Il grande silenzio (2005) *

Docufiction costruita attorno a una visione poetica della vita monastica.

Il tempo dilatato, il ritmo delle stagioni, il lavoro, la preghiera quotidiani vengono contrapposti alla vita estenuante dello spettatore. Un’effigie di ciò che questo gruppo ristretto di uomini, vive rigorosamente al di fuori del mondo. La banalità del bene, si potrebbe parafrasare, considerando la molta superficialità.

Infatti il film dice anche di più, involontariamente. Presenta i monaci in maniera imbarazzante dedicando dei ritratti un po’ vanesi; li rappresenta, più che li ritrae, nel silenzio dei rumori quotidiani, nel fascino “new age” della vita altra, il profumo di un mondo che gioca il proprio destino altrove. Difficile che questo film parli a chi non è in sintonia con la frustrazione di vivere nel caos dell’occidente “relativista”.

Il dubbio è che il film, oltre che troppo lungo, sia sterile, che vada a solleticare una velleitaria tensione all’altissimo, che un pubblico massificato richiede “una tantum”, illudendosi di avere catturato una goccia di santità e ascesi. Un’opera simile su un monastero buddista avrebbe prodotto gli stessi stilemi e avrebbe solleticato le stesse frustrazioni.

Presentato forse maliziosamente come documentario, si tratta realmente di una “docufiction”, giacché non c’è nulla di rubato alla realtà. Compresa la consapevolezza dei monaci i quali, tranne in qualche raro caso, non guardando mai in macchina da presa, fingono cioè che non ci sia l’operatore, fingono di non essere filmati.

Non è “reality” a sfondo religioso, ma risponde alle stesse esigenze voyeuristiche e livella al ribasso una tradizione millenaria, che perdura nonostante i film di questa risma.

“Il grande silenzio” è diretto da Philip Gröning.

19 aprile 2006

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