“Inside Out” (2015) ***

Sarà colpa della fantomatica teoria del gender se le emozioni che animano Riley, la piccola protagonista dell’ultimo lungometraggio Disney/Pixar, sono miste? Ossia Gioia, Tristezza e Disgusto sono femmine; Paura e Rabbia sono maschi, mentre le emozioni che abitano la mamma e il papà di Riley corrispondono al loro rispettivo genere senza eccezioni, capelli lunghi da una parte, baffi dall’altra? Forse, al di là della facile ironia sulla polemica del momento, è una finezza che va colta, allusiva di un’identità ancora indefinita, chissà.

“Inside Out” mette in scena una storia radicale raccontata senza troppi infingimenti, dove la tristezza e la gioia si scoprono via via complementari e non così antitetiche come siamo portati a credere (e desiderare). Spesso si dà alla tristezza un carattere negativo, nocivo di superflua perdita di tempo, mentre alla gioia apparterrebbe una supposta centralità tra tutte le emozioni: una importanza da regista solitario, demiurgo che deve tenere tutto a bada, partendo dall’assunto che la vita valga davvero solo se declinata alla gioia e alla spensieratezza massime.
Non è così, ovviamente, e anche chi ha vissuto un’infanzia serena lo sa bene.

Quando un brutto e decisivo giorno si è scossi da un trauma (nel film è un cambio di residenza e di vita disagevole sotto molti punti di vista) che ti strappa bambino, senza mezzi termini, dalla prima parte della tua vita, in quell’istante tutto viene rimesso in discussione. Allora le dolcezze dei genitori – o dell’amica del cuore, della squadra di hockey oggi lontanissimi – che bastavano a colmare le paure e le ansie possono divenire insignificanti, anzi inutili, e le insicurezze si tramutano in nuova linfa che crea lo spirito di adattamento e forgia le emozioni stesse. Da lì in poi comincia una traversata nel buio, che può rischiare di portare a perdersi se malgovernati dalle emozioni più estreme e radicali, come la rabbia, il disgusto, la paura. Ma grazie all’intervento di un amico immaginario, la svolta positiva è dietro l’angolo e non è così scontata.

Ovviamente nel film c’è un orizzonte speranzoso che va colto senz’altro, viceversa emergono le sconfitte e la crisi senza edulcoramenti o mistificazioni, ma c’è anche una interminabile quantità di metafore ficcanti che si rincorrono l’un l’altra e alla fine della visione si ha la sensazione di non averne colte abbastanza (servirà una nuova visione, almeno). Di sicuro qualche nuova nozione di psicologia applicata salta fuori, spiegata bene da esempi esaurienti.

Come al solito, bisogna rimanere incollati alla poltrocina sinché non è scorso anche l’ultimo titolo di coda, ne vale la pena.
(Ah, la signorina Disgusto è magnifica.)

Inside Out è diretto da Pete Docter.

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“The Best Bar in America” (2013) ***

Si dice che nel West funzionino ben undicimila bar. Il veterano e motociclista Sanders ha in progetto di recensirli per farne una guida, perciò si mette in viaggio a bordo del suo sidecar. Dopo essere stato abbandonato dalla moglie e licenziato dall’editore, disperato e ubriaco, Sanders si getta sulla tomba del suo nume tutelare Ernest Hemingway.

La svolta avviene grazie al vecchio Northway che gli parla del Cerchio Dorato. Come Enea con Anchise, Sanders si fa carico del destino del vecchio, portandolo oltre le porte di un El Dorado dell’anima, nel mezzo della Wilderness. Novello Ulisse, Sanders cede al richiamo di una “sirena” chiamata, non a caso, Eden, e con lei — grazie a un colpo di fortuna — può dar vita al miglior bar in America.

On the road classico che cita il retroterra beat e cinéphile e gioca con l’epica. È il viaggio di un newyorkese in America, romanzo di formazione old style che riempie gli occhi di paesaggi western sterminati, sempre col vento in faccia.

[pubblicata su “Segnocinema”, n. 195, settembre-ottobre 2015, p. 18]

The Best Bar in America è diretto da Damon Ristau e Eric Ristau.

30 settembre 2015

the best

“Youth – La giovinezza” (2015) *

Un musicista (Caine) e un regista (Keitel) ottantenni, consuoceri, amici di una vita, trascorrono assieme le vacanze in un albergo di lusso tra le Alpi svizzere. Il primo si rifiuta di tornare a dirigere l’orchestra anche solo per un’ultima volta, nonostante le insistenze della regina d’Inghilterra. Nel contempo il regista lavora assieme al suo staff a un film che, almeno nelle intenzioni dell’uomo, dovrà rappresentare il proprio testamento cinematografico.

La sorte ribalterà le decisioni di entrambi: il musicista tornerà sul podio, mentre il regista deciderà di togliersi la vita ancor prima di terminare l’opera del congedo.

“Youth” si snoda tra citazioni felliniane, pop e letterarie creando un continuo flusso di emozioni che si riverberano sulla vita e la morte, dolore e apatia, vecchiaia e giovinezza. Sorrentino sembra abbracciare e abbandonare in modo rapsodico personaggi e situazioni, rimanendo spesso sulla soglia del profilmico, creando nuove attese o false epifanie. Riemerge dai film precedenti la speculazione su celebrità e anonimato, successo e insuccesso, nonché sul concetto di divismo che riguarda i due protagonisti, ma pure un giovane attore in crisi e un grande calciatore decaduto. Imbarazzanti alcune digressioni (la performance di Dano nei panni di Hitler – la levitazione del monaco), che sembrano allungare un racconto altrimenti povero di eventi.

Il risveglio è dato – anche – dal suono della carta di una caramella che, stropicciata tra le dita del compositore, dà inizio a una sinfonia della creazione che arriva a comprendere ogni suono casuale di animali e di oggetti, finanche i silenzi. Infine, le fughe dall’esilio svizzero, una a Venezia, l’ultima a Londra, rimetteranno in gioco il maestro e lo aiuteranno forse a chiudere i conti con il proprio passato lasciato a lungo in sospeso.

[pubblicata su “Segnocinema”, n. 195, settembre-ottobre 2015, pp. 89-90]

“Youth” è diretto da Paolo Sorrentino.

28 settembre 2015

youth

“Fango e Gloria – La Grande Guerra” (2015) *

La storia immaginata del Milite ignoto, vittima della Grande Guerra, che oggi è sepolto nel ventre dell’Altare della Patria a Roma.

Il protagonista del racconto funzionale è un soldato di leva spedito nel mezzo di una guerra che teme e non comprende, ciononostante non si sottrae al proprio dovere. Sullo sfondo, la storia d’amore con la fidanzata che lo attende invano, infatti il giovane morirà nel giugno del 1918, colpito dal nemico sul Monte Baldo.

Il film fonde frammenti di film “dal vero” d’epoca con una storia di finzione girata nel 2014. I materiali filmici originali sono risalenti agli anni del primo conflitto mondiale e per l’occasione sono stati colorati, sonorizzati e talvolta doppiati. Il risultato dell’operazione — non sempre positivo — mira, almeno nelle intenzioni di Tiberi e del produttore, l’Istituto Luce, ad avvicinarli alla sensibilità del pubblico contemporaneo.

[pubblicata su “Segnocinema”, n. 195, settembre-ottobre 2015, p. 31]

Il film è diretto da Leonardo Tiberi.

fango

Mia madre (2015) **

La cinquantenne regista Margherita (Buy), si divide tra il set cinematografico e i luoghi abitati dall’anziana e malata madre Ada (Giulia Lazzarini), ovvero l’ospedale e la casa del genitore, ex professoressa di latino.
Ada è ritratta negli ultimi giorni di vita, durante i quali il confine tra sonno e veglia è sempre più labile, e così tra sogno e realtà, rendendo difficile la comunicazione con i figli Margherita e Giovanni (Moretti), resi fragili e dubbiosi dalla precaria condizione materna e non ancora pronti all’addio.
Anche l’attività onirica di Margherita è sostenuta, i numerosi incubi la riconducono in situazioni esasperanti, sintomatiche di una crisi personale sempre più profonda. Margherita rischia di rinchiudersi in se stessa, dapprima decide di terminare la relazione con l’ultimo compagno di vita (un attore che dirige sul set) e, dopo qualche difficoltà iniziale, riesce a migliorare il rapporto con l’adolescente figlia Livia (Beatrice Mancini). In questa situazione delicata, irrompe in tutta la sua prepotenza e joie de vivre il molesto e brioso attore americano Barry Higgins (John Turturro), scritturato dalla produzione del film che Margherita sta girando nel ruolo di un industriale costretto a licenziare un numero significativo di operai per salvare l’azienda che ha rilevato. Bugiardo e fanfarone, suo malgrado Barry rappresenta per Margherita una valvola di sfogo, e per puro paradosso il set cinematografico, regno della finzione e della messa in scena, ancora la donna alla realtà.

“Mia madre” pare essere la tappa coerente della lunga biofilmografia che Moretti ha tracciato dal 1977 a questa parte, racconto che s’incardina attorno all’addio a un anziano genitore, esperienza generazionale. Percorso che, escludendo pochi titoli dalla filmografia, questa volta dà vita a un ‘alter ego’ femminile identificabile oltre che dalla professione, anche dalle nevrosi, i contrasti, il perenne irrisolto adolescenziale e narcisista che lo spettatore edotto si aspetta dal regista romano. La spina dorsale delle relazioni è data dalla linea matriarcale composta dall’anziana Ada, da Margherita e da Livia, cui si aggiunge la presenza discreta di Giovanni/Moretti, anche se l’intreccio familiare rievoca quello di “La messa è finita” è un film opposto, dubbi esclusi. Ma assieme alle relazioni conflittuali emerge il tema dell’identità, del carattere personale, che coinvolge il ritratto delle tre donne, le quali si riflettono continuamente l’una nelle altre, in somiglianze o differenze. Il racconto sposta il punto di vista iniziale, imperniato sulla paura della perdita e della (im)preparazione al lutto, sulle maschere che i personaggi via via indossano o smettono di indossare. La metamorfosi più evidente appartiene alla giovane Livia che migliorando il suo latino eredita un ideale testimone dalla nonna, l’unica immagine nitida nel ritratto familiare finito, improvvisamente, in pezzi. Così come nella realtà quotidiana, anche nel suo lavoro di regista Margherita chiede agli attori di non essere solo personaggio, ma di affiancare il personaggio con la propria identità. Richiesta un po’ contorta, cui corrisponde la faccia perplessa dell’interlocutore che non afferra il concetto. Ma è un concetto che lei stessa non sa spiegare, una volta interrogata, eppure si intuisce che in quel consiglio si annida il problema che accompagna tutto il film ovvero su come indossare le maschere senza perdere la propria identità.
Questo vale per tutti i protagonisti, dalla più anziana alla più giovane, passando per Margherita, a sua volta figlia e madre, sola in mezzo a tanta gente che deve dirigere, coordinare, consigliare, irrisolta e presente a un tempo, egoista e nevrotica, paziente e fragile. Contrasti che si rapportano di volta in volta con chi le vuole nascondere le cose (i suoi collaboratori) e chi gliele sbatte in faccia (i medici) e chi gliele spiega dandole una soluzione o un punto di vista mai considerato prima (il fratello e l’ultimo ‘partner’), ma si scontra con il perenne tentativo di nasconderle a se stessa.
Margherita sa di non conoscere davvero la madre, tantomeno la figlia adolescente. Ma lo scopre una volta di più, rapportandosi intimamente con entrambe, gestendo le attese e i silenzi, e con chiunque incontri dopo la morte della madre, specie dagli ex studenti, viene a sapere qualcosa di nuovo su Ada e ciò le consente di costruire un mosaico che, per quanto confuso, alla fine le rivela la misura della propria estraneità, ma allo stesso tempo le fa comprendere il proprio ruolo, finalmente.
Mentre Ada perde lucidità, Livia conosce la prima delusione d’amore, ma entrambe assieme a Margherita (e Giovanni) acquistano nuove prospettive, un domani dove può risiedere la speranza, è l’insegnamento di Ada, che non ama le noiose nostalgie. Tutti sono destinati a perdere qualcosa: la sicurezza, il lavoro, l’amore, l’innocenza, finanche la vita. Il lutto è sorprendentemente fonte di metamorfosi e di nuova consapevolezza, rispetto a una donna anziana che ha vissuto almeno tre vite: la mamma, la professoressa che balla coi suoi studenti, la donna che vive un limbo prima della morte e racconta alla figlia le proprie esperienze mai realmente fatte, come in un set cinematografico mentale, divenendo regista a suo modo come la figlia.

Le maschere. Così come nel racconto metacinematografico sogno e realtà corrispondono a set e quotidianità, Barry indossa una perenne maschera, racconta frottole colto in una Roma “felliniana”, mitizzata e cristallizzata dal cinema del passato, urla: «portatemi a Via Veneto!»; la spara grossa su una scrittura per un film di Kubrick e chissà su quanto altro. Ma smette la sua maschera mentre sta recitando, in una sorta di ammissione e confessione pubblica, dice: «voglio vivere nella realtà», quasi implorando se stesso. “Mia madre” non è più un film sul lutto o sul distacco, o non solo, ma una riflessione sul quotidiano, sull’ovvio, su come mettiamo in scena la nostra vita, alla ricerca di una realtà che ci corrisponda nei pensieri e nelle illusioni, proiezioni. Forse è per questo che Margherita impone di smettere la ‘cameracar’ perché affranta da come il distratto Barry maneggia il volante dell’automobile che sta guidando, curvando in un rettilineo senza alcuna coerenza, verisimiglianza. Ma una volta ottenuto che l’attore conduca l’auto per davvero si scontra con il fatto che Barry è impedito da proiettori e macchine da presa montati sul cofano, perciò non può guidare e tantomeno recitare, è qui che Margherita chiede ai suoi assistenti, per la prima volta, di non essere assecondata acriticamente e, su una falsariga pirandelliana, riflette sul proprio ruolo demiurgico, rimproverando i collaboratori di essere troppo ossequenti, in aperto contrasto con le accuse di infedeltà da lei stessa lanciate qualche giorno prima.

Interni. Gli interni, così come i sogni, sempre nel cinema di Moretti hanno una valenza evocativa, la casa della madre è un mondo a termine legato a un passato che Ada dice di rifiutare, ma che viene ricordato dai suoi ex allievi, i quali riportano alcuni aneddoti che forse mettono a disagio Margherita, le dicono: «non essere gelosa, ma anche per noi è stata una mamma!». Infine a essere messo in discussione è il ruolo di genitore, ma pure di sorella, mentre tocca a Livia dare il via a un nuovo inizio, mentre una vita si sta spegnendo. Anche in questo film si ritrovano alcuni ‘leit motiv’ metaforici propri del cinema di Moretti. Ad esempio, il momento intimo nel quale interviene in modo diegetico un brano di musica leggera ascoltata in solitudine o in compagnia, sorta di rifugio che fa da interprete al flusso di pensieri o rovelli della protagonista; il rapporto conflittuale con gli oggetti quotidiani; gli appartamenti vuoti, spesso anonimi; i dialoghi in automobile con le occhiate scambiate per mezzo dello specchietto retrovisore, come non mancano le ‘gag’ grazie al ruolo disturbante e contraddittorio di Barry.

“Mia madre” è un film di parola, dove le parole spesso nascondono o tentano di dissimulare a loro volta quel che il volto invece riesce a comunicare, come nell’ultimo primo piano di Margherita scosso da un moto improvviso, mentre è intenta a ripensare al ritratto che della madre hanno fatto gli affezionati studenti, ormai adulti, che talvolta tornavano a trovarla, un moto che la turba ma la rende consapevole nel medesimo istante di una possibile verità.

“Mia madre” è diretto da Nanni Moretti.

27 settembre 2015

mia madre

“Dove eravamo rimasti” (2015) ***

Jonathan Demme non è un regista prolifico, ma basta ricordare alcuni film (“Il silenzio degli innocenti”; “Philadelphia”; “The Manchurian Candidate”) per ritrovare un ottimo interprete del proprio tempo.

Interprete e traduttore di un’epoca che copre un trentennio almeno, ma che ancora riesce a rinverdire e rendere vitale una storia di fallimenti e sentimenti in sostanza già vista. Grazie agli attori, prima fra tutti un’ottima Meryl Streep, ma non solo. La protagonista del film musicale “Dove eravamo rimasti” (t.or. “Ricki and the Flash”) è Linda/Ricki, una medaglia con due facce, una mamma ultrasessantenne che da molti anni ha lasciato i suoi tre figli per inseguire un sogno incompatibile con la vita di famiglia: fare la rocker.

Vive le proprie contraddizioni in semipovertà (per mantenersi fa la cassiera sottopagata), è ribelle come si conviene a chi campa di musica, anche se a livelli amatoriali, ma è patriottica (“ha votato due volte G.W. Bush!” le rinfaccia il figlio progressista), porta addosso le piaghe della storia americana (il fratello è morto in Vietnam), è ròsa dai rimorsi, ma è anche tutelata dalla consapevolezza di non aver avuto altra scelta che assecondare il proprio demone. Linda/Ricki è perciò dovuta fuggire in California, lasciare la sua splendida famiglia, il marito “stakanovista” che le garantiva una vita agiata, tra lusso e denaro.

Il film sorvola su molti dettagli, alcuni personaggi rimangono fin troppo abbozzati, ma riesce a tenere insieme una storia che altrimenti rischia di arrivare senza paracadute a uno scontato lieto fine. Con un uso sapiente di pesi, contrappesi, ironia, comicità e buona musica (coadiuvata dalla poderosa voce intonata di Meryl), Demme accompagna lo spettatore all’epilogo alleviandolo dalla noia del prevedibile, tanto da farlo risultare liberatorio e gratificante come lo sguardo di chi conquista con le proprie forze la vetta al termine di una salita insidiosa.

Demme (classe 1944) racconta la sua generazione dal punto di vista di chi rifiuta lasciarsi andare alla terza età senza combattere ancora una volta, ma come pochi suoi colleghi lo fa senza infingimenti, scusanti o maschere. Prende atto delle derive della vita, degli errori, dei difetti, delle leggerezze, dell’incoscienza, ma permette che entri in scena la fortuna (la provvidenza?) e lascia che il tempo rimetta tutti al proprio posto: figli, genitori naturali, matrigna, ex genero e neonuora.

Il film ha i tratti di una commedia brillante ‘vecchia scuola’, perciò si ride di gusto, ma chi non ha il cuore troppo duro rischia di commuoversi.

“Dove eravamo rimasti” (Ricki and the Flash) è un film diretto da Jonathan Demme.

“Il racconto dei racconti” (2015) ***

Il film di Garrone abbaglia con la fotografia sontuosa (barocca qualcuno ha detto, ma mi convince poco) per illustrare, è il caso di scriverlo, tre racconti tratti da “Lo cunto de li cunti”, opera secentesca scritta in napoletano da Basile sullo stile del “Decamerone” boccaccesco. Favole nere arricchite di elementi propri del Fantasy (drago, incantesimi), genere cui il film appartiene di diritto.

Un film sul doppio (due fratelli, due sorelle, un padre e una figlia) una specularità che riflette non solo all’interno dell’episodio, ma pure sugli altri, sulla natura ambigua dell’amore che diviene possessione, divisione e morte.

Eppure si rimane perplessi rispetto ad alcune scelte poco coerenti, talvolta frettolose, riguardo al modo di raccontare le favole, intrecciandole tra esse, sino a convogliarle in una cornice finale, ospitate in Castel del Monte, ossia tra le pagine del racconto più complesso e meno lineare dei tre, “La pulce”, forse il migliore anche per l’interpretazione dei protagonisti (Toby Jones e Bebe Cave) padre e figlia, re egoista e figlia coraggiosa quanto e forse più di quel cavaliere che sognava di sposare.

Certo è che si tratta di grande cinema, anche quando il film diventa prolisso (“Le due vecchie” e “La regina” perdono mordente per la prevedibilità) anche quanto raccatta due comparsate nostrane di troppo (Rohrwacher e Ceccherini) a rompere ritmo e qualità di recitazione.
Ennesimo film “di un romano a Napoli”, qual è Garrone, per quel che vale, che si contende la scena attuale col “napoletano a Roma”, qual è Sorrentino, per quel che vale, e il suo film-de-vecchi che vedrò.

“Il racconto dei racconti – Tale of Tales” è diretto da Matteo Garrone.

22 maggio 2015