Il viaggio di Arlo (2015) **

Parte I, per chi non l’ha visto ancora

Ucronia per ucronia, se il cinema fosse nato qualche anno prima del 1895* e Charles Darwin si fosse improvvisato soggettista cinematografico, molto probabilmente avrebbe scritto una storia simile a “Il viaggio di Arlo”. Magari avrebbe contribuito a far comprendere agli ipotetici spettatori, in modo semplice e chiaro, la sua celebre teoria evoluzionista. Così come ha appena tentato di fare chi scrive, cioè sfruttando un “se fosse” della Storia per, viceversa, spiegare l’esistente.

Ucronico è, infatti, il pretesto del film, il quale prevede che l’impatto astronomico col nostro pianeta – causato da un bolide – , non abbia soluzione, ma si limiti a sfiorare l’atmosfera terrestre. Con il risultato di impedire quella serie di effetti concatenati e terribili che, secondo detta ipotesi, ha portato tra l’altro all’estinzione dei dinosauri, stimolando il nuovo corso biologico di altre specie, come i mammiferi, e infine ha portato l’uomo a evolversi, per l’appunto. Invece qui sono i dinosauri che si evolvono: assistiamo a una realtà che vede i grandi rettili erbivori seminare, mentre i carnivori vivono allevando animali. C’è anche l’uomo, ma a uno stadio evolutivo primitivo.

Se il film da una parte è istruttivo e ostenta nozioni didattiche e didascaliche, dall’altra tenta di solleticare il pensiero critico dei giovani spettatori con i menzionati “se”. Eppure se consideriamo un’altra angolazione, quella dei sentimenti, “The Good Dinosaur”, questo il titolo originale del film, è drammaticamente disincantato, in puro stile Disney. Pare di tornare ai bei vecchi tempi  di “Bambi”, “Dumbo”, “Il re leone”, tra gli altri, ma anche al più recente “Alla ricerca di Nemo”. Le tragedie familiari disneyane sono una ‘pars destruens’ primigenia e necessaria per l’evoluzione (ecco di nuovo la parola chiave) del personaggio/società/mondo. E’ certamente una parte minoritaria nell’economia del film – se confrontata a quella narrativa amplissima ed edificante che infine conduce al riscatto – eppure ha il peso specifico del trauma incancellabile.

Parte II. Per i genitori sciagurati (come me)

A proposito di traumi. Al solito, un genitore prima si informa e poi si regola se portare, o meno, in sala un bambino di quattro anni. Ad esempio, lo accompagna a vedere “Madagascar”, ma non “Il re leone”, per quest’ultimo – a mio avviso – vanno bene età, carattere e spalle un po’ più larghe. Scrivo questo perché nei primi trailer di “Il viaggio di Arlo” non si avvertono ‘pericoli’ di sorta, al di là della dimensione avventurosa, che certo comporta qualche incognita. Al contrario, a ragion veduta, mi rendo conto che posso contare soltanto qualche momento di distensione nei cento minuti di proiezione. Questo ben lo sa chi (come me) a cuor leggero ha portato i propri figli piccoli in sala, attratto da una grafica buffa e accattivante, apparentemente innocua.

Le citate tregue di decantazione, e digestione, dei traumi narrativi sono brevi e insufficienti a ridimensionare la tensione, perché la tragedia è sempre dietro l’angolo, mentre le scene di violenza piuttosto gratuite – e talvolta sadiche – si sprecano. Questa volta ho visto il film anche con altri occhi, devo ammetterlo. Occhi importantissimi considerando che l’animazione per quanto strumento di messa in scena cinematografica evoluto – che da tempo interpreta tutti i generi – nella nostra (mia?) mentalità sia comunque da ricondurre alla fruizione infantile, a uno stadio di visione propedeutico, facilitato. Figuriamoci se poi vediamo un buffo bimbetto e un buffo lucertolone verde sul manifesto del film, entrambi cogli occhioni luccicanti, va da sé che detto film, affatto minaccioso, non porti a considerare altro che un pubblico infantile, comprendendo tra esso anche i più piccoli.

Mi servirà di lezione, abbasso la censura sempre, ma un avvertimento, forse, sarebbe prezioso in casi come questo.

Parte III. Zona spoiler (attenzione)

Menzionavo il carattere stilisticamente buffo dei personaggi, ma con ciò non voglio certo dire che non sia un film adatto ai bambini, non è adatto a un bambino di quattro anni, forse non al mio in particolare. Di sicuro è più apprezzato da bimbi più grandi, con più cammino alle spalle, come ho scritto. E’ altrettanto vero che però i fanciulli hanno la capacità di rimuovere e integrare creativamente. Aggiungo che ho sentito la necessità di fare una domanda a mio figlio dopo la proiezione, ovvero gli chiedo che fine avesse fatto il padre di Arlo – un padre dinosauro possente, protettivo, buono e giusto che viene travolto da un violentissimo fiume in piena, al culmine di una scena mozzafiato -, mi sono sentito rispondere: “E’ tornato a casa, ma dopo il film”.
Va be’, anche per questa volta i sensi di colpa sono un po’ accantonati, rimozione & ricostruzione, chi vivrà, forse, ne vedrà i frutti.

Al netto delle critiche, il film è comunque bello, il ritmo serrato, ma il plot pare camminare sul filo del plagio. Le somiglianze con “L’era glaciale” (‘Ice Age’, Usa 2002, di Carlos Saldanha e Chris Wedge) sono tante, come l’ambientazione in quell’interregno tra bestie preistoriche (ancorché mammiferi) estinte da millenni e l’aurora dell’uomo; una natura “leopardiana”; il senso della famiglia; la perdita e il riscatto. La differenza è che qui sono incluse nella dimensione narrativa di quello che – non solo in letteratura – si chiama romanzo di formazione.

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The Good Dinosaur” è diretto da Peter Sohn, 100′.

*Mentre scrivo è il 28 dicembre 2015, e centoventi anni fa esatti, a Parigi, si inaugurava il Cinematografo Lumière con la prima proiezione pubblica a pagamento presso il Salon Indien. A proposito di evoluzioni (e ridagli).

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