Mia madre (2015) **

La cinquantenne regista Margherita (Buy), si divide tra il set cinematografico e i luoghi abitati dall’anziana e malata madre Ada (Giulia Lazzarini), ovvero l’ospedale e la casa del genitore, ex professoressa di latino.
Ada è ritratta negli ultimi giorni di vita, durante i quali il confine tra sonno e veglia è sempre più labile, e così tra sogno e realtà, rendendo difficile la comunicazione con i figli Margherita e Giovanni (Moretti), resi fragili e dubbiosi dalla precaria condizione materna e non ancora pronti all’addio.
Anche l’attività onirica di Margherita è sostenuta, i numerosi incubi la riconducono in situazioni esasperanti, sintomatiche di una crisi personale sempre più profonda. Margherita rischia di rinchiudersi in se stessa, dapprima decide di terminare la relazione con l’ultimo compagno di vita (un attore che dirige sul set) e, dopo qualche difficoltà iniziale, riesce a migliorare il rapporto con l’adolescente figlia Livia (Beatrice Mancini). In questa situazione delicata, irrompe in tutta la sua prepotenza e joie de vivre il molesto e brioso attore americano Barry Higgins (John Turturro), scritturato dalla produzione del film che Margherita sta girando nel ruolo di un industriale costretto a licenziare un numero significativo di operai per salvare l’azienda che ha rilevato. Bugiardo e fanfarone, suo malgrado Barry rappresenta per Margherita una valvola di sfogo, e per puro paradosso il set cinematografico, regno della finzione e della messa in scena, ancora la donna alla realtà.

“Mia madre” pare essere la tappa coerente della lunga biofilmografia che Moretti ha tracciato dal 1977 a questa parte, racconto che s’incardina attorno all’addio a un anziano genitore, esperienza generazionale. Percorso che, escludendo pochi titoli dalla filmografia, questa volta dà vita a un ‘alter ego’ femminile identificabile oltre che dalla professione, anche dalle nevrosi, i contrasti, il perenne irrisolto adolescenziale e narcisista che lo spettatore edotto si aspetta dal regista romano. La spina dorsale delle relazioni è data dalla linea matriarcale composta dall’anziana Ada, da Margherita e da Livia, cui si aggiunge la presenza discreta di Giovanni/Moretti, anche se l’intreccio familiare rievoca quello di “La messa è finita” è un film opposto, dubbi esclusi. Ma assieme alle relazioni conflittuali emerge il tema dell’identità, del carattere personale, che coinvolge il ritratto delle tre donne, le quali si riflettono continuamente l’una nelle altre, in somiglianze o differenze. Il racconto sposta il punto di vista iniziale, imperniato sulla paura della perdita e della (im)preparazione al lutto, sulle maschere che i personaggi via via indossano o smettono di indossare. La metamorfosi più evidente appartiene alla giovane Livia che migliorando il suo latino eredita un ideale testimone dalla nonna, l’unica immagine nitida nel ritratto familiare finito, improvvisamente, in pezzi. Così come nella realtà quotidiana, anche nel suo lavoro di regista Margherita chiede agli attori di non essere solo personaggio, ma di affiancare il personaggio con la propria identità. Richiesta un po’ contorta, cui corrisponde la faccia perplessa dell’interlocutore che non afferra il concetto. Ma è un concetto che lei stessa non sa spiegare, una volta interrogata, eppure si intuisce che in quel consiglio si annida il problema che accompagna tutto il film ovvero su come indossare le maschere senza perdere la propria identità.
Questo vale per tutti i protagonisti, dalla più anziana alla più giovane, passando per Margherita, a sua volta figlia e madre, sola in mezzo a tanta gente che deve dirigere, coordinare, consigliare, irrisolta e presente a un tempo, egoista e nevrotica, paziente e fragile. Contrasti che si rapportano di volta in volta con chi le vuole nascondere le cose (i suoi collaboratori) e chi gliele sbatte in faccia (i medici) e chi gliele spiega dandole una soluzione o un punto di vista mai considerato prima (il fratello e l’ultimo ‘partner’), ma si scontra con il perenne tentativo di nasconderle a se stessa.
Margherita sa di non conoscere davvero la madre, tantomeno la figlia adolescente. Ma lo scopre una volta di più, rapportandosi intimamente con entrambe, gestendo le attese e i silenzi, e con chiunque incontri dopo la morte della madre, specie dagli ex studenti, viene a sapere qualcosa di nuovo su Ada e ciò le consente di costruire un mosaico che, per quanto confuso, alla fine le rivela la misura della propria estraneità, ma allo stesso tempo le fa comprendere il proprio ruolo, finalmente.
Mentre Ada perde lucidità, Livia conosce la prima delusione d’amore, ma entrambe assieme a Margherita (e Giovanni) acquistano nuove prospettive, un domani dove può risiedere la speranza, è l’insegnamento di Ada, che non ama le noiose nostalgie. Tutti sono destinati a perdere qualcosa: la sicurezza, il lavoro, l’amore, l’innocenza, finanche la vita. Il lutto è sorprendentemente fonte di metamorfosi e di nuova consapevolezza, rispetto a una donna anziana che ha vissuto almeno tre vite: la mamma, la professoressa che balla coi suoi studenti, la donna che vive un limbo prima della morte e racconta alla figlia le proprie esperienze mai realmente fatte, come in un set cinematografico mentale, divenendo regista a suo modo come la figlia.

Le maschere. Così come nel racconto metacinematografico sogno e realtà corrispondono a set e quotidianità, Barry indossa una perenne maschera, racconta frottole colto in una Roma “felliniana”, mitizzata e cristallizzata dal cinema del passato, urla: «portatemi a Via Veneto!»; la spara grossa su una scrittura per un film di Kubrick e chissà su quanto altro. Ma smette la sua maschera mentre sta recitando, in una sorta di ammissione e confessione pubblica, dice: «voglio vivere nella realtà», quasi implorando se stesso. “Mia madre” non è più un film sul lutto o sul distacco, o non solo, ma una riflessione sul quotidiano, sull’ovvio, su come mettiamo in scena la nostra vita, alla ricerca di una realtà che ci corrisponda nei pensieri e nelle illusioni, proiezioni. Forse è per questo che Margherita impone di smettere la ‘cameracar’ perché affranta da come il distratto Barry maneggia il volante dell’automobile che sta guidando, curvando in un rettilineo senza alcuna coerenza, verisimiglianza. Ma una volta ottenuto che l’attore conduca l’auto per davvero si scontra con il fatto che Barry è impedito da proiettori e macchine da presa montati sul cofano, perciò non può guidare e tantomeno recitare, è qui che Margherita chiede ai suoi assistenti, per la prima volta, di non essere assecondata acriticamente e, su una falsariga pirandelliana, riflette sul proprio ruolo demiurgico, rimproverando i collaboratori di essere troppo ossequenti, in aperto contrasto con le accuse di infedeltà da lei stessa lanciate qualche giorno prima.

Interni. Gli interni, così come i sogni, sempre nel cinema di Moretti hanno una valenza evocativa, la casa della madre è un mondo a termine legato a un passato che Ada dice di rifiutare, ma che viene ricordato dai suoi ex allievi, i quali riportano alcuni aneddoti che forse mettono a disagio Margherita, le dicono: «non essere gelosa, ma anche per noi è stata una mamma!». Infine a essere messo in discussione è il ruolo di genitore, ma pure di sorella, mentre tocca a Livia dare il via a un nuovo inizio, mentre una vita si sta spegnendo. Anche in questo film si ritrovano alcuni ‘leit motiv’ metaforici propri del cinema di Moretti. Ad esempio, il momento intimo nel quale interviene in modo diegetico un brano di musica leggera ascoltata in solitudine o in compagnia, sorta di rifugio che fa da interprete al flusso di pensieri o rovelli della protagonista; il rapporto conflittuale con gli oggetti quotidiani; gli appartamenti vuoti, spesso anonimi; i dialoghi in automobile con le occhiate scambiate per mezzo dello specchietto retrovisore, come non mancano le ‘gag’ grazie al ruolo disturbante e contraddittorio di Barry.

“Mia madre” è un film di parola, dove le parole spesso nascondono o tentano di dissimulare a loro volta quel che il volto invece riesce a comunicare, come nell’ultimo primo piano di Margherita scosso da un moto improvviso, mentre è intenta a ripensare al ritratto che della madre hanno fatto gli affezionati studenti, ormai adulti, che talvolta tornavano a trovarla, un moto che la turba ma la rende consapevole nel medesimo istante di una possibile verità.

“Mia madre” è diretto da Nanni Moretti.

27 settembre 2015

mia madre

Il Caimano (2006) **

“Il Caimano” è un film sull’Italia di ieri (anni Settanta) e di oggi, filtrata per mezzo della messinscena cinematografica.

Il paesaggio con macerie è noto, ed è tratteggiato con sguardo disincantato ma privo di sorprese, anzi fin troppo prevedibile. A seguire il filo dipanato lungo il film, il manicheismo ideologico destra-sinistra del cinema dei Settanta (e non solo dal cinema) pare rispecchiasi nel berlusconismo e nell’antiberlusconismo odierni, frustrazioni comprese. Sorta di caricatura di una caricatura.

Talvolta involontariamente, Moretti definisce i contorni della cappa ideologica o pregiudiziale sotto la quale il Paese vive, talora sopravvive, da molto tempo, e della quale egli stesso – producendo un film come questo – pare esserne vittima. Considerando anche il momento delicato (dato dalle imminenti elezioni politiche del 9 e 10 aprile prossimi), nonché l’impegno sociale che ha visto il regista protagonista di movimenti sorti in maniera spontanea negli ultimi anni.

Realmente debole, assieme al plot, è il finale. Sorta di finale ambivalente perché collima con quello metacinematografico, ovvero del film-accusa contro Berlusconi che Orlando sta girando, interpretato da Moretti, peraltro estremamente legnoso. Un finale che anticipa foschi presagi di sovversione legati al presidente del Consiglio uscente, dove lo Stato è assimilato – ovviamente, soltanto – dalla magistratura, dapprima sotto attacco simbolico che finalmente diviene anche violento. E’ una messinscena sopra le righe e priva di qualsiasi ironia tanto da diventare involontariamente comica (per nostra fortuna).

Nonostante tutto, l’epilogo è forse la parte più vivida di un’opera che ha tra i momenti migliori e divertenti i frammenti di film di genere, film spuri girati nel passato dal regista, interpretato da Silvio Orlando, con protagonista l’ex moglie Margherita Buy.

Ma quel che rimarrà forse di “Il caimano” è una traccia che lo spettatore può acquisire, ovvero che l’Italia, soprattutto la cosiddetta società civile, è sempre pronta a individuare nuove paure e nuove ombre senza nome, creando di volta in volta un nemico che è uno spauracchio.
Forse il problema è, viceversa, la scarsa fiducia nel sistema democratico, fatto di pesi e contrappesi.

Il cast comprensivo di molti nomi noti del cinema italiano che fa di “Il caimano” una sorta di corale “j’accuse” corporativo, condiviso da parte di autori, registi, attori e maestranze della nostra produzione nazionale.

“Il caimano” è diretto da Nanni Moretti.

28 marzo 2006

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