“Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (2004) ****

Più che i sentimenti gli affetti familiari in generale come si legge spesso, i film di Wes Anderson raccontano i rapporti tra padri e figli, soprattutto. In “Rushmore” il padre barbiere è amorevole e fiero del proprio figlio eccentrico e sognatore; in “The Royal Tenenbaum” il padre egoista conosce i propri figli alla fine della vita: figli eccentrici e talentuosi, che sono diventati adulti, corrosi dalla vita e scontenti. In “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” il figlio compare dal passato e prende un posto che non c’era nella vita di un uomo celebre, il famoso naturalista Zissou, ricalco di Jacques Cousteau (citato nei titoli). Zissou, ennesimo peter pan attempato ed egoista, è smisurato, pazzoide, un po’ ignorante e fatalista. Si scopre padre suo malgrado, la cosa non gli di dispiace e quasi quasi ci si abitua pure.

Ma tentare di illustrare questa storia postmoderna, omaggio alla cultura francese e monumento al Fantastico à la Verne, à la Robida, non solo ai documentari di Cousteau, vuol dire rivelare troppo. Bisogna vederlo (e rivederlo, possibilmente).
Notevoli le creature degli abissi animate dal maestro degli effetti speciali Henry Selick (“Nightmare before Christmas”, “James e la pesca gigante”), stranamente poco citato nelle critiche al film.
La colonna sonora è affidata al rifacimento in stile bossa nova dei successi di David Bowie, riarrangiati e cantati dall’addetto alla sicurezza della nave di Zissou, interpretato dal musicista Seu Jorge.

Le avventure acquatiche di Steve Zissou (The Life Aquatic with Steve Zissou) è diretto da Wes Anderson.

24 marzo 2014

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“Torneranno i prati” (2014) ***

Inverno 1917, una notte sull’Altopiano di Asiago. Alcuni soldati italiani di stanza in un caposaldo vicino a una postazione nemica vivono nell’attesa degli eventi, mentre giungono dal Comando nuovi ordini.

Sotto una coltre di neve immacolata cova, sepolta, la guerra. Il mestiere delle armi giace anch’esso in attesa, stretto tra l’esuberanza e la fragilità della natura, distratto dal letargo mancato degli animali sconvolti dalle esplosioni, in un buio rischiarato dall’indifferente Luna piena. Il racconto dura una sola notte che pare non portare ad alcun giorno. I soldati italiani sottostanno a gerarchie invisibili, l’ufficiale e il subalterno, in costante rapporto con l’umano, il disumano, l’atroce, la morte. E poi c’è il nemico; egli piomba dal cielo, scava sottoterra, è lontano eppure vicino, accende la notte coi bengala in cerca di altra vita da spegnere. Presente in ogni minuto che passa, ma il suo volto rimarrà ignoto.

Il respiro del film fa proprie le paure dei neocavernicoli ridotti all’attesa, i quali combattono la loro guerra su molti fronti, non soltanto in prima linea. Il primo a causare morti nel caposaldo è proprio un generale italiano che ordina una missione suicida, senza appello. Olmi riprende il teorema già di Uomini contro (1970), ossia che il “nemico è alle spalle”, spogliandolo dell’ideologia di quegli anni, cui era metafora il film di Rosi. Qui non si vede nemmeno il generale, altro avversario invisibile, poiché si manifesta sottoforma di ordine scritto portato da un ufficiale di passaggio, scortato da un tenentino senza esperienza sul campo. Ma un ulteriore nemico, altrettanto ignoto, si insidia dentro i corpi già provati: un’epidemia che viene dai Balcani, dice l’ufficiale di passaggio; così come la guerra proviene da lì, nota il capitano del presidio alpino.

Sin dall’incipit del film si palesa l’Italia dei cento dialetti, che abbiamo già conosciuto in molte pellicole di guerra. Italiani che si ritrovano per la prima volta faccia a faccia, ma che, pur non capendosi, si riconoscono. Ora sono tutti al fronte, a difendere un anonimo scoglio sul limite di un confine invisibile, reso ancora più remoto da quattro metri di neve caduti sopra le baracche, i trinceramenti e il bunker. Neve che spinge al silenzio anche il dolore dei feriti, così come è muta la rassegnazione dei superstiti. Un tempo vuoto, sospeso solo dalle devastazioni dei bombardamenti, dal tintinnio dei campanacci legati sul reticolato, mossi dal vento e dallo spostamento d’aria delle esplosioni.

Il silenzio bianco viene interrotto per un momento dal canto del soldato napoletano, che pare fare eco all’obiezione mossa da Lussu al film di Rosi, ispirato al suo Un anno sull’Altopiano, e confessata a Mario Rigoni Stern: «Qualche volta abbiamo anche cantato»[1]. E proprio Lussu è evocato, oltre che dalla location, dall’unico nome che emerge in un esercito di anonimi, non importa se ufficiali o truppa: è il capitano Emilio, colpito dalla “spagnola”, che si ribella all’ordine del generale, ordine che definisce «criminale» e sarà l’anticamera dell’insubordinazione e della corte marziale.

Così come dopo la notte tornerà la luce, dopo la neve torneranno i prati. Prati che fioriranno sopra i corpi dei morti, caduti per un presidio che, nonostante i sacrifici immani e le vite spezzate, sarà abbandonato. La decisione è presa altrove, da un regista lontano, in una sospensione che è onirica. Il manipolo, infine, si incammina, con passo incerto, lungo il fianco della montagna in una mesta ritirata caricata di altrettanti dubbi e dal peso dell’insensatezza.

Un Olmi visionario dà voce a un viluppo emotivo, scandito sia da eventi devastanti, sia da piccoli episodi intimi, quotidiani. La morte accompagna ogni respiro, eppure c’è spazio per il sogno, per i sogni, per quanto sbiaditi. Il larice d’oro, la volpe, la lepre, il topo, privati del sonno letargico, riportano il racconto, slegato da ogni trama, a una dimensione narrativa dove le immagini soverchiano qualsiasi testo e riconducono al tempo del soldato, un tempo che si misura nel cercare la distanza da una morte probabile. Ma dinanzi allo scempio supremo, dopo il bombardamento a tappeto che si abbatte sul presidio italiano, e durante la conta dei morti, c’è spazio per un’imprecazione, detta sia pure sottovoce, rivolta a quel Dio ormai lontano, fuggito chissà dove.

Non soltanto il suono, anche il colore viene a mancare, diafano come la pelle fredda dei soldati anemici, deprivati della loro dignità, spogliati della vita, un artificio dovuto a Fabio Olmi che s’intona e interpreta lo spirito più profondo del film.

Il regista, che è autore del soggetto e della sceneggiatura, si è ispirato al racconto La paura di Federico De Roberto, del 1921, che in un brano vivido, rende plasticamente quel sentimento che legava in modo indistinto la carne da cannone, lontano dai toni consolatori della retorica che li voleva tutti eroi: «ma se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tendersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello»[2].

In coda, quasi in un postludio, Olmi crea un film di montaggio utilizzando materiali d’epoca, che hanno immortalato scene di vita al fronte, in un insieme indistinto di uomini abbigliati di panno e metallo alle prese con macchine da guerra colossali, tra reticolati, esplosioni e paesaggio lunare, specchio di quelle anime sconvolte.

[1] Cfr. Mario Rigoni Stern, Introduzione, in Emilio Lussu, Un anno sull’altopiano, Einaudi, Torino 2000, p. 9.

[2] Federico De Roberto, La paura [1921], in Id., La disdetta e altre novelle, Avagliano, Cava de’ Tirreni 2004, p. 173.

Torneranno i prati
Regìa: Ermanno Olmi, Orig.: Italia, 2014, Sogg. e Scenegg.: Ermanno Olmi. Fotogr.: Fabio Olmi.
Interpr.: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo.
Durata: 80 min.

[Recensione pubblicata su “Segnocinema” n. 191, gennaio-febbraio 2015, pp. 35-35.]

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Un Olmi visionario dà voce a un viluppo emotivo sulla Grande Guerra vista da un caposaldo italiano in mezzo a un mare di neve, indistinto.

Un tempo scandito sia da eventi devastanti, sia da piccoli episodi intimi, quotidiani. La morte accompagna ogni respiro, eppure c’è spazio per il sogno, per i sogni, per quanto sbiaditi.

Il larice d’oro, la volpe, la lepre, il topo, privati del sonno letargico, riportano il racconto, slegato da ogni trama, a una dimensione narrativa dove le immagini soverchiano qualsiasi testo e riconducono al tempo del soldato, un tempo che si misura nel cercare la distanza da una morte probabile.

Così come dopo la notte tornerà la luce, dopo la neve torneranno i prati. Prati che fioriranno sopra i corpi dei morti, caduti per un presidio che, nonostante i sacrifici immani e le vite spezzate, sarà abbandonato.

Non soltanto il suono, anche il colore viene a mancare, diafano come la pelle fredda dei soldati anemici, deprivati della loro dignità, spogliati della vita, un artificio dovuto a Fabio Olmi che s’intona allo spirito più profondo del film.

“Torneranno i prati” è scritto e diretto da Ermanno Olmi.

[Recensione pubblicata sul blog il 24 novembre 2014]

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“Jersey Boys” (2014)*

Film biografico (nonché regalo per l’ottantesimo compleanno) di Frankie Valli, classe 1934, leader dei The Four Seasons, gruppo che nasce quasi per gioco tra giovani italoamericani – spiantati, un po’ delinquenti e dalle amicizie poco raccomandabili – negli anni Cinquanta.

Film prodotto dallo stesso Valli che non può che magnificare le sue qualità canore, senza tralasciare le tragedie che lo riguardano nel privato.

Marchetta diretta da Clint Eastwood (che sostituisce un collega, nel frattempo ritiratosi), in attesa di “American Sniper”, il suo prossimo film.

30 ottobre 2014

 

“Il giovane favoloso” (2014) ***

Martone fa film che rimangono sottopelle, imperfetti, molesti. Storie che si concedono ingenuità feroci, che vogliono spiegare troppo, troppo a tutti, che appesantiscono e alleggeriscono in una tensione continua. Come una colonna tortile che crea illusioni ottiche, che pare muoversi avvilupparsi attorno a un fulcro anche quando è immobile.

Trovo che non dovrebbe promuovere i propri film, poiché se ha detto cose superflue che si sono prestate a interpretazioni negative, è pur oggettivo che col film non c’entrano granché, non ne modificano il valore.

Una scena su tutte: Niccolò Tommaseo, l’irredento istriano, che lo sfotte.
Un’inquadratura su tutte: il volto di Leopardi dipinto dalla luce di una fiammella che emerge dal buio, quasi De La Tour.

“Il giovane favoloso” è diretto da Mario Martone.

29 ottobre 2014

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“Vesna va veloce” (1996) ***

Tra i primi ruoli drammatici di Albanese, “Vesna va veloce” è un film che sorprende più oggi di allora. Anticipa non tanto una storia – purtroppo – ordinaria, ma una crisi profonda della nostra storia recente, il crepuscolo del secolo che vede, seppure sbiadito, un capovolgimento storico e sociale tutto italiano.

La politica novecentesca si sta sgretolando, le certezze sono finite da un pezzo, eppure ci si ostina a vivere in una bolla, almeno fino a che la sveglia non arriva sottoforma di ragazza ceca, ventenne, attraente, che senza troppi scrupoli, sfida da sola un mondo che non conosce, a testa alta, determinando la propria storia, trasformando il proprio corpo in un mezzo per arrivare a una non ben definibile autonomia e libertà, oltre i moralismi piccoloborghesi.

Il personaggio di Albanese rompe qualche schematismo (dal pollo di batteria ‘de sinistra’, ai centri di aggregazione sociale dove si canta la solita messa, simboli compresi). Con coraggio gli autori disvelano un uomo solo che va a puttane e si mette in testa di salvare una puttana. Ma quello che rischia di finire nel baratro è, in realtà, lui e le sue insicurezze vestite d’arroganza e presunzione (un po’ pidocchiose). I due saranno destinati a rincorrersi, ma l’epilogo pare già scritto.
(Bellissimo film, allora non mi convinse.)

Vesna va veloce è diretto da Carlo Mazzacurati.

8 agosto 2014

“L’amore ritrovato” (2004) **

“L’amore ritrovato” è tra i film meno riusciti di Mazzacurati, ma è anche tra i più sottovalutati, stroncati, snobati – e probabilmente fraintesi – film italiani degli anni 2000.

Siamo dinanzi un soggetto dichiaratamente romantico, fuori dal tempo, tratto da “Una relazione” di Carlo Cassola, racconto poetico amoroso. E’ un film di genere che centra il proprio obiettivo, né più né meno. Certo, può non piacere, ma nei risvolti della storia si annida la poetica dell’autore che si dedica a ritrarre gli esclusi, i forzati dalla vita, i condannati all’infelicità che tentano un’ultima disperata virata per provare a essere altro da sé. Fallendo.

Mazzacurati, tra i pochi registi italiani ad affrontare di petto il presente, è qui alla sua prima e, ahinoi, unica ambientazione ‘storica’.
I due protagonisti non brillano, ma sono partecipi dentro l’incantesimo, la storia nella storia, invece i comprimari, come spesso nei film del regista padovano, diventano il sale della storia.

“L’amore ritrovato” è diretto da Carlo Mazzacurati.

8 agosto 2014

“Magnolia” (1999) *

Cast stellare per un polpettone che mescola ovvietà e surrealtà, buoni sentimenti e qualche trovata a effetto. Effetto che affascina il tempo in cui accade, ma che alla lunga stucca.

Film incomprensibilmente sopravvalutato, anche a distanza di anni.
Tom Cruise forse nella sua interpretazione migliore.

“Magnolia” è scritto e diretto da Paul Thomas Anderson.

4 agosto 2014

“La vita di Adele” (2013) ****

Romanzo di formazione intenso e sensuale, recitato in modo esemplare dalle due protagoniste (ma non solo): la giovanissima e inesperta Adele e la più grande, emancipata, sicura Emma.

Ennesimo gioiello di Abdel Kechiche autore di origini tunisine che agli studenti adolescenti francesi aveva già dedicato “La schivata”. La società multiculturale è ormai fusa ma ancora confusa, pare una società progressista forse più per posa che per convinzione. Ma si scopre omofoba non appena Adele – studentessa timida ma ben integrata coi compagni di classe – tenta di conoscere la propria complessa sessualità; anche grazie alla passione scoppiata per l’affascinante Emma, pittrice che tenta di realizzarsi attraverso la propria arte.

Film raro, prezioso, ostinato, scomodo, senza filtri né rete, ma, probabilmente, necessario, oltre ogni sepolcro imbiancato.

La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 (La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2) è diretto da Abdellatif Kechiche.

27 marzo 2014la-vie-d-adele_005

“I Tenenbaum” (2001) ***

Nel contesto latino-mediterraneo e cattolico, la famiglia – talvolta allargata ai parenti di secondo grado – non è una cellula della società, ma ‘la società’ attorno alla quale gravita il mondo. Nella cultura ebraico-americana la famiglia ha un ruolo simile, non fanno distinzione i Tenenbaum, ma il capofamiglia -l’eccentrico e benestante Royal – respira l’aria degli anni Settanta, la rivoluzione dei costumi sessuali, e trascura una famiglia composta, oltre che dalla sua consorte, da tre genietti talentuosi: due figli naturali e Margot, bambina adottata.
Dopo l’ennesimo tradimento, Royal è costretto ad abbandonare la famiglia e non se lo fa ripetere due volte. Anni dopo, quando viene a sapere che l’ex moglie riceve una proposta di matrimonio, Royal, il quale nel frattempo ha perso tutte le sue ricchezze e versa in condizioni di indigenza (pur vivendo al di sopra delle proprie possibilità) s’inventa un tumore per commuovere e tentare di riconquistare la donna (la casa e la famiglia). Decide di ingraziarsi i figli, i quali, nel frattempo, sono cresciuti e hanno accumulato lutti, sconfitte, paure, morbosità, matrimoni falliti, amori pseudo-incestuosi, una vita carica di amarezze, solitudine, tanta tanta banalità e tendono ad accusare chi più chi meno, a torto o a ragione, l’assenza costante di un padre, divenuto più che estraneo alle dinamiche familiari.
Sarà una strada in salita, perché Royal, dotato di molti difetti eclatanti, è privo di qualità diplomatiche.

“The Royal Tenenbaums” è il primo successo riconosciuto di Wes Anderson, autore di film stralunati e sintomatici del primo decennio del nuovo secolo. Una poetica vintage, trasognata, nella quale l’eccentrico e l’inverosimile si inserisce senza soluzione di continuità nel verisimile. Il film si muove tra luoghi comuni, stereotipi, tentando di mostrare il volto più truce della vita (suicidio compreso) con una leggerezza disarmante, a suo modo terapeutica.
Come il precedente “Rushmore” anche questo film è suddiviso in capitoli, tempi ben distinti dal sipario: una sottolineatura che dà la misura del racconto teatrale, della finzione conclamata. Una messa in scena nella quale la famiglia Tenenbaum, così fascinosa, è vista quale modello inarrivabile dall’esterno e talvolta invidiata. Ad esempio questo è il punto di vista del vicino di casa (Owen Wilson), il quale una volta adulto è divenuto scrittore di successo nonché tossicomane, che fin da bambino avrebbe voluto essere uno di loro. Ma finirà per scimmiottare quei tre bambini prodigio, snob e tristi, fino a schiantarsi su di loro, più o meno inconsciamente.
La colonna sonora, al medesimo tempo coerente storicamente ed eternizzante, accompagna un film dalle mille chiavi di lettura, spiazzante, inverosimile ma coerente per quando riguarda sentimenti, moti dell’anima, umano scandagliato sin negli abissi, stereotipi che in fin dei conti non lo sono affatto. Anderson (in coppia con Owen Wilson) conferma abilità di sintesi e di scrittura sconosciute ad altri autori ‘di tendenza’. Grandissimo cast.

I Tenenbaum (The Royal Tenenbaums) è diretto da Wes Anderson.

24 marzo 2o14

 

“Lei” (2013) **

Il soggetto ‘letterario’ di “Her” è forse tra i più antichi.
L’amore tra un uomo o una donna e un’idea, una dea, un dio, un alieno (nel più ampio senso del termine). O più prosaicamente un artificio, ben prima dell’era dell’intelligenza artificiale (autonoma). Il Mito di Pigmalione, soprattutto. Poi è arrivata la letteratura Fantastica, Coppelia, il mostro di Frankenstein. Dal figlio ideale, anche se di legno, Pinocchio, alla donna ideale, per quanto ferrosa, il passo è breve.
Ogni uomo cova un demiurgo pronto a fuggire dalla realtà per rifugiarsi in una dimensione apparentemente congeniale, ma che il necessario epilogo moralista rivela essere un’inferno (compresa la punizione o l’espiazione per essersi creduto Iddio). Figlio della stessa cultura della rivoluzione industriale è il cinema: apriti cielo. Automi, robot, come se piovessero. Da Maria di “Metropolis” fino all’automa del “Casanova di Federico Fellini”, per citare due tra i più celebri e riusciti (ma ce ne sarebbero a frotte: metto le mani avanti). Sono oggetti del desiderio oscuri, per parafrasare ancora il cinematografo.
Per cui che cosa aggiunge “Her” rispetto ai precedenti?
Non aggiunge, ma toglie. Toglie il corpo alla creatura demiurgica, che diviene pura voce (chi scrive ha visto soltanto la versione originale rifuggendo la prova di Micaela Ramazzotti). Bene, ottima idea, ma ciò non basta per fare un film brillante. In effetti “Her” un film deludente, una mongolfiera coloratissima, che si affloscia prima ancora di decollare.
Le atmosfere iridescenti di un futuro prossimo venturo schiacciano gli aspetti più originali, anche quelli scontati ma necessari, e impediscono di godere appieno di un film smisurato sia nei tempi del racconto che in quelli della proiezione. Ma.
C’è un ma.

Ma se “Her” fosse una lettura gnostica della realtà? Allora “Her” sarebbe un film intrigante: per chi non conosce la teogonia e la cosmogonia gnostiche rimando a “Coram Populo” breve pièce teatrale di Strindberg che sintetizza molto bene il concetto di doppia creazione. La materia è sostanzialmente morte, mentre lo spirito è destinato a tornare nella luce del vero Dio e sfuggire perciò dalle grinfie di un dio minore, il demiurgo, malvagio e creatore della materia e della morte.
L’unico elemento ch’è espressione dello spirito è la pura voce, che non ha corpo, non è materia che grava, pesa, si ammala, muore, si decompone, torna fango, per dire. Tematica cara a Pirandello. E molto di ciò che si definisce a sproposito ‘pirandelliano’, compreso il tema della vera identità, dei sei personaggi in cerca d’autore a esempio, è in realtà derivato della filosofia gnostica (provare per credere).
Ma non ho trovato traccia di ciò nelle intenzioni di Jonze. Peccato: “Her” sarebbe stato un film meno banale. Forse.

Lei (Her) è scritto e diretto da Spike Jonze.

22 marzo 2014

Per saperne di più:
“Coram populo” è pubblicato in Italia da Adelphi in questa edizione di “Inferno” a mo’ di preludio.
http://www.adelphi.it/…/1d8db579e6b6130ccd0a5f7b11bf8f49_w_