“Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” (2015) **

Ron Howard riesce a mettere in scena un film innocuo, corretto, pur avendo per le mani una storia avventurosa dai risvolti truci, con personaggi votati all’azione. Ma il progetto di per sé insipido è infine salvato da un punto di forza notevole: una fotografia e una regia accurate e sapienti, che aggiungono alla descrizione e ai guizzi della macchina da presa, anche il punto di vista della balena, invenzione squisitamente cinematografica della quale parleremo alla fine.

La cornice, ovvero il pre-testo, mostra un giovane Melville tormentato da un processo di autoindagine psicanalitica che anticipa di mezzo secolo e fa dubitare delle intuizioni di Freud. Inoltre si parla senza arrossire e a sproposito di processi “evolutivi” ben prima di Darwin – ammesso sia una forzatura della traduzione italiana – e in sostanza è il film ad avere grossi problemi di evoluzione, rimanendo fisso sul pelo dell’acqua rischiando di affondare qua e là.

[Da qui in poi, SPOILER]
Ma come spesso accade nei filmoni letterari di Howard le attese, per quanto mai veramente tali, vengono confermate e arrivano a consolare un pubblico raramente disposto a credere che infine si compia un destino crudele e disperato: non che sia obbligatorio, ma c’è da rilevare che gli eventi drammatici non mancano. Le tensioni non sono mai fonte di disagio, emozione; il razzismo – ad esempio – qui non esiste: giusto un po’ di classismo tra bianchi, stemperato e poi dimenticato da uomini probabilmente troppo evoluti (appunto) per il loro rango e il tempo nel quale vivono.

Howard naviga senza troppi disturbi tra una tempesta, un attacco del mostro marino e un naufragio, sino all’inevitabile lieto fine. Nessun lutto, così come nessun dato raccapricciante viene affrontato dai personaggi in prima persona, ma è elaborato dalla voce fuori campo dell’ultimo testimone oculare, ormai anziano, che nasconde un terribile segreto. Che poi – lasciando perdere proprio “Moby Dick” – è un segreto solo per chi non ha mai letto alcuna storia che abbia a che fare con i superstiti di un naufragio, senza cibo o acqua potabile o non conosca la storia che sintetizza il gran telero “La zattera della Medusa” (1819) di Géricault – peraltro coevo ai fatti narrati – : ovvero che i naufraghi, per sopravvivere, se capita, mangiano i propri compagni morti.

Il filo narrativo pone tutti e tre i personaggi protagonisti (il capitano, il primo ufficiale, il mozzo ragazzino/poi anziano ultimo testimone supersite) più il grande capodoglio bianco sullo stesso piano.
Ed è proprio una soggettiva – oltre che il comportamento ‘umanizzato’ – del cetaceo a definire i contorni del fenomeno. Ma il punto di vista della balena è una citazione da “Jaws”? La risposta è scivolosa, non solo per l’ambientazione: nel corso del tempo lo spettatore ne ha viste talmente tante attraverso gli occhi di mammiferi, dinosauri e pesci, che questa non è nemmeno più una citazione o un omaggio ai precedenti, o a un precedente peculiare, ma tradizione cinematografica acquisita e quindi rientra nello stile patinato, estetizzante e rassicurante di Howard.

Dicevamo che “Heart of the Sea” è superficiale come l’ambientazione, che si mantiene a stento a pelo d’acqua: accelera e decelera seguendo il moto ondoso, ma conduce in porto il pubblico, il lungo flash-back, e la cornice con sentimentalismi incrociati (ci sono due coppie che si ritrovano dopo tempo, allora come oggi), ma che paiono giustapposti per completare una sorta di canone cinematografico classico nel quale vi sia oltre all’azione, all’amicizia virile, al valore, alla giustizia, anche la dimensione sentimentale che completa l’uomo vero e lo salva dal naufragio dei ricordi e dei sensi di colpa.

Ultimo appunto: sul grande schermo la finzione della computer grafica sia nelle ricostruzioni del porto, sia degli interni non funziona, mentre l’animazione dei cetacei è spettacolare, così come il grande mostro marino dal cuore umano. Finalmente rappresentato coerentemente come capodoglio, nome omen, produttore di quell’olio di balena che è all’origine di una odissea drammatica ed è al contempo fonte di ispirazione per uno dei più grandi romanzi di sempre.

“Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” (In the Heart of the Sea) è diretto da Ron Howard.

foto di Cinex - onanismo cinefilo.

“Frost/Nixon. Il duello” (2008) ***

Tra i migliori film di Ron Howard di sempre (nonostante una regia statica), è un dossier costruito in divenire, come un lungo flash back, con qualche intervento futuro dei comprimari superstiti. I didascalismi sono utili alla comprensione dei fatti destinati al pubblico straniero o giovane, ma non c’è spazio per inutili pedanterie.

Spicca la prova di un grande Langella, la cui adesione al personaggio Nixon e al Nixon privato è addirittura impressionante. Non una semplice imitazione, la sua è una vera e propria interpretazione vivida.

Il film testimonia un periodo chiave per la storia statunitense, la prova più estrema per la democrazia, e la nascita di una televisione nuova, un’informazione aggressiva e spettacolare, l’infotainment, e insieme si sentono i già rampanti anni Ottanta di cui Frost pare essere un ottimo corifeo (nel bene e nel male).

“Frost/Nixon – Il duello” (Frost/Nixon) è diretto da Ron Howard.

4 marzo 2014

Il Codice da Vinci (2006) * 

Uno studioso di simboli religiosi è investito da un evento che mette in contrapposizione una setta religiosa, che si richiama all’ordine cavalleresco dei monaci templari, e una parte deviata dell’Opus dei. Una rocambolesca fuga per l’Europa e la relativa indagine porterà lo studioso e la nipote di un dirigente del Louvre (assassinato) dinanzi ad una verità inaspettata per entrambi.

Ennesima trasposizione cinematografica impulsiva confezionata sull’ottimo successo letterario (diversi milioni di copie vendute nel mondo) del libro di Dan Brown.

Ma Howard manca almeno due obiettivi preposti: adattare un’opera letteraria al cinema e rendere interessante un film anche a chi (molto pochi per la verità) non avesse letto precedentemente il libro. Rispetto al libro sono ammorbidite le responasbilità della Chiesa nella vicenda (ad esempio il papa) e aumentate le ridicolaggini (Sophie che, scherzando, tenta di camminare sull’acqua), specie nel finale estenuante.
La verosimiglianza è volutamente, si spera, assente, e l’unico attore degno di questo nome è l’inglese, interpretato da Ian McKellen, amico del protagonista Langdon.
Pessimo il doppiaggio italiano del personaggio interpretato da Audey Tatou. Da dimenticare.

“Il codice da Vinci” (The Da Vinci Code) è diretto da Ron Howard, basato sull’omonimo romanzo di Dan Brown.

28 settembre 2006

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Cinderella man (2005) *** 

1929. La crisi economica statunitense getta sul lastrico un pugile professionista che, da uno stato di benessere, piomba nella più cupa miseria; nonostante ciò la famiglia rimane unita nelle difficoltà che sembrano non aver mai fine; la frattura della mano mette il pugile definitivamente alle corde, e così le umiliazioni non hanno soluzione di continuità. Dopo il supplizio, però, il sogno di risollevarsi sembra ogni giorno più concreto…

Film che strizza l’occhio al modo di narrare lineare e in divenire (senza flash-back) del cinema classico statunitense degli anni Quaranta e Cinquanta: alcuni riferimenti a Capra e Wilder sono evidenti. L’unico neo è l’inclinazione alla retorica pauperistica del buon cafone che qua e là emerge assieme ad una speranza nel presidente Roosevelt, messa al confronto con le “invane” proteste delle classi subalterne. Il protagonista crede nel sogno americano e da irlandese caparbio va avanti per la sua strada anche se in tanta povertà e miseria si trova dinanzi alla più sfacciata ricchezza e cinismo: l’invidia sociale non gli appartiene.
Il lato positivo e speranzoso è sempre dietro l’angolo, anche il più rude uomo d’affari ha le sue buone ragioni per esserlo e anche l’assassino di pugili, che fa tanto lo smargiasso, alla fine si congratula con il vincitore.
L’aspetto più importante è l’unità della famiglia nelle avversità, che arriva, nonostante tutto, fino all’ultimo ed esasperato incontro che dovrà decretare il compimento di un sogno.
Impeccabile la regia, anche se a volte è troppo fredda, ottima la fotografia.
Bravo Crowe, troppo zuccherosa invece la Zellweger, imbarazzante la doppiatrice Gruppi Izzo che le dà una voce da bambina.

Cinderella Man (Cinderella Man, Usa 2005) di Ron Howard – con Russell Crowe, Renée Zellweger, Paul Giamatti, Craig Bierko, Paddy Considine, Bruce McGill

3 dicembre 2005