Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) ***

Roma, giorni nostri. Enzo Ceccotti, indifferente e apatico ladruncolo di Tor Bella Monaca, un bel giorno scopre di aver sviluppato una forza esponenziale a causa della contaminazione da rifiuti radioattivi (abbandonati nel fondo del Tevere), con i quali viene accidentalmente in contatto. Lo scopre nel modo peggiore, ovvero dopo essere precipitato da un’altezza considerevole, senza conseguenze.
La vera svolta nella vita di Enzo avviene quando incontra Alessia, ragazza con problemi psichici, convinta dalle circostanze che Enzo sia Hiroshi Shiba, l’eroe del suo cartone animato preferito, Anime che dà il titolo al film.

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L’ibridazione tra un prodotto a budget limitato – (semi)indipendente e italiano -, e l’immaginario hollywoodiano creato dal cinema dei supereroi, può sembrare un azzardo e con un destino segnato, quanto noto. Come da tradizione decennale, al piccolo produttore/autore non resta che parodiare quell’immaginario, per salvare apparenze, contenuti, costi, ammesso che ci riesca.
Ma Lo chiamavano Jeeg Robot è parodia fino a un certo punto, poiché si pone in equilibrio tra generi e grottesco, provando a giocare con i cliché, ma senza rimanerne travolto (o perdere la sfida).

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Le ambientazioni, i nomi dei personaggi, le inflessioni dialettali riportano il tutto a una dimensione familiare, fuori dalla mitologia nipponica che rimane in effigie, ma ne è una sorta di antidoto.

Intanto vediamo che cosa non pare essere questo film piacione:

1. Il solito battutismo romanesco, che permane, non è qui un espediente di bottega. Laddove di solito la battuta in vernacolo ha il compito di puntellare un edificio perennemente pericolante, in questo caso diviene corredo e sembra esserci un interessante lavoro selettivo sul linguaggio;

2. Data l’ambientazione malavitosa e stereotipata del film, appare strano che il bozzettismo rimanga invece controllato (e qui non diviene rassicurante rifugio di chi punta troppo in alto, ma poi deve correre ai ripari);

3. Non è nemmeno un patchwork, un cult dei cult alla maniera dei tarantiniani, nonostante la concessione al Grand Guignol, al pulp, al gore sia – sempre – cinefila risulta sorvegliata, e le citazioni non sono pretestuose.

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Ecco, invece, che cosa sembra questo Jeeg Robot, a caldo, in mezzo a diffusi giudizi positivi, che talvolta paiono fin troppo indulgenti:

a. Il gioco dei generi cinematografici e letterari del regista Mainetti, assieme agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e  Menotti – quest’ultimo fumettista -, riesce bene. Non si ferma alla caricatura della società, che pure c’è, ma oscilla, come abbiamo accennato, continuamente spingendo il grottesco verso lo splatter;

b. Nel fondo del Tevere sprofonda un Pinocchio irrisolto, che quando riemerge dalle acque malsane deve provare a diventare grande (e forte). Una rinascita con una “spintarella”, proprio come il burattino di legno che diventa un bambino vero. C’è pure l’aiuto del grillo parlante (Alessia, che fa la sua stessa fine);

c. Così come c’è l’immaginario infantile tradito da un futuro che – sembra aggiungere Mainetti -, alla fin fine nel 2016, possiamo pure ammettere si è rivelato deludente. Soprattutto riguardo il mantenimento delle promesse.

Questo film, come il suo eroe, ha alcuni punti deboli:

1. I sogni di gloria incartati e confezionati dall’effimera popolarità della Tv commerciale (critica conformista, ormai fuori tempo massimo) generano mostri pazzoidi piuttosto pericolosi. Perché disposti a tutto per un po’ di popolarità su YouTube. Probabilmente il punto più pedante e moralista del film, del quale non si avvertiva la necessità (nonostante la coerenza narrativa, per carità, che porta al finale);

2. Il tema del riscatto è ambiguo che rimane sospeso, fumettistico (nella sua accezione pre-Nolan). Ovvero riscattarsi di per sé è impossibile, punto. Sempre che nel frattempo – grazie alle scorie radioattive – non diventi Super Qualcuno;

3. La generazione dei quarantenni è rappresentata nella sua congeniale crisi d’identità – anche mascolina senza stimoli, sfigata. Non certo un colpo di originalità (sennò, vien da pensare, che film italiano sarebbe?);

4. Dunque, sobillato da un’anima innocente, il protagonista – ormai divenuto Hiroshi – torna a rifugiarsi nei modelli più puri e manichei, dove i buoni sono tali senza se e senza ma. Nei sogni di gloria questi modelli hanno le fattezze di Jeeg e dei robottoni (in un primo tempo, il film si sarebbe dovuto intitolare Lo chiamavano Ufo Robot). Ma anche questo passaggio parallelo, forse, avrebbe meritato una riflessione in più.

***

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I personaggi rientrano negli stereotipi dei marginalizzati – eredi sui generis dei borgatari di Pasolini e di Scola – affini ai protagonisti di serial televisivi nazionali, più o meno recenti – che raccontano la malavita romana e campana di ieri e di oggi.

Si riconoscono innesti dal film Romanzo criminale (sin dal protagonista, un bravo Santamaria imbolsito e improbabile quanto basta a essere convincente) a “Gomorra. La serie“, con tanto di malavitosi di Scampia. Sino al recente e gotico Suburra – peraltro dello stesso regista che ha diretto alcuni episodi del serial Gomorra e di “Romanzo criminale. La serie“, Stefano Sollima. Tanto che alcuni personaggi e situazioni paiono arrivare direttamente da Suburra (ma gira che ti rigira, siamo nei paraggi).
Mainetti stesso proviene dalla fiction televisiva – e la sua esperienza è prima di tutto attorica – e ne conosce il respiro e il passo. Forse per questo è riuscito a dominare bene la parte recitativa e condurre gli attori in porto, valorizzandone le performances così eterogenee tra loro.

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Il folletto vilain à la Joker è interpretato dall’iperattivo Luca Marinelli – protagonista di varie sequenze cult, quasi tutte canore – che ricorda da vicino Cesare, la sua parte in Non essere cattivo (2015) ultimo film di Claudio Caligari. Ma evoca anche l’inevitabile e già citata dimensione pasoliniana: abitante disperatissimo di una baracca lercia dove però girano soldi, droga e morte. Non solo: egli ricorda pure i personaggi sballati di Andrea Pazienza (nel film di Caligari, Marinelli pare un ricalco di Zanardi). Chissà se queste similitudini non siano sintomo di poca duttilità dell’attore, staremo a vedere.

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La rivelazione è comunque la fotogenica Ilenia Pastorelli, convincente nel ruolo di Alessia. Personaggio affatto facile, sia per l’interpretazione bambinesca e complessa di una persona ingenua ma saggia e visionaria, sia per ritmi verbali indiavolati.

Al di là delle ascendenze televisive e fumettistiche, Lo chiamavano Jeeg Robot è un film per il grande schermo. Quel che colpisce positivamente è che oltre a essere un prodotto di sceneggiatura  – che perciò non perde pezzi – sa essere complesso, valorizzando la freschezza della recitazione di attori davvero in parte.

Nonostante qualche corrività e conformismo già notati in precedenza, il film è godibile e, pur con i suoi limiti produttivi, sembra espressione di una reale industria cinematografica nazionale, parte di un piano lungimirante ed eterogeneo. Ma quella italiana è un’industria che – come i superereoi – non esiste, nonostante qualche illusoria epifania. Come questo Jeeg Robot, che ha anche qualche ambizione in più, che per una volta non nuoce.

Qualche critico,  magari sotto (comprensibile) stress, parlando del film si è già giocato la definizione “capolavoro”. Non pare proprio il caso. Jeeg è uno dei migliori film nazionali degli ultimi anni, molto divertente e ben realizzato, ma non può ne sa – né vuole – essere diverso da sé. Anche se è già qualcosa più del nulla cui siamo assuefatti, altrimenti si rischia di confondere una luce di lampadina con quella del sole.
Ovvero il reale problema è semmai il livello della media dei film italiani, non propriamente entusiasmante, per usare un eufemismo.

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Perfetti sconosciuti (2015) **

Metti una sera a una cena tra amici, durante un’eclissi di luna, i cellulari.

Esercizio di bella penna, con un buon cast all’altezza della prova.
Commedia di sceneggiatura, nonché di impianto teatrale, caratterizzata da buone battute, ambientata soprattutto attorno a un tavolo, in una sala da pranzo. Nonostante ciò la dimensione minimale è salvata da un buon senso del ritmo.
Si ride delle nostre nevrosi, di ultraquarantenni in crisi, risolti o meno, spaventati dalla vecchiaia, dalla solitudine, dalla paura di non essere più desiderabili.

Si ride in particolare per le doti istrioniche di Giallini, Leo e Mastandrea, con immancabile biascico romanesco per arrivare alla battuta. I personaggi femminili, invece, paiono abbozzati, stereotipati, prevedibili. Dato ricorrente nelle commedie nostrane.
Fuori luogo, in ogni senso, Battiston.
Colpo di scena. Nel complesso non male, se bisogna accontentarsi.

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Remember (2015) °

Il deludente “Remember” oscilla tra buchi di sceneggiatura imbarazzanti e la noia data dal pedinamento dell’anziano protagonista, interpretato da un pur bravo Christopher Plummer.

Il soggetto è logoro: pare di assistere a un “Memento” scalcagnato – perché altamente incoerente – innestato sulla trama di “Camminando sull’acqua” e, in parte, di “This Must Be the Place”. Film, questi ultimi, che già avevano i loro seri problemi di sceneggiatura e di resa cinematografica, oltre a risultare anche poco convincenti nel ganglo narrativo più scottante. Ovvero, quello della caccia al nazista, ormai con un piede nella fossa, per giustiziarlo. Non basta chiamare in causa la Shoah, o le connessioni storiche a essa riconducibili, per fare un buon film, ahinoi. Tantomeno per nasconderne il fallimento.

Peccato per le glorie del cinema coinvolte, Martin Landau e Bruno Ganz, oltre al citato protagonista, la cui recitazione rappresenta senz’altro la parte migliore del film.
Appare anche Dean Norris, ancora una volta poliziotto, ma la sua performance è sopra le righe, in una parola: imbarazzante.

Egoyan (che, nonostante l’età anagrafica, pare un regista vecchio, forse più dei suoi stessi attori) attrezza addirittura un sub-finale con allegato “spiegone” – come si conviene ai film malriusciti -, atto a svelare una volta di troppo l’intento didattico dell’opera.

Superato lo sgomento, si è portati a pensare che un possibile rischio collaterale alla visione di “Remember”  possa favorire che la noia, la prevedibilità e i pregiudizi antiebraici, per quanto criticamente messi in scena, soverchino gli intenti di base dedicati proprio al ricordo titolare, in cambio di un necessario oblio verso un film inutile, pensato per platee di studenti adolescenti.

Considerati i risultati, non guasterebbe una moratoria‬ sui soggetti dedicati alla caccia ai nazisti anziani.

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Il caso Spotlight (2015) ***

Anche a Boston “la Chiesa ragiona in termini di secoli”,  così sentenzia una battuta emblematica del film. Accanto a questa osservazione solenne sul mantenimento dello status quo, esistono i numeri esorbitanti degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici della Diocesi locale, con a capo il cardinale Law. Crimini coperti da un sistema rodato di insabbiamento, messo in piedi dalle gerarchie e da alcuni avvocati – che si arricchiscono alle spalle delle vittime -, garantendo impunità e nuovi delitti.

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“Spotlight” ricostruisce fedelmente le fasi dell’inchiesta che ha obbligato l’opinione pubblica mondiale a fare i conti con una realtà impressionante, fino ad allora immersa nel dubbio e in qualche sporadica denuncia, ma senza alcuna conseguenza per i colpevoli e la Chiesa stessa. Tutto gira intorno al calembour coniato da una vittima di abusi: “pregare equivale a predare”, ed è il risvolto di  un fenomeno – considerato tale data la quantità di preti e vittime coinvolti – definito anche di “rilevanza psichiatrica”.

Nel mezzo è il racconto dei “sopravvissuti”, gente che ha subito molestie e violenze a livello fisico e “spirituale”, ovvero chi non è stato inghiottito da alcolismo o droga o si è suicidato, ma ha tentato in ogni modo di combattere e denunciare, spesso ricevendo il marchio infamante della mitomania.
E’ un film da vedere attentamente, poiché restituisce l’identikit di una società e di una nazione cui appartengono contraddizioni macroscopiche, ma che talvolta sa  – ancorché dopo lunghi ritardi -, grazie ai propri anticorpi sociali, darsi una speranza di rinnovamento e un’occasione in più per celebrare la giustizia.

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Tra tutti, il personaggio interpretato da Mark Ruffalo ha spesso a che fare con le porte: le apre per gli altri, cerca di far aprire quelle chiuse, le sbatte quando è contrariato, ma è colui che aprendo nuovi varchi lascia entrare la luce, illuminando fatti a lungo occultati.

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In questi atti simbolici c’è la capacità di un film di non essere solo la cronaca documentaria e magari noiosa di un’inchiesta. Tutt’altro, riesce nel contempo a comunicare attese, ansie, dubbi, paure, irrazionalità e umanità, senza bisogno di ricorrere al melodramma spinto o alla sottolineatura didascalica.

McCarthy riesce così a creare un gran film per mezzo di regia, fotografia e montaggio ottimi. Qualità che valorizzano una grande sceneggiatura, nonché un cast di attori affiatato  e credibile. Scelte, queste, che hanno fruttato al film ben sei candidature agli Oscar 2016.

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Zootropolis (2016) *

Le cose migliori del film si erano viste nei trailer. Che è tutto dire.
“Zootropolis” è una commediola politicamente corretta in salsa evoluzionista che pare voler controbilanciare – in direzione senz’altro rassicurante – l’altrettanto darwiniano, ma assai meno consolatorio, “Viaggio di Arlo” (quest’ultimo, di diretta filiazione Pixar, in confronto, è molto più interessante).
Gli Studios disneyani qui prediligono più che mai il messaggio edificante e la forma, ma a discapito di trama, personaggi e narrazione.

Niente di nuovo, invece, nella riattualizzazione dei temi già messi in scena in “Il pianeta delle scimmie”. Solo che è un mondo più affollato e diversificato in modo che la metafora dell’umano oltrumano venga marcata senza lasciare nulla di intentato. Ciò che ne esce è un relativismo spintissimo ma goffo.
Il politically correct è più che mai il perno attorno al quale riflettere su razzismo e convivenza, nella prospettiva del caleidoscopio di diversità (c’è anche uno stereotipatissimo giaguaro gay obeso, che impazzisce letteralmente al concerto di Shakira).

L’utopia della società futura è dichiarata sin nel titolo originale “Zootopia”, dove le razze animali (si badi bene: solo mammiferi) convivono nel meltin’ pot minacciato da una forza oscura, conformista (= gregge). Questa per mezzo di una droga (= pregiudizi) riduce i predatori carnivori – già rieducati ai mirtilli, tra l’altro, da secoli di evoluzione pacificante, sorta di Cura Lodovico – di nuovo in belve fameliche e potenzialmente assassine, per giunta irriducibili, schiumanti di rabbia e quadrupedi. Ossia l’involuzione.
Ce n’è abbastanza per uscire dalla sala frastornati dall’eccesso di tematiche sociali, circonvoluzioni condite di superficialità e gratuiti distinguo.
Ad esempio i lupi – com’è usuale dalla notte dei tempi delle favole – rimangono cattivi e piuttosto ottusi, e anche questi hanno a che fare col branco, declinazione del conformismo, affine a un particolare gregge che nel film è visto in senso spregiativo.
Insomma nella Zootropolis del futuro dovranno trionfare le individualità che sostengono una società tollerante, variegata e plurale, dove la maggioranza degli erbivori (che è schiacciante) tutela la minoranza degli ex predatori in disarmo.

La parte migliore della produzione rimane la computer grafica (voto: 4 stelle), giunta a livelli sbalorditivi, sia per cura che per versimiglianza. Lasseter si conferma un produttore di rango, almeno in questo.

Non mancano citazioni cinematografiche (scontate, come ad esempio, “Il padrino”) o tratte da serial televisivi (addirittura “Breaking Bad”).
Il doppiaggio italiano è lasciato nelle mani di guitti narcisisti, privi di freni inibitori o pietà.
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Tutto può accadere a Broadway (2014) ***

She’s Funny That Way è il titolo originale di un’autentica ‘screwball comedy’ vecchio stile tra Lubitsch (ampiamente citato) e il Woody Allen più brillante presente in ogni singolo fotogramma, scelta delle musiche compresa.

Storie di tradimenti ed equivoci ruotano attorno a un regista (Wilson) e alla sua commedia in allestimento. Il film diretto da Peter Bogdanovich è interpretato da un cast che raggruppa generazioni diverse con un senso del ritmo notevole.
Non manca la sorpresona finale.

Ovvero: niente di nuovo, ma scritto, recitato, girato, fotografato e montato benissimo.

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Creed (2015) ***

Spin off della saga quarantennale di Rocky (il primo film esce, infatti, nel 1976), il personaggio ideato e incarnato da Sylvester Stallone, tra i simboli più fulgidi di Hollywood. In ogni decennio successivo al debutto del suo Rocky, Sly apre almeno una finestra per farci sapere come sta. Infatti, l’ultima volta l’abbiamo incontrato nel 2006, in “Rocky Balboa”.

Siamo ai giorni nostri. Adonis, figlio illegittimo del grande Apollo Creed, dopo un’infanzia difficile –  orfano di entrambi i genitori – , incontra la vedova del padre (interpretata da Phylicia Rashād, la celebre Claire del serial anni Ottanta “I Robinson”) che gli dà una ‘chance’ e  lo aiuta a realizzarsi nel lavoro.
Ma sin da bambino, Adonis raccoglie rabbia, forza e il testimone ideale del padre per salire sul ring. Non prima di aver trovato in un solitario e invecchiato Rocky Balboa il proprio mentore.

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Non sarà un percorso facile per entrambi, anzi, ma presto capiscono che vale la pena compierlo. E non è detto che a imparare sia solo il giovane.

“Creed” è film davvero fresco, con un buon ritmo, attori eccellenti, diretto da Ryan Coogler (classe 1986, nato l’anno successivo l’uscita di “Rocky IV” per dire), anche se talvolta pare un videoclip (ad esempio la scena delle moto che impennando incitano il giovane Creed). Inoltre dà il destro – è il caso di scriverlo – a una malinconica e commovente interpretazione di Stallone.
Vedovo, invecchiato, stanco e malato, rassegnato e nostalgico, vive però una nuova opportunità. Sullo sfondo della vecchia e monumentale Philadelphia, valorizzata dalla splendida la fotografia di Maryse Alberti.

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Il film si basa su una storia edificante, per molti versi prevedibile, e non lo nasconde sin dal primo fotogramma. Così come gli abissi non sono mai abissi e le cose vanno sempre a posto. E’ un mondo nel quale anche l’avversario più becero si rivela uno sportivo eccezionale e leale, pronto a riconoscere il talento di Adonis. Ma in fondo è quel che ci si aspetta dalla saga, né più né meno, siamo dentro con entrambi i piedi – e i pugni – nel sogno americano.

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L’intensa interpretazione di Stallone gli è valsa la seconda nomination agli Oscar della sua carriera, con lo stesso personaggio, peraltro. Infatti la prima fu proprio per “Rocky”, quarant’anni fa. Forse anche Michael B. Jordan, ovvero Adonis, avrebbe meritato un riconoscimento.

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Mustang (2015) ***

«Tutto mutò in un battito di ciglia. Prima stavamo bene e all’improvviso ci ritrovammo nella merda», così recita la piccola Lale, nell’incipit del film.

Questo Piccole donne ribelli nella Turchia contemporanea, si apre e si chiude con un abbraccio. Triste il primo, commosso l’ultimo, è l’abbraccio che unisce due donne colte in stagioni diverse della loro esistenza, Lale — poco più che bambina — e la sua amata professoressa. Le troviamo al termine dell’ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze estive. L’insegnante è in procinto di tornare a Istanbul, a mille km di distanza, ma promette alla fanciulla un fitto scambio epistolare, in attesa di incontrarsi di nuovo.

Le separerà un’estate eccitante, l’inizio di un’epoca nuova, fatta di scoperte, amore, odio, violenza, speranze, morte e resurrezione. Come nel più classico romanzo di formazione.

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Siamo a mille km da Istanbul, mille km dalla metropoli, dalla modernità e, forse, da un’ipotetica libertà. Ma nel contempo siamo vicinissimi a un’idea di futuro racchiusa in una meta da raggiungere.

Al contrario, il paesino cui è toccato vivere a queste cinque sorelle orfane — accudite dall’amorevole nonna e da uno zio dispotico e morboso — è il paradigma della tradizione. Tradizione che reprime ogni afflato di liberazione femminile e aspirazione che vada al di fuori del seminato, del già tracciato da secoli.

Ma non è nella difficile condizione della donna turca, il cuore del film, bensì nel suo antidoto. Oggi quello governato da Erdogan è un Paese musulmano secolarizzato, eppure lontano dal sogno laicista di Atatürk[1]. Al di là dei grandi centri culturali, la Turchia pare un insieme di isole smarrite, preoccupate di fare argine alla modernità, qualunque essa sia. Il film si muove tra stereotipi, e l’eterno ritorno di essi, che vorrebbero ingabbiare le giovani donne, trattate come ordigni pronti a scoppiare. Non appena raggiungono l’età da marito — così come le progenitrici prima di loro —, vengono consegnate dalla famiglia di origine a un’altra. La donna è un oggetto prezioso, ma oggetto, è un essere considerato incapace di autodeterminazione, vittima della propria voluttà e degli uomini. Punto e a capo.

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Dunque è pericoloso che un ragazzo sfiori una ragazza in pubblico, o che si dubiti della sua integrità morale: nessuno la sposerebbe più. Ma, ad esempio, un cortocircuito ammette che un medico — maschio — controlli lo stato d’integrità dell’imene di un’adolescente, per poi rilasciarne un umiliante pezzo di carta che comprovi la serietà della sospettata. Queste contraddizioni alimentano valanghe di ansie e pettegolezzi, apparenze, fobie ataviche, in una parola, ignoranza. L’importante sarà superare con successo la “prova” del sangue virginale sul lenzuolo della prima notte di nozze. Trofeo da sbandierare a congiunti ed estranei. Simbolo di una virtù che solo la donna deve conservare intatta sino alle nozze. Ma, a ben vedere, questo pare il ritratto dell’Italia più arretrata di non molto tempo fa.

Alle cinque sorelle non manca una casa con giardino, né le comodità o lo stile di vita occidentale. La famiglia possiede il Suv, il televisore con lo schermo piatto, il computer. Ciononostante, il fidanzamento ufficiale avviene ancora per trattative familiari, secondo ritualità antiche. Questo significa che per ogni matrimonio d’amore corrisponde un numero indefinito di matrimoni di convenienza, o combinati al di là dei sentimenti.

D’altronde le cinque giovani vite erano già predestinate nelle parole colme di tradizionale buon senso della nonna, sempre divisa tra la comprensione e la preoccupazione per il futuro, tra la compassione e la repressione. Con le migliori intenzioni, la donna sta condannando le sue nipoti all’infelicità. Illude se stessa ancora una volta raccontando loro che di fatto il matrimonio combinato è una promessa d’amore. Così come avvenne per lei con suo marito, al quale, col tempo, ha imparato «a voler bene», sostiene. Ma i tempi sono cambiati e lo sa bene, perciò fa in modo di accelerare quello che ritiene essere l’inevitabile destino.

Ecco che allora il “mustang” titolare si rivela. Simbolo di libertà, evocativo del cavallo non addomesticato, così come sono le cinque sorelle: indomate. Purtroppo pagheranno caro la loro condotta anticonformista. Una esce di scena in modo tragico, una sola si sposa con il proprio amato ma giovanissima, l’altra è invece malmaritata. Le ultime due — visto il destino delle sorelle — si oppongono alla legge ipocrita che le vuole disinnescare e tenteranno la fuga.

Le piccole donne dell’opera prima di Deniz Gamze Ergüven — una giovane regista assai promettente —, rievocano un altro celebre esordio cinematografico, quello di “Il giardino delle vergini suicide” di Sophia Coppola, cui è ispirato a partire dal numero delle sorelle. Un film che, come “Mustang”, è comprensivo di tutti i parallelismi possibili tra bigottismo cieco, bisogno di emancipazione, non solo sessuale, nonché il ritratto della follia di chi vorrebbe proteggere le giovani donne da loro stesse segregandole a vita, imponendo loro di volta in volta una prigione nuova. Con esiti a dir poco disastrosi.

Qualche buco narrativo (ad esempio la fuga dalla casa, con sparizione inspiegata di alcuni personaggi, pare sin troppo facile) non lede la qualità di una storia che fin dall’inizio si pone su un livello narrativo fortemente simbolico.

Un cerchio che si apre e si chiude in un abbraccio.

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[1] Pare utile rilevare che il film è cofinanziato dal Ministero della Cultura turco.

 

“Zoolander N°2” (2o16) *

Con questo secondo Zoolander, torna il refolo di Hollywood sul Tevere, dopo il recente “Spectre”.

Il plot è ovviamente demenziale: una satira precaria ai luoghi comuni sul mondo della moda – oltre alla rima bellezza/ignoranza  comprende ora anche la bulimia  – a parte il fatto che sono tutti (a parte uno) estremamente eterosessuali, anche i più effemminati. Così Stiller tenta di dare un seguito al film che, quindici anni fa, diede vita a un fenomeno di culto.

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Ambientato in una Roma cupa – le atmosfere crepuscolari paiono fondere quelle di Gotham City, La Grande Bellezza e Il Codice da Vinci -, “Zoolander 2” è una travolgente accozzaglia di gag, talvolta anche divertenti (soprattutto nel finale).

Dal punto di vista formale è un film di inseguimenti che si sorregge su un buon ritmo, farcito di apparizioni e cameo di celebrità della musica e della moda, tra essi Sting e Valentino (e l’ormai celebre esecuzione di Justin Bieber). Anche le citazioni parodiche cinematografiche si sprecano, fin troppo peraltro.

Penelope Cruz è completamente fuori registro. Menzione a parte spetta all’esilarante ed eccessivo Will Ferrell nel ruolo del perfido Mugatu, ma oltre a questo rimane il nulla, rinchiuso in un film facilmente dimenticabile.

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“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” (2015) ***

1947. La carriera di Dalton Trumbo, grande sceneggiatore di Hollywood, viene interrotta dalle persecuzioni del maccartismo. La sua volontà di rimanere fedele alle proprie convinzioni  – Trumbo è realmente comunista, stalinista peraltro – gli costa quasi un anno di carcere, con il marchio infamante di traditore, nonché un successivo esilio in Messico. Eppure l’eccentrico autore troverà il modo di continuare a lavorare grazie al proprio talento, a qualche espediente e alla connivenza di produttori di b-movies.

La regia di Jay Roach – reduce da fortunate commedie e film comici demenziali – si fonda su un impianto narrativo lineare e discreto che, senza troppi salti temporali, racconta cronologicamente gli eventi. Dai fasti alle tribolazioni sino alla riabilitazione, valorizzando soprattutto l’azione attorica. La svolta nella vita dello scrittore avviene con il riconoscimento di alcuni grandi nomi di Hollywood come Kirk Douglas con Spartacus (diretto da Stanley Kubrick) e il regista Otto Preminger con Exodus. Entrambi i film usciranno nel 1960 con il nome di Trumbo presente nei titoli, dopo anni di pseudonimi e oblio. Infine, sarà il gradimento espresso dal presidente Kennedy in persona a mettere la parola fine alla “lista nera” e alla proscrizione che impediva a Trumbo, tra gli altri “dieci di Hollywood”, di lavorare nel cinema. Ma la vera fortuna di Trumbo si basa sul supporto della moglie e dei tre figli, nucleo unito in grado di sopportare la lunga traversata nel deserto.

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Il film può fare conto su un grande cast. Tra gli altri, Helen Mirren nel ruolo della terribile giornalista ed ex attrice Hedda Hopper. Feroce anticomunista, Hopper arriva a perseguitare Trumbo, tentando di smascherarlo nella sua attività di sceneggiatore clandestino (mentre costui, sotto falso nome, nel frattempo vince anche un paio di Oscar). Una menzione particolare spetta all’impeccabile John Goodman nei panni del produttore Frank King (straordinaria la scena della mazza da baseball).

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Infine Dalton Trumbo, ossia Bryan Cranston qui nel primo ruolo da protagonista cinematografico. La sua è un’interpretazione sottrattiva che gli vale una nomination agli Oscar 2016. Il film è un corpo a corpo attorno alla figura dello sceneggiatore e spesso il suo volto rugoso diviene un vero e proprio paesaggio nel quale intravedere sensazioni e ironia (anche se nei primi piani si intravede l’indimenticabile Walter White del serial-capolavoro “Breaking Bad”).

“L’ultima parola” è un film che ha reso onore alla memoria di chi, spesso in solitudine, ha fatto della propria vita un manifesto di coerenza e coraggio, seppure dalla “parte sbagliata”. In questo senso è da leggere anche il perdono di Trumbo verso coloro i quali, per paura, hanno abiurato idee politiche e contribuito al confino di colleghi.

Lo scrittore è celebre, tra l’altro, per il ritratto che lo mostra al lavoro nel suo studio preferito, la vasca da bagno.

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