“Youth – La giovinezza” (2015) *

Un musicista (Caine) e un regista (Keitel) ottantenni, consuoceri, amici di una vita, trascorrono assieme le vacanze in un albergo di lusso tra le Alpi svizzere. Il primo si rifiuta di tornare a dirigere l’orchestra anche solo per un’ultima volta, nonostante le insistenze della regina d’Inghilterra. Nel contempo il regista lavora assieme al suo staff a un film che, almeno nelle intenzioni dell’uomo, dovrà rappresentare il proprio testamento cinematografico.

La sorte ribalterà le decisioni di entrambi: il musicista tornerà sul podio, mentre il regista deciderà di togliersi la vita ancor prima di terminare l’opera del congedo.

“Youth” si snoda tra citazioni felliniane, pop e letterarie creando un continuo flusso di emozioni che si riverberano sulla vita e la morte, dolore e apatia, vecchiaia e giovinezza. Sorrentino sembra abbracciare e abbandonare in modo rapsodico personaggi e situazioni, rimanendo spesso sulla soglia del profilmico, creando nuove attese o false epifanie. Riemerge dai film precedenti la speculazione su celebrità e anonimato, successo e insuccesso, nonché sul concetto di divismo che riguarda i due protagonisti, ma pure un giovane attore in crisi e un grande calciatore decaduto. Imbarazzanti alcune digressioni (la performance di Dano nei panni di Hitler – la levitazione del monaco), che sembrano allungare un racconto altrimenti povero di eventi.

Il risveglio è dato – anche – dal suono della carta di una caramella che, stropicciata tra le dita del compositore, dà inizio a una sinfonia della creazione che arriva a comprendere ogni suono casuale di animali e di oggetti, finanche i silenzi. Infine, le fughe dall’esilio svizzero, una a Venezia, l’ultima a Londra, rimetteranno in gioco il maestro e lo aiuteranno forse a chiudere i conti con il proprio passato lasciato a lungo in sospeso.

[pubblicata su “Segnocinema”, n. 195, settembre-ottobre 2015, pp. 89-90]

“Youth” è diretto da Paolo Sorrentino.

28 settembre 2015

youth

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“La grande bellezza” (2013) **

(Potevamo esimerci? No.)

È un film pensato, scritto, girato, fotografato, montato apposta per l’Oscar. E infine, ieri, l’ha vinto. Niente è (andato) fuori posto.

Più che un film sopra gli stereotipi ‘romani’ e italiani “La grande bellezza” è un film-museo nel quale scorrono luoghi comuni sull’Italia reali, presunti, geografici, culturali e cultuali, comunque sia oggetti noti al pubblico americano (occidentale).
Non è un film che parla male dell’Italia, è un film che conferma un’idea media dell’Italia. Culinaria e Mafia comprese.
In questo senso è un film nato vecchio, forse già morto, sovraccarico di cattivo gusto che, per quanto voluto, intacca il film stesso.

Il progetto, da un punto di vista ‘politico-programmatico’, nasce già con il precedente “This Must Be the Place” (2011), grazie al quale Sorrentino si è fatto notare – per tempo – con una produzione ‘internazionale’, con tanto di star protagoniste, poco compreso in patria, ma apprezzato – pare – negli States. Ed è l’anticamera necessaria per l’Oscar. Per Benigni, invece, fu la sue presenza in alcuni film di Jarmush, oltre che la benedizione del grande Spielberg.

Il passo successivo, dunque, per la marcia sull’Academy, passo necessario, è stato produrre “La grande bellezza”. Se da “La dolce vita” (amatissimo dagli americani) Benigni mutuò la parola “vita”, da “La vita è bella” Sorrentino mutua l’aggettivo, il bello, che diviene ‘la grande bellezza’, in una sorta di staffetta lessicale. Un DNA dichiarato fin dal titolo.

Sorrentino pare osservare – a distanza di sicurezza – un’Italia che non esiste se non in un’idea straniera, americana, dove tutto è felliniano, in rovina, bizzarro, pittoresco, colorato, ammuffito, ricco, sprecone, drogato, ma dove di Fellini – del suo occhio caustico allenato a scovare le mostruosità nel ventre putrido della Città: Roma come il Mondo – non c’è traccia, qui c’è Roma come Roma, al massimo Roma come Italia, ma non più Roma come il Mondo, dove la città è un particolare di lusso che diviene Universale.

Ma quest’ultimo è il problema minore per un bambino concepito in vitro proprio per vincere l’Oscar. Il problema si sarebbe posto se non l’avesse vinto, semmai.

C’è da dire che “La grande bellezza” rispetto a “Il Divo” sembra girato da un’altra persona e molti anni prima.
Ah, non dimentichiamo di dire che la fotografia di Bigazzi è splendida, in una conversazione sul film questo dato non deve mai mancare. Altro luogo comune, ma questa volta però fondato.

“La grande bellezza” è diretto da Paolo Sorrentino.

4 marzo 2014

“Le conseguenze dell’amore” (2004) ***

Un oscuro uomo d’affari vive tra la camera e il bar di un albergo ticinese. Unico strappo alla sua vita metodica è rappresentato da una valigia misteriosa che porta in una banca poco distante.
Negli ultimi tempi, però, le cose si complicano, piccole cose, apparentemente, ma non per la coscienza dell’imperturbabile dottor Di Giacomo.

Film di gran lunga fuori della media italiana. Una costruzione coadiuvata da un’ottima fotografia, una colonna sonora ammiccante e giovanile e un Toni Servillo in gran forma nella parte dell’uomo d’affati Titta Di Giacomo. La presenza femminile è affidata ad Olivia Magnani (nipote di Anna), dalla recitazione sottotono.
La ragnatela nella quale Di Giacomo vive è apparentemente sostenibile, l’unico grimaldello lo richiama il titolo, e lui lo sa. E sa pure che le proprie nevrosi, che vorrebbero l’impeccabilità, la perfezione, alimentano loro stesse fino al rifiuto. I tempi del film, delle azioni, degli aneddoti, sono dilatati, ma il regista riesce a mantenere la tensione per lunghi periodi.

La ricercatezza delle riprese (molti i piani sequenza, memorabile quello attorno al capo di Servillo), della fotografia, l’intonazione con una musica ambientale e fortemente evocativa, vivono della vita di Di Giacomo.

“Le conseguenze dell’amore” (Italia 2004), regia di Paolo Sorrentino – con Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Angela Goodwin, Raffaele Pisu.

[25/02/2005]