La caduta (2004) *

Gli ultimi giorni di Hitler, rinchiuso tra le mura del bunker berlinese… Una “fiction” televisiva gonfiata per il cinema: questo risulta “La caduta” in due ore e mezzo di ripetitivi primi piani su Ganz e i suoi farfugliamenti. Chi ha scritto contro questo film, urlando all’apologia del nazismo, non lo ha visto. Nessun revisionismo, o peggio, nessun negazionismo, qualche consessione al (perseverando un altro “ismo”) “l’innocentismo” dei tedeschi “che non sapevano” come alla fine del film registrano le immagini dal vero di una signora anziana intervistata (l’ultima segretaria di Hitler).

Non bisogna prendere “La caduta” troppo sul serio: è un’operina che sta in equilibrio sul nulla di nuovo; che dà una visione estetica della figura emaciata del capo del nazismo; non insinua pietà, ma sottende morbosità, come da sempre ispira la figura del mostro visto nel suo crepuscolo. I primi tre quarti di film sono di una noia mortale, segnati dalla frasesca imitazione che Bruno Ganz fa di Hitler, il parkinson, le stereotipie; buffonate che lasciano indifferenti. Dopo la morte del dittatore, il telefilm decolla per pochi minuti, narrando dello smarrimento dei gerarchi, del popolo, ma indugiando, fatalmente, su ogni passo che i personaggi fanno, allungando la minestra, per ovvie ragioni di mancanza di materiale storico sul quale basarsi, o per timore di fare passi falsi, storicamente esecrabili… Hitler non viene dipinto come un diavolo. Sarebbe stato un errore madornale ritrarlo come tale; sarebbe stato come giustifcarne il ruolo nel mondo, in fondo. Hitler è un uomo senza scusanti; è un uomo che ha cercato e creato il disastro, in questo il film è “corretto”: ma del nazismo si narra soltanto il lato estetico. Un film che sarebbe potuto essere un buon cortometraggio, ma che diventa un’impressionante teoria di ripetizioni e congetture, insopportabili, di ben 150 minuti! Ciò che viene ripetuto per almeno quattro volte dalla bocca del fuehrer è: che il popolo tedesco si è scelto il proprio destino, e quindi la sua distruzione se l’è cercata, e ora deve sacrificarsi. L’indagine rimane ben presto fossilizzata sui tic nervosi di Hitler, le leggende acquisite, il cane pastore-tedesco Blondie, il vegetarianesimo del mostro apparentemente contraddittorio, i suoi deliri pseudo-darwiniani sulla superiorità e sulla selezione naturale delle razze umane, si sprecano… temo per mancanza d’altro. Mentre nell’ultima parte del film il regista non ci risparmia immagini splatter, di bassa macelleria, arti mozzati e sangue a fiumi. Prima di virare sulla speranza, il bambino che si ravvede: da decorato hitleriano, per aver abbattuto due autoblindo russe, si converte alla non violenza e cammina, fiero, verso il futuro (al contrario del bambino di “Germania anno zero”). “La caduta” è travolto da una dichiarata misoginia: tutte le donne sono ritratte al rango di galline affascinate dal potere machista; Eva Braun, è riprodotta completamente matta, sempre sopra le righe, incosciente, e dall’indole vagamente troiesca; La giovane protagonista, la segretaria, oltre a sbarrare gli occhi e a commuoversi per Hitler, altro non fa. L’unica donna dura è la signora Magda Goebbels, ma anche questo fa parte della tradizione iconologica nazista, voluta da Hitler stesso! Una menzione particolare va alla traduzione italiana piuttosto claudicante, che ci regala qualche verbo ausiliare non azzeccato e ripetuto (“se l’avessi saputo, avrei potuta atterrare…”). Chi si aspetta un film scorretto sul nazismo temo debba rivolgersi ad opere del calibro di “Zio Adolfo in arte fuehrer” con Celentano o al tremendo “Kakkientruppen”; ma la furbata pubblicitaria funziona. Se invece si vuole tentare di farsi un’opinione sul perché la Germania è arrivata al nazismo ed alla guerra, consiglio, quale antidoto: “Zelig” di Woody Allen; o come documento storico di straordinario impatto visivo: “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, regista ufficiale del nazismo, morta ultracentenaria, un anno fa circa.

Der Untergang (Germania 2004) di Oliver Hirschbiegel – con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Corinna Harfouch, Ulrich Matthes, Juliane Köhler.

2 giugno 2005

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Mein Führer – La veramente vera verità su Adolf Hitler (2007) **

Un incubo divertente e inquietante che recupera e cita i film che nel passato più o meno recente hanno tentato di esorcizzare la figura del dittatore tedesco. Fuor della stucchevole polemica sulla convenienza di sorridere o meno del nazismo (questi polemisti non avranno mai visto “Vogliamo vivere” di Lubitsch o “Zelig” di Allen, chissà), dove ciò che fa sorridere è perlopiù il disagio, frutto di stati d’animo contrastanti e per nulla rassicuranti.

E’ un film prevedibile che ricorda, almeno nella struttura tripartita (prologo, flashback, epilogo), “Train de vie” e nel finale cita “Il grande dittatore”. La vendetta parodica postuma contro il dittatore nazista fa sorridere, ma nulla di più; il regista, forse, centra il suo bersaglio prefissato e riporta l’equilibro – si fa per dire – con “La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler” (Der Untergang, 2004), diretto da Oliver Hirschbiegel, livido e demoniaco film sulle ultime ore del Fuehrer, e giudicato pericoloso perché ‘affascinante’, almeno potenzialmente.
Tuttavia la pellicola diretta da Levy è vessata da lungaggini inutili e frequenti digressioni  che contribuiscono alla perdita del filo narrativo.

Chissà cosa direbbero gli scandalizzati da questo film, o dal citato “Train de vie”, o da “La vita è bella”, se vedessero il magnifico “Per favore non toccate le vecchiette” ossia, in patria, “The Producers” (1968) di Mel Brooks (con formidabile remake di Susan Stroman del 2005).

“Mein Führer – La veramente vera verità su Adolf Hitler” (Mein Führer – Die wirklich wahrste Wahrheit über Adolf Hitler), regia di Dani Levy.

22 dicembre 2007