“Fango e Gloria – La Grande Guerra” (2015) *

La storia immaginata del Milite ignoto, vittima della Grande Guerra, che oggi è sepolto nel ventre dell’Altare della Patria a Roma.

Il protagonista del racconto funzionale è un soldato di leva spedito nel mezzo di una guerra che teme e non comprende, ciononostante non si sottrae al proprio dovere. Sullo sfondo, la storia d’amore con la fidanzata che lo attende invano, infatti il giovane morirà nel giugno del 1918, colpito dal nemico sul Monte Baldo.

Il film fonde frammenti di film “dal vero” d’epoca con una storia di finzione girata nel 2014. I materiali filmici originali sono risalenti agli anni del primo conflitto mondiale e per l’occasione sono stati colorati, sonorizzati e talvolta doppiati. Il risultato dell’operazione — non sempre positivo — mira, almeno nelle intenzioni di Tiberi e del produttore, l’Istituto Luce, ad avvicinarli alla sensibilità del pubblico contemporaneo.

[pubblicata su “Segnocinema”, n. 195, settembre-ottobre 2015, p. 31]

Il film è diretto da Leonardo Tiberi.

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“Torneranno i prati” (2014) ***

Inverno 1917, una notte sull’Altopiano di Asiago. Alcuni soldati italiani di stanza in un caposaldo vicino a una postazione nemica vivono nell’attesa degli eventi, mentre giungono dal Comando nuovi ordini.

Sotto una coltre di neve immacolata cova, sepolta, la guerra. Il mestiere delle armi giace anch’esso in attesa, stretto tra l’esuberanza e la fragilità della natura, distratto dal letargo mancato degli animali sconvolti dalle esplosioni, in un buio rischiarato dall’indifferente Luna piena. Il racconto dura una sola notte che pare non portare ad alcun giorno. I soldati italiani sottostanno a gerarchie invisibili, l’ufficiale e il subalterno, in costante rapporto con l’umano, il disumano, l’atroce, la morte. E poi c’è il nemico; egli piomba dal cielo, scava sottoterra, è lontano eppure vicino, accende la notte coi bengala in cerca di altra vita da spegnere. Presente in ogni minuto che passa, ma il suo volto rimarrà ignoto.

Il respiro del film fa proprie le paure dei neocavernicoli ridotti all’attesa, i quali combattono la loro guerra su molti fronti, non soltanto in prima linea. Il primo a causare morti nel caposaldo è proprio un generale italiano che ordina una missione suicida, senza appello. Olmi riprende il teorema già di Uomini contro (1970), ossia che il “nemico è alle spalle”, spogliandolo dell’ideologia di quegli anni, cui era metafora il film di Rosi. Qui non si vede nemmeno il generale, altro avversario invisibile, poiché si manifesta sottoforma di ordine scritto portato da un ufficiale di passaggio, scortato da un tenentino senza esperienza sul campo. Ma un ulteriore nemico, altrettanto ignoto, si insidia dentro i corpi già provati: un’epidemia che viene dai Balcani, dice l’ufficiale di passaggio; così come la guerra proviene da lì, nota il capitano del presidio alpino.

Sin dall’incipit del film si palesa l’Italia dei cento dialetti, che abbiamo già conosciuto in molte pellicole di guerra. Italiani che si ritrovano per la prima volta faccia a faccia, ma che, pur non capendosi, si riconoscono. Ora sono tutti al fronte, a difendere un anonimo scoglio sul limite di un confine invisibile, reso ancora più remoto da quattro metri di neve caduti sopra le baracche, i trinceramenti e il bunker. Neve che spinge al silenzio anche il dolore dei feriti, così come è muta la rassegnazione dei superstiti. Un tempo vuoto, sospeso solo dalle devastazioni dei bombardamenti, dal tintinnio dei campanacci legati sul reticolato, mossi dal vento e dallo spostamento d’aria delle esplosioni.

Il silenzio bianco viene interrotto per un momento dal canto del soldato napoletano, che pare fare eco all’obiezione mossa da Lussu al film di Rosi, ispirato al suo Un anno sull’Altopiano, e confessata a Mario Rigoni Stern: «Qualche volta abbiamo anche cantato»[1]. E proprio Lussu è evocato, oltre che dalla location, dall’unico nome che emerge in un esercito di anonimi, non importa se ufficiali o truppa: è il capitano Emilio, colpito dalla “spagnola”, che si ribella all’ordine del generale, ordine che definisce «criminale» e sarà l’anticamera dell’insubordinazione e della corte marziale.

Così come dopo la notte tornerà la luce, dopo la neve torneranno i prati. Prati che fioriranno sopra i corpi dei morti, caduti per un presidio che, nonostante i sacrifici immani e le vite spezzate, sarà abbandonato. La decisione è presa altrove, da un regista lontano, in una sospensione che è onirica. Il manipolo, infine, si incammina, con passo incerto, lungo il fianco della montagna in una mesta ritirata caricata di altrettanti dubbi e dal peso dell’insensatezza.

Un Olmi visionario dà voce a un viluppo emotivo, scandito sia da eventi devastanti, sia da piccoli episodi intimi, quotidiani. La morte accompagna ogni respiro, eppure c’è spazio per il sogno, per i sogni, per quanto sbiaditi. Il larice d’oro, la volpe, la lepre, il topo, privati del sonno letargico, riportano il racconto, slegato da ogni trama, a una dimensione narrativa dove le immagini soverchiano qualsiasi testo e riconducono al tempo del soldato, un tempo che si misura nel cercare la distanza da una morte probabile. Ma dinanzi allo scempio supremo, dopo il bombardamento a tappeto che si abbatte sul presidio italiano, e durante la conta dei morti, c’è spazio per un’imprecazione, detta sia pure sottovoce, rivolta a quel Dio ormai lontano, fuggito chissà dove.

Non soltanto il suono, anche il colore viene a mancare, diafano come la pelle fredda dei soldati anemici, deprivati della loro dignità, spogliati della vita, un artificio dovuto a Fabio Olmi che s’intona e interpreta lo spirito più profondo del film.

Il regista, che è autore del soggetto e della sceneggiatura, si è ispirato al racconto La paura di Federico De Roberto, del 1921, che in un brano vivido, rende plasticamente quel sentimento che legava in modo indistinto la carne da cannone, lontano dai toni consolatori della retorica che li voleva tutti eroi: «ma se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tendersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello»[2].

In coda, quasi in un postludio, Olmi crea un film di montaggio utilizzando materiali d’epoca, che hanno immortalato scene di vita al fronte, in un insieme indistinto di uomini abbigliati di panno e metallo alle prese con macchine da guerra colossali, tra reticolati, esplosioni e paesaggio lunare, specchio di quelle anime sconvolte.

[1] Cfr. Mario Rigoni Stern, Introduzione, in Emilio Lussu, Un anno sull’altopiano, Einaudi, Torino 2000, p. 9.

[2] Federico De Roberto, La paura [1921], in Id., La disdetta e altre novelle, Avagliano, Cava de’ Tirreni 2004, p. 173.

Torneranno i prati
Regìa: Ermanno Olmi, Orig.: Italia, 2014, Sogg. e Scenegg.: Ermanno Olmi. Fotogr.: Fabio Olmi.
Interpr.: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo.
Durata: 80 min.

[Recensione pubblicata su “Segnocinema” n. 191, gennaio-febbraio 2015, pp. 35-35.]

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Un Olmi visionario dà voce a un viluppo emotivo sulla Grande Guerra vista da un caposaldo italiano in mezzo a un mare di neve, indistinto.

Un tempo scandito sia da eventi devastanti, sia da piccoli episodi intimi, quotidiani. La morte accompagna ogni respiro, eppure c’è spazio per il sogno, per i sogni, per quanto sbiaditi.

Il larice d’oro, la volpe, la lepre, il topo, privati del sonno letargico, riportano il racconto, slegato da ogni trama, a una dimensione narrativa dove le immagini soverchiano qualsiasi testo e riconducono al tempo del soldato, un tempo che si misura nel cercare la distanza da una morte probabile.

Così come dopo la notte tornerà la luce, dopo la neve torneranno i prati. Prati che fioriranno sopra i corpi dei morti, caduti per un presidio che, nonostante i sacrifici immani e le vite spezzate, sarà abbandonato.

Non soltanto il suono, anche il colore viene a mancare, diafano come la pelle fredda dei soldati anemici, deprivati della loro dignità, spogliati della vita, un artificio dovuto a Fabio Olmi che s’intona allo spirito più profondo del film.

“Torneranno i prati” è scritto e diretto da Ermanno Olmi.

[Recensione pubblicata sul blog il 24 novembre 2014]

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Una lunga domenica di passioni (2004) *

Ambientata durante la prima guerra mondiale, la pellicola di Jeaunet è il frutto di un assemblaggio cinefilo.

Le numerose citazioni annoiano spesso e volentieri anche (o soprattutto) chi le riconosce, mentre la fotografia patinatissima – da rotocalco – sazia dopo i primi minuti.

L’intreccio (è un’indagine a ritroso) è studiato come un videogame e stancamente arriva a un finale che non sorprende (mentre si spera  che esso arrivi il prima possibile). Ricorda alcuni tic della precedente fatica del regista, e interpretato dalla medesima attrice, “Il favoloso mondo di Amelie”.

“Una lunga domenica di passioni” (Un long dimanche de fiançailles) di Jean Pierre Jeaunet, Francia 2004, 134′.

25 marzo 2007

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“Per il re e per la patria” (1964) ****

“King and Country” è un capolavoro (pressoché misconosciuto) della filmografia bellica di tendenza antimilitarista.

Durante la prima guerra mondiale un giovane soldato diserta, catturato dai suoi stessi camerati è sottoposto a un processo.

Al soldato toccherà una corte poco comprensiva, ma un difensore che si lega alla sua sorte in mondo compassionevole.

Losey racconta – in un bianco e nero nitido – una storia infame eppure frequente, caricando sui volti dei protagonisti, spesso in primo piano, il dramma della vita di trincea e la meschinità e l’indifferenze non solo delle alte gerarchie, ma pure dei commilitoni della vittima sacrificale.
Un grande Bogarde.

“Per il re e per la patria” (King and Country) di Joseph Losey, GB 1964, 90′.

25 marzo 2007

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“Maciste alpino” (1916) ***

Straordinario documento del 1916, tra i più celebri titoli del cinema muto italiano che tenta di raccontare (seppure facendo dell’umorismo) la Grande Guerra.

Il produttore è Giovanni Pastrone noto per “Cabiria”, il kolossal italiano del 1914, che ha lanciato proprio Maciste, l’erculeo eroe di matrice dannunziana (il vate ne conia il nome).

Maciste viaggia in licenza cinematografica nei secoli da Cartagine per passare sulle Alpi a far la guerra ai “crucchi”. Molte le scene degne di nota, così le tecniche di ripresa, a parte il soggetto che si dispiega tra i generi letterari popolari: eroismo, la storia d’amore appena accennata e castissima, l’irredentismo (la prima guerra mondiale venne vista quale quarta guerra d’indipendenza) e la turpe specie dell’austriaco infido e violentatore di donne che fa da contraltare alla forza bruta italica – ma mai veramente cattiva – di Maciste.

L’eroe interpretato come in “Cabiria” da Bartolomeo Pagano, scaricatore del porto di Genova, è un colossale omone che raccoglie su di sé gli attributi del divo forzuto coi nemici e bonario con i suoi. Stratega militare con qualche tratto ulissiaco (nella notte arriva al campo nemico beffando i soldati): un eroe senza tempo che qui veste la divisa grigioverde alpina dopo aver lasciato con nonchalance il perizoma di liberto delle guerre puniche.

Maciste è la parte migliore dell’italico guerriero che a mani nude castiga i nemici o porta in gloria la classe di nobili che questa Nazione ha costruito (come nell’ultima, trionfale, scena), ponendo formalmente e in maniera ingenua il livello di classe popolare che egli rappresenta, pur avendo molti meriti (infatti non parla direttamente con alcun alto ufficiale visto nel film, bensì si limita a suggerire la spedizione pensata da lui, al tenente nobiluomo suo conoscente).

Meritano attenzione le tecniche di ripresa, ad esempio i primissimi piani e i quadri virati a colori, le riprese coraggiose in alta montagna, inquadrature poco convenzionali che mostrano spettacolari spedizioni degli alpini sospesi nel vuoto mentre attraversano un orrido appesi ad una fune; nonché effetti speciali di finzione sorprendenti (Maciste a cavallo che salta del ponte tuffandosi nel fiume).
Degne di nota sono le pose plastiche di Maciste che ne esaltano la forza fisica e richiamano il futuro Mussolini trebbiatore che vent’anni più tardi anch’egli a petto nudo sfida in prima linea la battaglia del grano, riferimento iconologicamente molto importante per l’immaginario collettivo del duce più spettacolare e populista.

 

“Maciste alpino” è un film del 1916 di Luigi Romano Borgnetto e Luigi Maggi con Bartolomeo Pagano nel ruolo di Maciste.

(22/10/2004)