The Nice Guys (2016) ***

In una riga: film di sganassoni, ossa rotte, eccessi di sigarette e alcol, grand guignol,  superchicks & porno revolution. Si ride assai.

In quattro paragrafi e una riga: Bud Spencer & Terence Hill sono tornati.
Oddio, questo almeno è nelle intenzioni dei promotori, i quali nel tour di presentazione italiano hanno calcato la mano sull’evocazione dei due eroi nazionali. Al di là della mossa pubblicitaria, l’impronta, in parte, si può riconoscere.
Assecondando il cliché di Bud Spencer, Crowe è soprattutto manesco e solo se costretto usa una qualche arma da fuoco; per lo smilzo l’analogia funziona solo per la somiglianza estetica, infatti il “pistolero” dal braccio ingessato è assai lontano dallo stereotipo astuto e atletico incarnato da Hill.

Superato un primo tempo caotico e disorientante (bisogna tener duro), i fili finalmente si intrecciano in un paradosso narrativo senza via di scampo che respira al ritmo della discomusic e della rivoluzione porno nella Los Angeles del 1977, glamour e violenta, accuratamente ricostruita.

Il punto di forza del film (oltre al montaggio serrato e alla citata colonna sonora, ricchissima) è decisamente rappresentato dai due protagonisti: Crowe appesantito e a proprio agio nel ruolo del forzuto misterioso; Gosling elegantone alcolista con una caterva di problemi personali, nonché una figlia indomabile. C’è da aggiungere che dopo l’exploit di Crazy, Stupid, Love (2011) quest’ultimo si misura di nuovo con il registro brillante rivelandosi sempre più istrione e capace di essere credibile in contesti tra loro diversi, anche comici.

Alla coppia si aggiunge la figlia adolescente di Gosling (attrice promettente, Angourie Rice [sic], classe 2001) – minorenne – smaliziata, emancipata, coraggiosa, colta e morale come Lisa Simpson, figura più unica che rara nel cinema politically correct. Cautele dalle quali il regista, Shane Black (“Iron Man 3”), rifugge assecondando – tra il molto altro – anche gli stereotipi del “niggah” asservito al perfido wasp di turno (che non riveliamo), parodia pulp e citazionista, ma molto meno “politica” che in Tarantino.

Da rivedere in lingua: irritante – as usual – il doppiaggio.

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La grande scommessa (2015) **

Come si è arrivati alla grande crisi economica del 2008, la crisi che ha trasformato il mondo in cui viviamo e che subiamo? Ci pensa “La grande scommessa” a svelare il meccanismo a orologeria – inventato negli anni Settanta – e che ha portato al collasso decenni dopo il sistema economico occidentale. Il tutto è visto e vissuto attraverso quattro esperti finanziari che avevano capito prima di altri quel che stava accadendo.

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La trama racconta, fin nei particolari minimi, le questioni e i risvolti che probabilmente giungono per intero solo agli addetti ai lavori (e a chi non getta subito la spugna), eppure il film risulta godibile anche per chi si affida agli aspetti più evidenti, cioè alle cause e agli effetti della speculazione. Nonostante il rischio di perdersi in un labirinto di definizioni gergali e tecnicismi sia sempre in agguato, il film riesce a mantenere la tensione superando qualche leziosità di troppo grazie anche a un cast stellare a proprio agio, a un buon ritmo e montaggio e a qualche espediente di discontinuità che mantiene sveglio l’interesse dello spettatore.  In estrema sostanza, basta essere consci che il diavolo si annida nei dettagli e prima o poi si rivela.

Il film all-star ha il suo punto debole nell’interpretazione di Christian Bale che definire sopra le righe è perfino generoso. A Ryan Gosling, dagli inediti capelli e occhi castani, spetta raccontare e spiegare sintetizzando i passaggi più complicati della macchinazione, e lo fa in camera-look , interpellando direttamente il pubblico.

Il film è coadiuvato dai cameo di Selena Gomes e Margot Robbie – quest’ultima porta in dote un omaggio a “The Wolf of Wall Street” per questioni di affinità finanziarie – in contesti simbolici o evocativi. Al tavolo verde la prima, che ovviamente rimanda all’azzardo delle banche e delle compagnie di rating corrotte per sopravvivere; alla seconda con il non plus ultra della ricchezza smodata rappresentato dalla modella bionda immersa in una vasca da bagno schiumogena, con calice di champagne in mano.

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P.S. chi ha visto il film di Virzì “Il capitale umano” non può non notare che condivide una frase, peraltro forte, con “La grande scommessa” ovvero quando Brad Pitt rimprovera ai due ragazzi rampanti di aver vinto scommettendo sul fallimento del Paese e sulla disoccupazione di milioni di lavoratori.

Drive (2011) ****

La favola della rana e dello scorpione è un antico apologo morale che fissa (almeno) due archetipi del carattere umano metamorfizzandoli in animali, questi ultimi scelti in base a qualità evidenti: la rana in quanto nuotatrice esemplare, lo scorpione perché killer armato di veleno letale. Il ‘plot’ è semplice e noto: lo scorpione chiede alla rana incontrata in riva al fiume di traghettarlo verso la sponda opposta, accogliendolo sul dorso. La rana temendo di essere punta, dapprima si rifiuta; tuttavia lo scorpione la rassicura sostenendo che, non sapendo nuotare, annegherebbe assieme a essa, qualora decidesse di ucciderla. Così l’anfibio accetta, ma a metà del guado lo scorpione punge la rana, condannando a morte entrambi. A quel punto la rana gli chiede perché del gesto insensato, lo scorpione le risponde laconico: “È la mia natura”.

La favola, attribuita erroneamente a Esopo, fissa in immagini allegoriche eterne da una parte la diffidenza, il sospetto; la natura ineluttabile dall’altra, gettando uno sguardo disincantato e cinico sulle cose del mondo, in un colpo d’occhio pessimistico e senza appello.

Così, un giorno, lo scorpione riappare sotto le sembianze di uno ‘stuntman’ cinematografico senza nome, pilota e meccanico di automobili talentuoso e metodico, dal passato recente affatto limpido (è complice in rapine), il quale, infine, incontra la sua rana, ovvero un pericoloso mafioso. Anche se in modo molto meno lineare rispetto alla favola, lo scorpione ucciderà la rana mentre offre il proprio fianco alla vittima stessa, che così lo pugnala. Avrebbe potuto fuggire lontano, con un milione di dollari frutto di una rapina, eppure decide di fermarsi nel mezzo del guado, facendosi trascinare negli abissi. Perché?

Forse la decisione è presa quando lo scorpione comprende che ha perduto Irene, il grande amore della sua vita e assieme a esso ha perduto un’aurorale paternità con il figlio di lei, Benicio.
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Infatti, lo scorpione è vittima di una macchinazione che lo conduce in un vortice di disperazione e morte, che coinvolge anche il suo grande amico e mentore – interpretato da Bryan Cranston -, che ci rimetterà la vita. Da qui in poi scatta l’ora senza ritorno; il suo unico fine è quello di salvare la donna della quale è innamorato e il figlio che ha idealmente adottato.

Una volta intrappolato in un piano spietato (una rapina nella quale perde la vita Standard, il marito di Irene) comprende che ha a che fare con gente senza scrupoli, dedita a una violenza cieca. Allora lo scorpione risponde di conseguenza, ma dà sfogo a una repressione che sembra provenire dagli abissi più cupi della sua natura velenosa, natura ritratta nel dorso della sua giacca sempre più sporca di sangue (dunque egli stesso porta simbolicamente sul dorso uno scorpione, a propria volta).

Lo stuntman si conosce bene, perché conosce l’apologo antico e sa di essere già in mezzo al fiume, ormai senza più scampo, e in una scena – forse la più bella per sensualità, interpretazione e intensità – , ambientata in un angusto ascensore, si prende per un momento quell’amore – sino ad allora solo sfiorato da occhiate e sorrisi complici, ma mai sbocciato – baciando la sua donna prima di massacrare il sicario al loro fianco, mandato per ucciderli. E lo massacra senza pietà, lordandosi del suo sangue: egli sta difendendo Irene, ignara di tutto, e in quel momento sa che dovrà dire addio a quella donna confusa e spaventata, amata e terrorizzata, che non vedrà mai più. Mentre la porta dell’ascensore si sta per chiudere, riemergendo dal delirio, l’uomo rivolge a Irene un ultimo sguardo disperato e amorevole, mentre toglie la scarpa sporca di sangue e materia cerebrale dal cadavere del sicario che ha ripetutamente calpestato con furia scatenata.

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“Drive” è un film di corpi, sul corpo. Corpi vivi e morti, ed è soprattutto un film dove spicca la fisicità muta e carismatica di Ryan Gosling – qui in una delle sue interpretazioni più riuscite, una recitazione fisica che rievoca i divi del cinema del passato. Il suo sguardo, la postura, i semplici sorrisi o camminate, gesti apparentemente spontanei e minimi, accennati, altresì rendono credibili situazioni e tensioni, aspettative e frustrazioni in divenire e lungo tutto il film.

Premio alla regia (meritatissimo) a Cannes 2011. Colonna sonora memorabile.

“Drive” è diretto dal regista danese Nicolas Winding Refn.