The Hateful Eight (2015) **

[Spoiler] “L’8vo film di Quentin Tarantino”: c’è scritto così sul manifesto italiano del film. Uno che cosa legge? L’ottovo. E subito sente puzza di sciatteria. Per non parlare dei doppiaggi pannofineggianti cui bisognerebbe ribellarsi come popolo vittima di un’odiosa tirannia, per restare in tema (visto che si tratta di popolo pagante). Cose che rappresentano il problema minore di un film che ha grossi debiti con la noia. E qui le responsabilità sono degli autori, di Tarantino.

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La durata innanzitutto. I primi tre capitoli, per quanto esteticamente ineccepibili, girati tra bellissime ambientazioni montane,  con attori ben dentro la parte, sono di una lentezza spossante. Ciò è dovuto alla scelta del tempo del film che combacia con il tempo della finzione scenica. Decisione che rende il tutto soporifero, per mancanza di ritmo. Il cambio di passo arriva dal quarto capitolo, oltre la metà del film.

Il processo autocitazionistico (Le iene, Bastardi senza gloria, soprattutto), si mescola alle citazioni del cinema più amato da Tarantino, come di consueto. Ma il western bianco arrossato dal registro grottesco, questa volta però non ha i poteri taumaturgici altrove decisivi.

Nemmeno il lavoro sul razzismo e le origini – impresentabili – della nazione americana ha più la forza dirompente che aveva in Django Unchained. Ma anche questa è una pagina della controversa nascita di una nazione nella stagione dell’intolleranza, per dirla con il padre nobile del cinema americano, Griffith.

Forse siamo dinanzi a un blockbuster di nicchia, per cultori di un cinema vintage, che però rischia di rimanere imprigionato nel gioco del postmoderno, anch’esso all’interno dell’emporio di Minnie. Siamo dinanzi a un meccanismo un po’ più scoperto che in passato, e questo rischia di mostrare la corda.

Corda che alla fine arriva, alla quale sono appese non poche perplessità su un film che, comunque sia, mette in gioco un immaginario potente e vivido.

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“Bastardi senza gloria” (2009) *** / “Django Unchained” (2013) ****

Prima e seconda parte di ‘come sarebbe dovuta/potuta andare la Storia secondo Tarantino’, o della Vendetta. La prima parte, “Bastardi senza gloria”, riguarda la vendetta degli ebrei durante la follia nazista, Django riguarda la vendetta dei neri durante la schiavitù. L’unico revisionismo cinematografico possibile è quello che esaspera e libera le frustrazioni sino a sublimarle. Perché, in fondo, in entrambi i casi, sarebbe potuta andare anche così.

Se nel primo film si possono ritrovare citati i classici di Hollywood così come gli action movies anni Ottanta, in Django v’è il dichiarato omaggio al cinema di genere italiano dalla presenza del primo Django (Franco Nero) alle musiche di Morricone alla citazione di Leone.
Pare proprio che il grottesco di “Django” – assieme alla presidenza Obama – sia il volano che ha permesso film come “12 anni schiavo” e “The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca“.

18 marzo 2014