Il commissario Pepe (1969) ***

Il film è ambientato in una Vicenza in incognito, trasfigurata – con inserto bassanese – in simbolo della Provincia veneta bigotta e ipocrita. “Il commissario Pepe” raccoglie una sintesi dei luoghi comuni, reali e presunti, sul Veneto inteso come “sacrestia d’Italia”, mantenendo però sostanzialmente neutro il punto di vista.

Il_commissario_Pepe

Antonio Pepe (Ugo Tognazzi), commissario di polizia, è sollecitato da continue segnalazioni anonime in fatto di buoncostume. Dopo l’iniziale diffidenza, e comunque malvolentieri, decide di indagare su presunti giri di prostituzione e vizi privati, denunciati da una spia anonima. La perlustrazione si ramifica, restituendo un quadro poco edificante della città e di noti esponenti delle classi agiate, rispettati vecchietti, in realtà ruffiani professionisti che affittano i loro insospettabili appartamenti alle altrui perversioni. Nella rete di Pepe cadono pesci troppo grossi: una nobildonna benefattrice, un baldanzoso conte puttaniere, un ex gerarca fascista protagonista di incontri clandestini ai gabinetti pubblici dei Giardini Salvi, un primario che tiene in ostaggio un ingenuo calciatore oggetto del suo desiderio, una suora lesbica, la sorella di un collega poliziotto…

227
Il commissario Pepe (Ugo Tognazzi)

Forse l’incontro che lo segna di più è quello con l’annoiata studentessa (Silvia Dionisi) che si offre senza scrupoli morali allo sfruttamento e alla protezione di un pappone: è nientemeno che la figlia del prefetto, ritratto di un disarmante disincanto giovanile.

images (1)
La studentessa (Silvia Dionisi)

Da qui emerge sempre più il risvolto psicologico e voyeuristico della storia. Sparisce contemporaneamente la leggerezza iniziale, l’ambientazione diurna, luminosa, per lasciare spazio all’oscurità del rovello, a tratti allucinato, del protagonista. Non lo aiuta certo l’occhio vigile di un reduce di guerra (Giuseppe Maffioli), menomato da un’esplosione e ridotto a viaggiare incastrato in un eccentrico mezzo motorizzato: è lui il grillo parlante della vicentinità, rumoroso e indisponente, che tutti fingono di tollerare, ma in fondo temono.

images
El mato de guera (Giuseppe Maffioli)

Le sue scorribande moleste gli danno l’autorevolezza per diventare la guida, pettegola e frustrata, del viaggio di un ignaro commissario nei segreti inconfessabili della città. Il fine del personaggio interpretato da Maffioli è quello di vendicare la sua condizione di vittima della Storia. Lo ammette egli stesso disperandosi in una cruda scena, ambientata sotto il Ponte di Bassano in ristrutturazione, mentre un maglio pianta le nuove fondamenta del manufatto palladiano, squarciando insieme le acque della Brenta e il disincanto di Pepe.

Infatti, nemmeno il commissario è immune dalla rampogna del “mato de guera”: anche la sua condotta è moralmente discutibile, come lo sono le frequentazioni notturne in incognito a casa di Matilde, per mantenere le apparenze che il ruolo gli impone. Un ulteriore scarto gli è riservato proprio da quella donna che crede sincera, alla quale invece appartiene una doppia vita (è una modella sexy, ma forse qualcosa di più) lontano dalla città di provincia. Il suo piccolo mondo che credeva in fondo di conoscere, e che con sicumera descrive nel prologo del film, vacilla ora dalle fondamenta, e gli arresti all’uscita della messa in Aracoeli vecchia, le foto segnaletiche disposte nella sua mente come composizioni pop, rimarranno sogni a occhi aperti. Ci pensa uno smaliziato magistrato a prospettargli la dura realtà dello ‘status quo’ e nello stesso tempo gli indica l’uscita di scena coll’infamante marchio dell’ingenuità.

Dato accessorio, ma non così superfluo se non altro per la ribalta nazionale, nel 1969 presidente del Consiglio dei ministri era il vicentino Mariano Rumor.

45
Matilde (Marianne Comtell)

Tra le comparse locali: Virgilio Scapin (il conte Lanzillotto pizzicato da Pepe mentre si sta recando all’appuntamento mercenario con la figlia del prefetto), Araldo Geremia (un poliziotto) e Anacleto Lucangeli (il magistrato che consiglia a Pepe la chiusura delle indagini).

[omaggio a Ettore Scola 1931-2016]

Regia: Ettore Scola. Produzione: Dean Film. Soggetto: dal romanzo omonimo di Ugo Facco de Lagarda. Sceneggiatura: Ruggero Maccari. Fotografia: Claudio Cirillo. Scenografie: Gianni Polidori. Musica: Armando Trovajoli. Montaggio: Tatiana Casini e Marcello Olasio. Durata: 107’.

Interpreti: Ugo Tognazzi (il commissario Antonio Pepe), Giuseppe Maffioli (il reduce di guerra), Silvia Dionisio (Silvia), Marianne Comtell (Matilde), Elsa Vazzoler (una prostituta), Virgilio Scapin (il conte), Anacleto Lucangeli (il procuratore), Araldo Geremia (un poliziotto), Pippo Starnazza, Gino Santercole, Dana Ghia, Elena Persiani, Rita Calderoni.

[scheda pubblicata su “Vicenza e il cinema” (a cura di A. Faccioli), Marsilio, Venezia 2008, p. 228]

 

3881765636_a6feff98b7_b

Annunci

“La mal’ombra” (Italia 2007) ***

 

Nel 2002 a San Pietro di Rosà, provincia di Vicenza, le autorità competenti e amministrative della zona danno il via libera alla costruzione di una delle zincherie più grandi d’Italia. Contro questa decisione nasce dalla volontà di alcuni residenti un presidio permanente. I membri del presidio erigono un tendone nelle vicinanze della fabbrica, atto a contenerne le assemblee e a segnalare la presenza del rifiuto nei confronti di quello che viene vissuto come un abuso. Il gruppo di persone è costituito da semplici cittadini di tutte le età e di ogni estrazione sociale, senza appartenenze politiche di sorta, che in nome dei loro diritti vivono la protesta giorno per giorno, subendo le umiliazioni della classe dirigente comunale. Purtroppo c’è spazio anche per la pagina grave e oscura che riguarda il tentato omicidio ai danni di un membro del presidio (Stefano Zulian), a tutt’oggi al vaglio degli inquirenti. Secondo la testimonianza della vittima stessa, l’aggressione potrebbe essere legata ad interessi vicini alla zincheria. Oltre a questo fatto drammatico i registi dedicano ritratti personali ad alcuni tra gli animatori della vertenza: dai più giovani ai più anziani, perlopiù orfani della cultura contadina della quale sono testimoni viventi, o di un passato ancora più antico, e che tentano di difendere opponendosi al danno sanitario che la zincheria può arrecare alla popolazione attraverso la sua attività.
Il documentario, prodotto dalla “Jolefilm” di Marco Paolini, racconta gli avvenimenti accaduti tra maggio 2006 e giugno 2007, ovvero dal giorno in cui le autorità concedono l’abilitazione alla zincheria consentendone l’inizio della produzione, alle settimane che vedono celebrare la campagna elettorale e le elezioni amministrative. Si scontrano, da una parte, il sindaco uscente, che appoggia gli interessi della zincheria, dall’altra, la lista civica, sostenuta dal presidio.
La battaglia pacifica, anche se ferma e aspra nei termini, è sempre combattuta dai manifestanti utilizzando i mezzi della sensibilizzazione pubblica, nel solco del gioco democratico: l’obiettivo è quello di vincere le elezioni amministrative, o almeno di far eleggere consiglieri che difendano l’ambiente da abusi e portino nelle istituzioni le ragioni del presidio.
Dal film emerge l’adesione appassionata degli autori a favore di poche persone motivate, nonché l’imbarazzante incapacità di ascolto delle istituzioni e l’indifferenza dei potenti di turno. La mal’ombra racconta una storia che riguarda non solo il Nord-Est ma le emergenze ambientali nazionali e il bisogno di partecipazione politica spontanea, e parimenti descrive la perfetta solitudine di cittadini che sfuggono la retorica per porre domande precise su problemi reali. La macchina da presa è perciò l’interlocutore privilegiato, testimone e memoria attiva, la quale non può che raccontare le istanze del gruppo, offrendo altresì la possibilità agli avversari, il sindaco e la zincheria, di controbattere. Occasione sempre rifiutata da questi ultimi.
La musica è l’unico elemento extra diegetico concesso nel documentario: talvolta si manifesta nelle occasioni conviviali nel presidio, oppure è usata per commentarne altre particolarmente intense, commoventi, che riguardano episodi personali, intimi o rievocazioni di un passato che rischia di scomparire.
Come già notato, il film, pur testimoniando una storia locale, pone quesiti universali rispetto ad una società che, nel pieno della crisi economica, porta in primo piano il bisogno di lavoro a scapito della tutela sanitaria della collettività. Spesso la storia d’Italia ha conosciuto speculazioni senza scrupoli che hanno fatto scaturire in cittadini particolarmente sensibili sia l’indignazione, sia il bisogno di documentare e informare, per difendere l’ambiente e la salute della popolazione. Proprio per questo esempio di impegno civile ci sembra che il documentario di Segre e Cressati si inserisca in una tradizione antica, ma alla quale già appartengono valori moderni e avanzati: “Pera colui che primo | A le triste oziose | Acque e al fetido limo | La mia cittade espose; | E per lucro ebbe a vile | La salute civile” (Giuseppe Parini, ‘La salubrità dell’aria’, 1791).

Regia: Andrea Segre e Francesco Cressati. Produzione: Jolefilm. Soggetto, sceneggiatura e fotografia: A. Segre. Musica: Piccola Bottega Baltazar. Montaggio: Sara Zavarise. Durata: 70’.
Con Giacinto Bellino, Raffaello “Baciccia” Baggio, Lucrezia “Clelia” Tosin, Sante Bertin, Lorenzo Signori, Daniele Pasinato e Stefano Zulian.

[Pubblicata su “Quaderni del CSCI”, n. 4, Barcellona 2008]

malombra