“Fellini Satyricon” (1969) **** 

Versione liberamente tratta e rivisitata dall’omonimo romanzo dell’età neroniana firmato dal misterioso Petronio Arbitro.

Fellini affronta la rivisitazione di uno dei testi più importanti (e divertenti) dell’antichità rimasticando gli eventi, soprattutto verso l’epilogo, e riducendo il numero di personaggi, consentendo all’opera tempi più cinematografici.
Rispetto al testo originale, Fellini, affonda la lama nei caratteri dei protagonisti, togliendone l’innocenza, condendo i loro atti immorali, omicidi e morti violente comprese, in un contesto sempre sopra le righe.
E’ ovviamente interessato alla caricatura di Trimalchione: il liberto ricco sfondato protagonista del passo più famoso dell’opera, attorniato dai suoi convitati ‘coatti’ e leccapiedi, a loro volta schiavi arricchiti e dediti alla cafoneria professionale, all’ostentazione di ogni ricchezza e dissoluzione morale.
Ma il protagonista autentico del film risulta il corale popolo di comprimari, già evidenziati da Petronio stesso, in cui spicca la vicenda di Encolpio, l’io narrante e osservatore degli eventi attorno a sé: uno studente innamorato (non corrisposto) dell’efebo Gitone, a propria volta causa di dannazione per tutti i personaggi del soggetto.
Ascilto altro studente dedito all’avventura, godereccio (non meno degli altri), ma virile e disincantato rispetto a Encolpio. Infine ecco il ‘poeta’, il vecchio e tronfio Eumolpo, che vive di espedienti passando da disavventure a glorie immeritate, proiezione futura dei giovani fin qui presentati.

Fellini ricalca la frammentarietà propria del romanzo, giuntoci purtroppo mutilo, e che verte sulla strepitosa e simbolica e citata cena di Trimalchione, con il corollario di personaggi grotteschi dediti all’edonismo, simbolo dell’età decadente cui il romanzo è specchio compiaciuto e divertito, fin quando scende in un viluppo di violenza e lascivia senza scampo. Il finale aperto sembra indicare l’attualità di un’opera che giudica anche la nostra epoca, figlia legittima della decadenza descritta da Petronio. Fellini, che si è già confrontato col “Satyricon” per “La dolce vita”, sorta di aggiornamento del viaggio delirante narrato da Petronio, vi tornerà il capolavoro “Il Casanova di Federico Fellini” (1977), nel quale ritorna sul tema del viaggio nella decadenza che pare ricorrere insistentemente in modi diversi e uguali in tutti gli evi (italiani): antichi, moderni e contemporanei che siano.

Postilla: il film contribuisce alla creazione di una rinnovata iconografia di un antico primitivo e “barbarico”, avulso dagli abituali fasti classici, ingessati, hollywodiani, forse più d’ispirazione neoclassica, canoviana, cui siamo abituati. A questo nuovo gusto contribuisce Danilo Donati, costumista già collaboratore di Pasolini in altri film a tematica classica. Mentre la lingua è un interessante miscellanea di dialetto e latino, gli accenti sono quelli dell’Italia di oggi, specchio della varietà presente nel testo originale.

Il titolo autoreferenziale è dovuto dalla necessità di distinguerlo da un omonimo film uscito l’anno precedente (1968) che vede Ugo Tognazzi nella parte di Trimalchione: questo fu origine di dissapori tra il regista e l’attore. Quest’ultimo, si dice, si vendicò così di un rifiuto nei suoi confronti da parte di Fellini per un film qualche anno prima.

[12/02/2005]

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