni  – Trumbo è realmente comunista, stalinista peraltro – gli costa quasi un anno di carcere, con il marchio infamante di traditore, nonché un successivo esilio in Messico. Eppure l’eccentrico autore troverà il modo di continuare a lavorare grazie al proprio talento, a qualche espediente e alla connivenza di produttori di b-movies.

La regia di Jay Roach – reduce da fortunate commedie e film comici demenziali – si fonda su un impianto narrativo lineare e discreto che, senza troppi salti temporali, racconta cronologicamente gli eventi. Dai fasti alle tribolazioni sino alla riabilitazione, valorizzando soprattutto l’azione attorica. La svolta nella vita dello scrittore avviene con il riconoscimento di alcuni grandi nomi di Hollywood come Kirk Douglas con Spartacus (diretto da Stanley Kubrick) e il regista Otto Preminger con Exodus. Entrambi i film usciranno nel 1960 con il nome di Trumbo presente nei titoli, dopo anni di pseudonimi e oblio. Infine, sarà il gradimento espresso dal presidente Kennedy in persona a mettere la parola fine alla “lista nera” e alla proscrizione che impediva a Trumbo, tra gli altri “dieci di Hollywood”, di lavorare nel cinema. Ma la vera fortuna di Trumbo si basa sul supporto della moglie e dei tre figli, nucleo unito in grado di sopportare la lunga traversata nel deserto.

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Il film può fare conto su un grande cast. Tra gli altri, Helen Mirren nel ruolo della terribile giornalista ed ex attrice Hedda Hopper. Feroce anticomunista, Hopper arriva a perseguitare Trumbo, tentando di smascherarlo nella sua attività di sceneggiatore clandestino (mentre costui, sotto falso nome, nel frattempo vince anche un paio di Oscar). Una menzione particolare spetta all’impeccabile John Goodman nei panni del produttore Frank King (straordinaria la scena della mazza da baseball).

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Infine Dalton Trumbo, ossia Bryan Cranston qui nel primo ruolo da protagonista cinematografico. La sua è un’interpretazione sottrattiva che gli vale una nomination agli Oscar 2016. Il film è un corpo a corpo attorno alla figura dello sceneggiatore e spesso il suo volto rugoso diviene un vero e proprio paesaggio nel quale intravedere sensazioni e ironia (anche se nei primi piani si intravede l’indimenticabile Walter White del serial-capolavoro “Breaking Bad”).

“L’ultima parola” è un film che ha reso onore alla memoria di chi, spesso in solitudine, ha fatto della propria vita un manifesto di coerenza e coraggio, seppure dalla “parte sbagliata”. In questo senso è da leggere anche il perdono di Trumbo verso coloro i quali, per paura, hanno abiurato idee politiche e contribuito al confino di colleghi.

Lo scrittore è celebre, tra l’altro, per il ritratto che lo mostra al lavoro nel suo studio preferito, la vasca da bagno.

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The Hateful Eight (2015) **

[Spoiler] “L’8vo film di Quentin Tarantino”: c’è scritto così sul manifesto italiano del film. Uno che cosa legge? L’ottovo. E subito sente puzza di sciatteria. Per non parlare dei doppiaggi pannofineggianti cui bisognerebbe ribellarsi come popolo vittima di un’odiosa tirannia, per restare in tema (visto che si tratta di popolo pagante). Cose che rappresentano il problema minore di un film che ha grossi debiti con la noia. E qui le responsabilità sono degli autori, di Tarantino.

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La durata innanzitutto. I primi tre capitoli, per quanto esteticamente ineccepibili, girati tra bellissime ambientazioni montane,  con attori ben dentro la parte, sono di una lentezza spossante. Ciò è dovuto alla scelta del tempo del film che combacia con il tempo della finzione scenica. Decisione che rende il tutto soporifero, per mancanza di ritmo. Il cambio di passo arriva dal quarto capitolo, oltre la metà del film.

Il processo autocitazionistico (Le iene, Bastardi senza gloria, soprattutto), si mescola alle citazioni del cinema più amato da Tarantino, come di consueto. Ma il western bianco arrossato dal registro grottesco, questa volta però non ha i poteri taumaturgici altrove decisivi.

Nemmeno il lavoro sul razzismo e le origini – impresentabili – della nazione americana ha più la forza dirompente che aveva in Django Unchained. Ma anche questa è una pagina della controversa nascita di una nazione nella stagione dell’intolleranza, per dirla con il padre nobile del cinema americano, Griffith.

Forse siamo dinanzi a un blockbuster di nicchia, per cultori di un cinema vintage, che però rischia di rimanere imprigionato nel gioco del postmoderno, anch’esso all’interno dell’emporio di Minnie. Siamo dinanzi a un meccanismo un po’ più scoperto che in passato, e questo rischia di mostrare la corda.

Corda che alla fine arriva, alla quale sono appese non poche perplessità su un film che, comunque sia, mette in gioco un immaginario potente e vivido.

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Sangue del mio sangue (2015) *

(Eterno) Ritorno a Bobbio, ed ennesimo frutto del lavoro psicoanalitico del regista perpetrato su se stesso. In “Sangue del mio sangue” l’ostentato biografismo di Bellocchio è ancora legato al suo paese natio che ne ha sancito lo strepitoso esordio di I pugni in tasca. La sensazione – che via via diventa consapevolezza – è che il titolo riguardi anche la presenza dei suoi figli tra gli interpreti. Il più noto Pier Giorgio (peraltro molto bravo) e la figlia Elena, imbarazzante feticcio, probabilmente esposto per questioni personali che rimangono imperscrutabili. Ma riguarda pure Alberto Bellocchio, fratello del regista. Tutti e tre – ambientazione bobbiese compresa – già visti in “Sorelle mai” del 2011.

Si tratta di un sangue che vuole scorrere ermetico e ci riesce, ahinoi, benissimo. La cornice è ambientata in un Seicento violento, disperante, ossessionato dalla stregoneria e da una figura di donna forte, di nome Benedetta (di fatto, no), capace di amare oltre gli schemi imposti. Benedetta, un brutto giorno, è condotta dinanzi al tribunale dell’inquisizione per la sospetta istigazione al suicidio di un prelato, con l’ausilio di Lucifero.

Il fratello  – gemello? – del suicida a lui somigliantissimo (interpretato da Pier Giorgio Bellocchio) tenterà di salvarle la vita. Nonostante sia stato inviato dalla madre per fare in modo che la memoria del morto venga riabilitata, per ottenere che i suoi resti siano finalmente sepolti in terra consacrata.

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Benedetta è, dunque, sottoposta a prove terribili; subisce violenze di ogni genere e, infine, sconta una condanna ancor più insopportabile. Ma sempre con lo stoicismo proprio dei santi.

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Il tema del doppio è perfino ridondante: due mazzi di chiavi nel fondo di un ruscello, due fratelli, due sorelle (le perpetue del defunto), ma è anche il doppio che si protrae nei secoli: i due personaggi interpretati da Pier Giorgio, uno nel Seicento l’altro ai giorni nostri (ma che diventano tre con il suicida). Tutta la sovrastruttura simbolica corre parallela al tema titolare, ossia: i legami familiari, di sangue. Sorta di doppio che garantisce, nella prosecuzione dei geni, l’eternità. Eternità che Benedetta saprà guadagnarsi per mezzo dell’espiazione, lasciano stupefatto il mondo.

Nell’episodio ambientato ai giorni nostri, ad esempio, al sangue è legata la figura di un “vampiro”, il conte Basta, un impeccabile Roberto Herlitzka, che assieme a Toni Bertorelli – attori prediletti da Bellocchio – dà vita alla sequenza più bella e sensata del film, ambientata in uno studio dentistico.

Notevole la fotografia di Daniele Ciprì che scolpisce i volti dei personaggi secenteschi con la luce di Gherardo delle Notti e Georges de La Tour (viceversa le inquadrature paesistiche sono fin troppo estetizzanti, sfumate con filtri degni di Instagram).

Ciononostante, “Sangue del mio sangue” è un film da dimenticare.

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L’abbiamo fatta grossa (2016) *

Forse non è poi una grande idea ripescare alla cieca dai personaggi che negli anni Ottanta fecero la fortuna di Verdone. Ancorché invecchiati, ma sostanzialmente immutati nel loro essere irrisolti, oggi risultano involontariamente comici e bidimensionali. Ma farlo se non si ha nulla da dire, be’ allora si può di sicuro scadere nel ridicolo.

Tanto più che nelle prime battute del film il personaggio di Verdone rievoca una pallida imitazione di ‘Sergio’ che in “Borotalco” (1982) a propria volta imita il leggendario Manuel Fantoni. Ridicolo e patetico.

Per quanto riguarda Albanese – nonostante gli sperticati complimenti di Verdone in fase di promozione -, la sua prova non è diversa da quella che caratterizza i molti altri personaggi, anch’essi irrisolti, che ha – ampiamente – portato, dentro e fuori la televisione, negli ultimi vent’anni.
Un attore che non riesce a uscire dai suoi personaggi consueti, forse rappresenta un problema per un film che vorrebbe essere una commedia nuova. Nuova rispetto a un qualsiasi passato riconoscibile. A meno che non si faccia un film su Epifanio.

Inoltre, “L’abbiamo fatta grossa” contiene anche un mezzo plagio di “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati. S’intravede nell’inseguimento di un tesoro nascosto in un oggetto – allora una sedia, qui un cappotto – che è andato perduto e obbliga i protagonisti a cercarlo nei posti più disparati. Ridicolo, patetico e noioso.

L’unica battuta che fa sorridere è la seguente: Verdone chiede un phon ad Albanese e questi risponde che non lo usa dal 1982. Ma è niente in confronto all’imbarazzante finale, con strizzata d’occhio all’antipolitica.

Una commedia basata su continue gag che raramente fanno sorridere diventa un tormento per lo spettatore. La coppia inoltre non funziona così bene, troppo estranei l’uno all’altro. Nemmeno Verdone, l’attore più cinematografico tra i due, brilla. Se l’equivoco di partenza è deludente, allora i doppi sensi non fanno più ridere da quel benedetto 1982, quando Albanese divenne calvo.

Il tentativo di polemica con il blockbuster di Zalone, nato nei giorni del lancio, forse, gli ha pure nociuto. Film da evitare in sala e altrove.

(P.S. vedere Verdone finto prete fa subito “Acqua e sapone”, allora la tristezza diviene ancora più palpabile.)

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Il ponte delle spie (2015) ****

1957, guerra fredda. La lungimiranza di un avvocato statunitense, James Donovan (Hanks), permette di avviare una trattativa di scambio tra una spia sovietica, nascosta dietro il volto mite del pittore di paesaggi Rudolf Abel (Rylance), e il pilota statunitense Powers, il cui aereo-spia è abbattuto in territorio URSS. Di mezzo c’è il muro di Berlino, il confine simbolico tra i due mondi possibili, teatro della trattativa che conduce a un altrettanto simbolico ponte.

Ma nel mezzo del mezzo, sgomita la Repubblica Democratica Tedesca che necessita di uscire dall’immagine di colonia sovietica di infimo rango, per essere riconosciuta a livello internazionale. I tedeschi dell’Est tentano di farlo alle spese di un innocente laureando americano, che si è trovato al di là del muro nel momento sbagliato. Il ragazzo è infatti incarcerato e trattato duramente, perché sospettato di spionaggio. Quest’ultima è un’ipotesi a cui non credono nemmeno i burocrati della DDR, ma è funzionale al gioco delle parti. Mortale gioco, talvolta.

 

Sono molte le immagini notevoli di un film perlopiù cupo, ambientato soprattutto in una Berlino ridotta in macerie annerite dai roghi della guerra, che i russi vogliono rimanga tale, quale monito per il popolo che fu nazista.

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A Il ponte delle spie appartiene un linguaggio narrativo vicino alla perfezione (senza esagerare, eh). Le cui immagini, le inquadrature, i movimenti di macchina o i punti di vista (multipli su un solo ambiente), sono coadiuvati e tenuti insieme da un montaggio complesso, che crea empatia. Infatti, il complesso lavoro di cucitura è teso non solo a descrivere o ambientare, ma a raccontare, anche per mezzo dell’ineffabile, lo stato d’animo dei protagonisti e dei loro interlocutori.
Ovviamente ci sono anche molte parole ad aiutare: è un film con protagonista un avvocato, d’altronde. Insomma: è il cinema.

Sui vari rapporti umani spicca quello di stima instauratosi tra l’avvocato e il suo cliente, ovvero la spia sovietica. Per questo motivo, poiché l’avvocato impedisce che la spia finisca sulla sedia elettrica – mentre sembrava un epilogo già scritto dall’inizio -, Donovan è accusato di tradimento da parte dell’opinione pubblica statunitense. Subisce pure un attentato, che sarebbe potuto costare caro alla sua famiglia. Che nonostante tutto non lo ostacola.
Al di là della filantropia, Donovan vuole tutelare i valori democratici e farli valere rispetto alle violenze appartenenti al blocco sovietico (il soldato è torturato e lo studente è esposto al gelo) e far vincere la trattativa.
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Tra le molte sequenze che mettono in scena la differenza tra mostruosità e diritto, v’è l’emblematico tentativo di fuga da parte di alcuni tedeschi orientali oltre il muro, i quali sono subito falciati da una raffica di colpi sparati dalle guardie. Una scena raccapricciante che Donovan vede dalla S-Bahn, che da Berlino Est lo sta portando in occidente. Quella scena è riconosciuta dal protagonista, tempo dopo, nella sua Brooklyn: alcuni ragazzi stanno saltando una rete di confine tra due proprietà, in quel momento in Donovan avverte lo sgomento, teme il peggio, ma il passaggio avviene senza rischi per la vita per i giovani.

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Donovan, da un vagone della S-Bahn, osserva il tragico tentativo di fuga oltre il muro da parte di alcuni tedeschi orientali.

 

Si tratta di un livello metacinematografico raffinato, dove anche il protagonista diviene spettatore, perciò salda un rapporto diretto tra il suo sguardo in soggettiva e quello dello spettatore che in lui si riconosce.
Menzione speciale per gli attori (sì, anche per Hanks), ma soprattuto per una sceneggiatura senza troppe digressioni edificanti (famiglia a parte) che magnifica il potere della parola e del ragionamento razionale, unico baluardo contro la notte dell’umanità.

C’è spazio per momenti di lieve ironia, che sollevano di quando in quando l’umore appesantito da una Berlino innevata, gotica e crepuscolare.

Il film è sceneggiato, tra gli, altri da Ethan e Joel Coen (e si sente), così come è fotografato da Janusz Kaminski (e si vede).

 

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Joy (2015) **

Un altro sogno americano che si realizza grazie alla televisione. Potrebbe essere questa la sintesi estrema di una commedia che mette in scena la vita (romanzata) di Joy Mangano, inventrice di successo.

Sin dai tempi di Cristoforo Colombo, gli Stati Uniti sono la patria ideale di sognatori che hanno il vizio di realizzare i loro progetti. Joy, precoce erede di Edison, dal canto suo, inventa il mocio leggero, il Miracle Mop che si strizza grazie a un innovativo scatto meccanico. Col vantaggio di non dover mai toccare il fiocco sporco, che una volta usato si può buttare in lavatrice. Se oggi è una qualità acquisita, non lo era attorno al 1990 e il film di David O. Russell si prende la briga di raccontarne le fasi in divenire.

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Nella medesima occasione, Joy si rende protagonista di un’altra rivoluzione dovuta al proprio intuito e talento; ovvero dà vita a un nuovo approccio con la televendita, che risulta più credibile rispetto alle consuete. Si presenta al pubblico delle casalinghe come un loro alter ego vincente, ma acqua & sapone alternativo alle chiome leonine e al trucco egizio delle altre imbonitrici, che paiono, invece, calate dall’alto.

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Così attorno alla televisione ruotano le sfortune e le fortune non solo economiche di una famiglia (italo)americana. Famiglia allargata che si rispecchia in quella della soap opera tipo “Falcon Crest”, sempre sopra le righe, che scandisce la giornata della madre. Quest’ultima è una malata immaginaria – resasi larva in una volontaria clausura – che intravede il mondo via via filtrato dalla TV in bianco e nero degli anni Cinquanta, sino al glitter cotonato dei coloratissimi Ottanta.

Ma il tono farsesco e caricaturale non salva un film che presto delude le aspettative, nonostante un cast di tutto rispetto. L’esorcismo fallisce quando è proprio lo stile della soap opera a mangiarsi il già prevedibile plot, composto di alti e di bassi ma abbozzati, conditi da familiari stravaganti, egoisti e invidiosi, a parte la nonna Mimi (Diane Ladd) e la figlia, alla quale, dopo la morte di Mimi, spetta il compito di incoraggiare Joy e ricordarle la sua missione.

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I personaggi rievocano alcuni stereotipi della letteratura fiabesca, forse per allontanarli dalle legnosità del biopic. Infatti, i caratteri della favola ci sono tutti o quasi: dalla sorellastra invidiosa Peggy (Elisabeth Röhm) – che tenterà di mandare Joy in bancarotta -, al padre problematico – interpretato da De Niro che fa De Niro, facce stropicciate comprese – che le distrugge finanche il giorno del matrimonio augurandole pubblicamente il divorzio, che infine si avvera.

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Alla “matrigna” (Isabella Rossellini) che con una mano le concede un prestito, ma con l’altra tenta di metterle i bastoni tra le ruote e nel momento della sconfitta le rimprovera di essere stata ambiziosa. Più sfaccettati i presunti principi azzurri (che – non a caso – una Joy bambina non prevede nel mondo virtuale di carta da lei creato), ovvero l’ex marito venezuelano Tony (Édgar Ramírez) – già cantante fallito e consorte egoista che però diverrà suo fidato consigliere in affari – e Neil Walker (un impeccabile Bradley Cooper) il quale – forse infatuato di Joy -, le dà ben due possibilità di emergere grazie al suo canale televisivo commerciale, restandone amico anche quando diventeranno avversari. C’è spazio anche per una seconda fata turchina oltre alla nonna, ovvero l’amica del cuore di Joy, Jackie (Dascha Polanco), che sarà sempre al suo fianco fino a quando anche questo Pinocchio irrisolto non diverrà pienamente la Joy “matriarca” che tiene insieme tutta la sua famiglia, comprendendo anche chi l’ha osteggiata o inibita col proprio egoismo.

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I tentativi estetizzanti vintage, già visti nel precedente “American Hustle”, evocano le ricercatezze di Wes Anderson – il quale fonde il personaggio al suo look, come a una maschera della commedia dell’Arte – e giocano con gli abissi luccicanti di “Dinasty”, soap opera citata più volte nel film. Ma la trovata di mostrare i personaggi femminili sempre con la messa in piega, abbigliati in costosi completi e ingioiellati come fosse giorno di festa, sia nella quotidianità come nei rovesci e nei numerosi momenti di prova, non sempre fa da antidoto per contrasto. Anzi, contribuisce al grottesco inverosimile, che alla lunga diviene una posa noiosa senza l’alibi dell’ironia.
Notevole è il tratto surreale che scorre lungo il film – ad esempio i sogni della protagonista rivelano le sue speranze e frustrazioni – che riverbera anche nella voce fuori campo ultraterrena.

Infine merita una menzione particolare la grande prova di Jennifer Lawrence che rappresenta il ‘lato positivo’ (per parafrasare il titolo che – diretta sempre da Russell – le fece ottenere l’Oscar come migliore attrice nel 2013), dà nuovamente prova di carattere e, nonostante la giovane età, risulta credibile anche nei panni della donna matura, performance che le ha fatto guadagnare una nuova nomination come miglior attrice. Lawrence sostiene da sola tutto il peso della storia e le sue continue involuzioni, mantenendo costantemente alta la sua prova attorica.

Ossia: “Joy” è una stucchevole fiaba a lieto fine, con il vantaggio di ospitare una incantevole e fotogenica protagonista, nonché grande attrice (per lei quattro stelline).

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Revenant – Redivivo (2015) ***

Il cosiddetto cinema classico hollywoodiano si è sviluppato tra gli anni Trenta e i Sessanta ed è definito tale quando rispetta alcuni codici di riferimento; il più celebre è il codice Hays. Ad esempio i due generi cinematografici per eccellenza, il musical e il western, per tre decenni ripropongono stereotipi per non incappare nella censura, ma pure perché i produttori sono incentivati da un publico che si aspetta di vedere iterati quegli stereotipi: senza duello non è western; senza gran ballo finale non è musical. E’ il climax che deve far uscire dalla sala soddisfatto lo spettatore. Terminata questa lunga stagione verrà il turno dei film che tenteranno di negare o ribaltare i cliché del western, e per lo stesso motivo saranno prodotti anche musical tragici.

Questo polpettone introduttivo è per dire che “Revenant” recupera i cliché del western scout/trapper, con un supplemento di crudeltà insistita tipica invece del post Hays. E’ ispirato alla vicenda di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), remake di “Uomo bianco va’ col tuo Dio – Man in the Wilderness” di Richard C. Sarafian (USA, 1971), che rientra nell’epopea degli esploratori-eroi, molto celebri nella cultura statunitense. Figure come Davy Crockett, il cacciatore di pelli, ponte culturale con i nativi, vagabondo coraggioso e solitario, disperso nella vastità della Wilderness e soggetto alle sue durissime leggi.

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La storia, la trama – tranne che per alcuni colpi di scena inspiegabilmente rivelati dai trailer – è prevedibile dall’inizio alla fine, ciononostante “Revenant” è un gran film.

Tom-Hardy-The-RevenantRegista, Alejandro González Iñárritu, e direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki giocano con la luce fredda dell’Alberta canadese innevato per dar vita a una visione iperrealista di un viaggio allucinante. Grande stupore e grande piacere sono regalati dalla cura dell’immagine, dell’inquadratura, dell’illuminazione che scolpisce le tenebre. Ci immerge con il protagonista nella natura sconfinata rendendola violenta e bella da mozzare il fiato.

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Emmanuel Lubezki, Making of ‘The Revenant’, Instagram.

Il racconto è scandito dal ritmo del respiro dell’uomo che soffre, che lotta per la propria vita, che vive per la sete di vendetta. Un respiro che, affievolitosi fino quasi a sparire,  ritorna a essere pieno e vigoroso.

“Revenant” potrebbe forse rinunciare ai già pochi dialoghi, ché spesso sembra un film muto, stilemi compresi. Di inquadratura in inquadratura si aprono rimandi a tradizioni letterarie e iconologiche che regista e direttore della fotografia probabilmente nemmeno conoscono o considerano. In particolare, vengono in mente le suggestioni del “Dialogo della Natura e di un Islandese” o di “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” leopardiani, o per quanto riguarda il retroterra visuale “Il viandante sul mare di nebbia” (Friedrich, 1818) per le dimensioni infinitesimali dell’uomo nella vastità del paesaggio selvaggio. Alcune sequenze oniriche mi hanno ricordato il Segantini montano, le sue allegorie femminili eteree rimandano allo spirito della moglie del protagonista.

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Giovanni Segantini, Trittico dell’Engadina (part.), 1896-99.

 

 

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Giovanni Segantini, Le cattive madri, 1896-97.

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Anche i difetti hanno il loro peso. Per quanto riguarda la durata, un buon quarto d’ora in meno e ne avremmo guadagnato tutti; la recitazione, anche quella di DiCaprio, non è sempre all’altezza; i pochi dialoghi sono spesso banali o superflui (ma l’ho visto doppiato, dunque concedo il beneficio del dubbio).

Se si sopportano le lacune della storia – ripeto siamo dinanzi a un western tragico con protagonista uno scout/trapper, che quello fa di mestiere e quelle sono le sue tribolazioni –  e se si guarda il film come un’esperienza leopardiana, allora si gode di un gran spettacolo ed è possibile lasciarsi andare a un viaggio visionario e probabilmente indimenticabile.
(Il grande schermo aiuta, ovviamente.)

 

Emmanuel Lubezki, Making of ‘The Revenant’, Instagram.