“Coffee and Cigarettes” (2003) *

 

Nell’ultimo film di Jarmusch, davanti a tazze di caffé e ad innumerevoli sigarette, si stemperano dialoghi lunari in una lunga serie di episodi in bianco e nero, dove personaggi antitetici o, appunto, stralunati tentano approcci improbabili, discorsi di circostanza e/o litigi soffocati.

Lo dice il titolo: i protagonisti simbolici sono il caffé e le sigarette, un tavolo a scacchi e il bianco e il nero che mai divengono grigio, cioè non riescono a fondersi, a incontrarsi veramente (l’episodio in cui Cate Blanchett parla col suo doppio ne è, a mio avviso, l’emblema). 

Purtroppo il minimalismo del film ci riporta ad un cinema ormai invecchiato fatto di poche cose e, soprattutto, troppe parole. Jarmusch è un bravo regista, un simbolo per la cinematografia indipendente statunitense, però in questo film rischiano di stancare una serie di elementi che si ripetono senza leggerezza. E la ripetitività, la noia (volute), che impreversano nei dialoghi (o silenzi) tra i personaggi, si ripercuote nello spettatore.

Sembra di stare ad una finestra che guarda su un mondo popolato da star e musicisti che fanno il verso a loro stessi o ai loro tic, risultando ancora più distanti di quel che sono, al contrario di quel che il film vorrebbe, probabilmente, far sembrare.
“Coffee and Cigarettes” è un film a episodi come “Taxisti di notte – Los Angeles New York Parigi Roma Helsinki” (Night on Earth, 1992) sempre di Jarmush.

Coffee and Cigarettes I, II, III (Usa 2003) di Jim Jarmusch – con Roberto Benigni, Steve Buscemi, Iggy Pop, Tom Waits.

[4 marzo 2005]

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“Aurora” (1927) **** 

Capolavoro autentico. Frase che si dovrebbe pronunciare raramente, purtroppo, invece, è inflazionata, spesso utilizzata a sproposito. Certo è che non bisognerebbe mai dirlo subito dopo una forte emozione; questa affermazione necessita di decantazione dell’animo, pena lo scadere del senso delle parole.
Il capolavoro è (dovrebbe essere) un “fatto chiaro”, leggibile da molti, che colpisce pure gli incompetenti con la propria presenza: fa discutere, indispone, non lascia residui, riserve. Ma ora mi do questa possibilità: e scrivo, dopo la quarta visione nell’arco di dieci anni, quello che ho riconosciuto dopo la prima visione del film di Murnau: “’Aurora’ è un capolavoro!”.
Diversamente dalle passate, questa volta l’ho visto al cinema, sua patria naturale, per giunta restaurato.

Ho ritrovato un film di “genere” (parola non spregiativa) perfetto anche ai nostri giorni. Il ritmo è sostenuto. Le parti migliori sono le zone d’ombra, dove Murnau si muove con più fantasia e sapienza. La purezza del linguaggio muto, fonde il tragico, l’orrorifico con l’amoroso, il comico, la boutade, il luogo comune, e assurge a simbolo, diviene commovente sinfonia del muto.
La città, luogo mitico e romanzato dall’espressionismo, simbolo dell’alienazione umana anche per i socialisti tedeschi contemporanei al film, qui diviene un tragitto a tappe per la redenzione della coppia, fino al ritorno dell’aurora, titolare della storia.
Il film ha molti punti di forza narrativi, ma in più segna un possibile incontro tra la migliore tradizione cinematografica europea dei primi anni Venti (l’espressionismo) e il sorgente cinema americano (apposta per il gusto americano troviamo l’happy end che ne è l’emblema, tanto quanto il cattivo punito). Storia del Cinema.

Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans, USA 1927) di Friedrich W. Murnau con George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingston.

[20/12/2004]

“Nemmeno il destino” (2004) **

Due generazioni a confronto a Torino.
La malattia di una madre ossessionata dal suo passato e dall’incerto presente del figlio Nini.
Attorno alla vita infelice del ragazzo ruotano le esperienze parallele di altri due coetanei, perennemente nel dubbio se rimanere o andarsene…

Il titolo riprende una vecchia canzone, cantata da Mina. E’ il tormentone nella mente malata della ex ragazza-madre di Alessandro, detto Nini.
L’autore affronta il fallimento della generazione nata dopo la seconda guerra mondiale, cresciuta negli anni fin troppo mitizzati del boom o della sua necessaria risposta: la contestazione.

Quegli anni e i loro figli sembrano ancora oggi protetti da un’oscurità che li rende imperscrutabili ai più: questo film tenta di squarciare il silenzio la storia recente, riuscendoci, a mio avviso, solo in parte.
Gaglianone punta il dito sul fallimento precoce degli adolescenti di oggi, incapaci di trovare un modello accettabile da imitare, da osservare.

La struttura del film assomiglia sempre di più ad un viluppo narrativo a spirale, che porta dall’iniziale coralità dei personaggi (la scuola, l’amiciza di tre studenti minorenni), e delle loro famiglie (la madre e la progressione della sua malattia mentale; un padre che cova la malattia contratta lavorando in fabbrica e che lo mina nel fisico, portandolo all’autodistruzione), frantumate sotto i colpi dei ricordi o dei fallimenti.
Il grande disagio fa emergere la vicenda personale di Alessandro, che ha volontà di farsi carico dei ricordi di tutte le persone che incontra nella sua vita e che, piano piano, vede sfumare. Alcuni simbolismi di troppo (ad esempio la camicia a quadri e il motorino che ritroviamo quali attributi iconologici in due personaggi del film) e il montaggio sincopato, specie nella prima parte, appesantiscono un film che già risulta nella narrazione piuttosto slegato.

Regia di Daniele Gaglianone, con Mauro Cordella, Fabrizio Nicastro, Giuseppe Sanna, Lalli, Gino Lana, Stefano Cassetti. Italia, 110′.

[08/11/2004]

Le chiavi di casa (2004) *** 

Il nuovo film di Gianni Amelio – al contrario di altre sue recenti pellicole – risulta molto coinvolgente e misurato. La sceneggiatura è tratta dal libro autobiografico di Giuseppe Pontiggia “Nati due volte” che narra l’esperienza di un padre che incontra per la prima volta dopo anni il figlio disabile.

Il tema viene trattato da Amelio con una delicatezza che ci fa dimenticare gli eccessi di sentimentalismo che, su temi come questo, ci espongono opere tendenti al politicamente corretto, ponendo invece l’accento su corde ben più profonde e gravi.

Un padre di fronte alla prova forse più grande della propria vita, si trova a fare i conti con la vita precedente, che ha rifiutato, ma ora è risoluto nel far unire il proprio presente con il futuro di entrambi. Prova la grande gioia della paternità ritrovata e gli abissi dell’impossibilità di comprendere il perché di questa vita enigmatica che ha dinanzi.

Il disarmante sorriso del bambino ritrovato vaga tra le ombre della sofferenza, riaffiorando in solari eccessi di affettuosità. Ciò rende impotente il padre/regista che vorrebbe smussare o forse negare l’enorme difficoltà dell’esperienza di questa nuova, seconda, vita.

[25/10/2004]

“Maciste alpino” (1916) ***

Straordinario documento del 1916, tra i più celebri titoli del cinema muto italiano che tenta di raccontare (seppure facendo dell’umorismo) la Grande Guerra.

Il produttore è Giovanni Pastrone noto per “Cabiria”, il kolossal italiano del 1914, che ha lanciato proprio Maciste, l’erculeo eroe di matrice dannunziana (il vate ne conia il nome).

Maciste viaggia in licenza cinematografica nei secoli da Cartagine per passare sulle Alpi a far la guerra ai “crucchi”. Molte le scene degne di nota, così le tecniche di ripresa, a parte il soggetto che si dispiega tra i generi letterari popolari: eroismo, la storia d’amore appena accennata e castissima, l’irredentismo (la prima guerra mondiale venne vista quale quarta guerra d’indipendenza) e la turpe specie dell’austriaco infido e violentatore di donne che fa da contraltare alla forza bruta italica – ma mai veramente cattiva – di Maciste.

L’eroe interpretato come in “Cabiria” da Bartolomeo Pagano, scaricatore del porto di Genova, è un colossale omone che raccoglie su di sé gli attributi del divo forzuto coi nemici e bonario con i suoi. Stratega militare con qualche tratto ulissiaco (nella notte arriva al campo nemico beffando i soldati): un eroe senza tempo che qui veste la divisa grigioverde alpina dopo aver lasciato con nonchalance il perizoma di liberto delle guerre puniche.

Maciste è la parte migliore dell’italico guerriero che a mani nude castiga i nemici o porta in gloria la classe di nobili che questa Nazione ha costruito (come nell’ultima, trionfale, scena), ponendo formalmente e in maniera ingenua il livello di classe popolare che egli rappresenta, pur avendo molti meriti (infatti non parla direttamente con alcun alto ufficiale visto nel film, bensì si limita a suggerire la spedizione pensata da lui, al tenente nobiluomo suo conoscente).

Meritano attenzione le tecniche di ripresa, ad esempio i primissimi piani e i quadri virati a colori, le riprese coraggiose in alta montagna, inquadrature poco convenzionali che mostrano spettacolari spedizioni degli alpini sospesi nel vuoto mentre attraversano un orrido appesi ad una fune; nonché effetti speciali di finzione sorprendenti (Maciste a cavallo che salta del ponte tuffandosi nel fiume).
Degne di nota sono le pose plastiche di Maciste che ne esaltano la forza fisica e richiamano il futuro Mussolini trebbiatore che vent’anni più tardi anch’egli a petto nudo sfida in prima linea la battaglia del grano, riferimento iconologicamente molto importante per l’immaginario collettivo del duce più spettacolare e populista.

 

“Maciste alpino” è un film del 1916 di Luigi Romano Borgnetto e Luigi Maggi con Bartolomeo Pagano nel ruolo di Maciste.

(22/10/2004)

La sposa turca (2004) *** 

“La sposa turca” è stato ingiustamente paragonato ai molti film strappalacrime coevi, con a tema l’immigrazione asiatica nella sazia Europa, e con protagonista il sostanziale colpo di coda del politicamente corretto delll’era clintoniana. No, eh. No.

La protagonista femminile, Sibel, è portatrice di un carattere speciale. Dà vita ad un personaggio inedito, destabilizzante, per nulla rassicurante (neanche in fin dei conti) ed è portatrice di un immaginario, un miraggio piuttosto “maschile”.
Lo sposo forse risente di caratteristiche “balcaniche” troppo scontate (ricorda alcuni personaggi maschili di Kusturica) e rievoca un cliché umano, sospeso tra Iggy Pop e Nick Cave.
I personaggi costruiscono passo passo il proprio melodramma, che certamente risente di un pizzico di esotismo, ma ci sa anche scherzare su.
Certamente non è ai livelli (bassi) di “Viaggio a Kandahar” o dell’insostenibile “Vodka Lemon”, storie tagliate su misura per le sale cinematografiche dei cinema d’essai francesi. 

Buon terribile viaggio con la seconda sposa protagonista del cinema internazionale di quest’anno (vedi “Kill Bill”, il riferimento è d’uopo: grazie Anna).

“La sposa turca” (Gegen die Wand) di Fatih Akın.

[21/10/2004]

“Dredd – La legge sono io” (1995) * 

L’altra sera in televisione hanno ‘passato’ un film che conoscevo soltanto per una canzone dei Cure, “Dredd Song”, ma quest’ultima è un refolo evocativo, una musica lontana suggestiva e ariosa, che mi è sempre piaciuta. Ma la canzone non mi attirò in sala.

Insomma ho visto questo film, scoprendo che le mie impressioni erano fondatissime. La canzone non c’entra nulla col film sulle presunte avventure di questo giudice Di Pietro del futuro, nato da un fumetto, e interpretato da Stallone: nello sfarsi della pellicola il mio divano diveniva sempre più comodo. E non ho preso sonno solo perché volevo capire quando sarebbe arrivato il momento della “Dredd song”.

Ne hanno fatto sentire un quarto sui titoli di coda, come ogni volta mutilati all’inizio dello scorrimento. In pieno stile televisivo. Ma meglio così.

“Dredd – La legge sono io” (Judge Dredd) è un film del 1995 diretto da Danny Cannon, tratto dall’omonimo personaggio dei fumetti ideato nel 1977 da John Wagner e Carlos Ezquerra.

 

[17/09/2004]