Il figlio di Saul (2015) ***

Poema scritto con immagini in movimento, poema tragico sul corpo, per un corpo, raccontato da una macchina da presa incollata a Saul in un interminabile pedinamento, un vero corpo a corpo. Corpo ancora vivente tra quelli senza vita di Auschwitz.

Nella fabbrica della morte non c’è spazio per la speranza, tuttavia nel protagonista si fa strada un’iniziativa personale, un progetto. Mosso dalla volontà di ricerca dell’umano perduto, Saul si ostina a far fiorire un gesto di pietà, intimo, in mezzo al delirio della violenza, in mezzo alla morte. Se c’è ancora uno spazio minimo per un tentativo di misericordia, Saul lo porterà fino in fondo, tra mille rischi.

Film girato con camera a spalla, claustrofobico, quel che non concede agli occhi lo offre all’immaginazione. L’orrore è sfocato, rifiutato dagli occhi nonostante sia lì, presente. Quel che è a fuoco sono i viventi del sonderkommando, condannati a diventare cenere una volta terminato il loro servizio, e i loro aguzzini. Il reparto speciale di internati è obbligato a pulire i luoghi dello sterminio e a trattare i “pezzi”, ovvero i cadaveri che di lì a poco saranno arsi nei forni e sparsi nelle acque di un fiume.

Grande film, grande pugno nello stomaco, che diviene fluido nella fiumana continua di gente che scorre, stipata, in un imbuto che trova corrispondenza nel formato cinematografico che anch’esso restringe (4:3), una scatola senza via di scampi, in cui le vite di sconosciuti s’intrecciano per brevi istanti a quella di Saul.

Premiato quale miglior film straniero agli Oscar 2016.

copertina-il-figlio-di-saul.jpg

Annunci

Remember (2015) °

Il deludente “Remember” oscilla tra buchi di sceneggiatura imbarazzanti e la noia data dal pedinamento dell’anziano protagonista, interpretato da un pur bravo Christopher Plummer.

Il soggetto è logoro: pare di assistere a un “Memento” scalcagnato – perché altamente incoerente – innestato sulla trama di “Camminando sull’acqua” e, in parte, di “This Must Be the Place”. Film, questi ultimi, che già avevano i loro seri problemi di sceneggiatura e di resa cinematografica, oltre a risultare anche poco convincenti nel ganglo narrativo più scottante. Ovvero, quello della caccia al nazista, ormai con un piede nella fossa, per giustiziarlo. Non basta chiamare in causa la Shoah, o le connessioni storiche a essa riconducibili, per fare un buon film, ahinoi. Tantomeno per nasconderne il fallimento.

Peccato per le glorie del cinema coinvolte, Martin Landau e Bruno Ganz, oltre al citato protagonista, la cui recitazione rappresenta senz’altro la parte migliore del film.
Appare anche Dean Norris, ancora una volta poliziotto, ma la sua performance è sopra le righe, in una parola: imbarazzante.

Egoyan (che, nonostante l’età anagrafica, pare un regista vecchio, forse più dei suoi stessi attori) attrezza addirittura un sub-finale con allegato “spiegone” – come si conviene ai film malriusciti -, atto a svelare una volta di troppo l’intento didattico dell’opera.

Superato lo sgomento, si è portati a pensare che un possibile rischio collaterale alla visione di “Remember”  possa favorire che la noia, la prevedibilità e i pregiudizi antiebraici, per quanto criticamente messi in scena, soverchino gli intenti di base dedicati proprio al ricordo titolare, in cambio di un necessario oblio verso un film inutile, pensato per platee di studenti adolescenti.

Considerati i risultati, non guasterebbe una moratoria‬ sui soggetti dedicati alla caccia ai nazisti anziani.

remember-picture-4

 

“The monuments man” (2014) °

Una storia potenzialmente avvincente e un grande cast sprecati e inghiottiti in un film patinato e deludente.

Se interessa l’argomento, meglio vedersi grande classico “Il treno” (http://www.filmtv.it/film/7333/il-treno/).

“Monuments Men” (The Monuments Men) è scritto, diretto, prodotto e interpretato da George Clooney.

1 marzo 2014

 

“La strada di Levi” (2006) ***

Bel documentario di Ferrario che affronta il lungo ritorno da Auschwitz a Torino di Primo Levi, raccontato ne “La tregua”.

Il viaggio è il pretesto per parlare di Europa, di valori comuni, di disvalori, di dittature e paesaggi inimmaginate. Un pungolo alle coscienze tranquille di noi che viviamo nelle nostre tiepide case.

“La strada di Levi” è prodotto e diretto da Davide Ferrario.

25 aprile 2007

“Camminando sull’acqua” (2004) ** 

Israele, giorni nostri. La guerra al terrorismo di matrice islamista è senza quartiere. Eyad è un preparatissimo agente del Mossad, leggendario servizio segreto israeliano, che sta passando un periodo di forte crisi in seguito alla perdita della moglie suicidatasi, accusandolo nel biglietto d’addio di freddezza d’animo.

Eyad decide di non rispondere ai dubbi intimi e va, nonostante tutto, al “lavoro”, ma gli viene affidato un caso che egli stesso ritiene di “serie b”: ossia scovare un vecchio criminale nazista latitante in Argentina, il quale, secondo una soffiata, sarebbe dovuto tornare presto sotto anonimato in Germania. 

Il compito di Eyad è quello di ‘terminarlo’, come si dice in un terribile gergo, ucciderlo e vendicare le sue vittime. Eyad si accosta con disappunto al caso, ed anzi si sente punito.

Come primo passo verso la soluzione del caso, gli viene affidata la scorta del nipote del nazista, Alex, in visita in Israele presso la sorella, la quale – per apparenti strani ricorsi storici – vive in un kibbutz in Israele, l’agente conoscerà entrambi.

Ma Alex si rivela alquanto differente rispetto alle aspettative di Eyad, ed anzi, la situazione prende presto una piega critica quando il ragazzo tedesco perora la causa palestinese. Eyad scende finalmente negli inferi del proprio dramma esistenziale. Una volta scoperto che il vecchio nazista è infine tornato in Germania, Eyad, lo raggiunge, e con un escamotage semplice, si prepara a compiere la sua missione di angelo vendicatore, prima che arrivi la mano di Dio.

Il film sottopone a frizione fra loro le diversità, le confronta, dà a tutte lo stesso peso, ma segue un filo che porta al gesto liberante, e se vogliamo, alla rassegnazione. Di ciò ne risente il finale edificante, assai calcato, che, putroppo, distoglie lo spettatore dalla riflessione preminente nella parte iniziale del film, e cioè il rovello che pone l’uomo dinanzi alla scelta manichea, al giusto e allo sbagliato. Ponendo perciò l’accento sui punti di vista, determinanti nelle relazioni gravate da pregiudizi ereditati dai nostri antenati, e impossibilitati a morire.

“Camminando sull’acqua – Walk On Water” (Israele 2004) regia di Eytan Fox, con Gideon Shemer, Caroline Peters, Knut Berger, Lior Ashkenazi

[25/02/2005]

“Rosenstrasse” (2002) ° 

Rosenstrasse è un film inconcluso. Narra di un piccolo evento avvenuto in Germania, durante la seconda guerra mondiale. La via eponima evoca un atto di protesta durato a lungo durante il conflitto: a Berlino, un edificio sito in Rosenstrasse ospita un centro di concentramento di ebrei sposati con tedeschi “ariani”.

Queste coppie ritenute ‘miste’, in un primo tempo furono tollerate dal nazismo, in seguito, dando l’affondo alla logica dello sterminio degli ebrei, già spogliati della loro nazionalità tedesca, questa tolleranza venne meno e i consorti ebrei furono internati nei campi di sterminio. Di lì a poco si formò un capannello di donne che notte e giorno reclamavano i loro mariti, proprio in Rosenstrasse.

A questi fatti s’intreccia la storia recente di una giovane donna statunitense, figlia di genitori di religione ebraica, ma di formazione laica, che (non del tutto chiaramente, per la verità) ricerca le radici della madre, ora in stato di choc per la perdita del devoto marito.

Cinquanta anni più tardi la figlia riesce a ritrovare la donna tedesca cristiana (moglie di un tedesco ebreo) che salvò sua madre bambina da sicura deportazione, e altrettanto sicura morte. Ma la madre rifiuta questo salvataggio per mano “ariana”.

Il finale, neanche tanto a sorpresa, arriva repentinamente con un carico di rassicurazione che lo fa sembrare un happy-end consolatorio. Ma lo è per davvero?

“Rosenstrasse” è un film di Margarethe von Trotta.

 

[18/02/2005]