“The Freshman” – “Viva lo sport” (1925) ****

‘La matricola’, questa la traduzione letterale del titolo, è un film diretto e interpretato da Harold Lloyd è un film del 1925, più precisamente un gran film.

Castissimo precursore dei Teen Film di ogni tempo (compresi “Porky’s” e “American Pie”) è ambientato negli Stati Uniti pre-crisi, nazione dove si può (ancora) tutto, basta volerlo fortissimamente forte.
Ha il proprio punto di forza in un grandissimo (e atletico) Lloyd, tra i simboli eterni di Hollywood (l’immagine di lui, che pencola nel vuoto, aggrappato a una lancetta dell’orologio, tratta da “Safety Last!”, è appeso in un bar su tre nel Veneto, per dire), ciononostante risulta un po’ appannato in Italia, dove è il meno conosciuto tra i grandi comici del muto statunitense.
Fatto che per me rimane senza spiegazione (ma forse perché è un po’ troppo fortunato come sfigato e quindi qui non va giù fino in fondo. Proprio no).

Le Giornate del Cinema Muto 2013 hanno chiuso i battenti con una versione restaurata di “The Freshman” accompagnata da una nuova – splendida – partitura per orchestra di Carl Davis, che ha diretto egli stesso.

Guarda il film:
https://www.youtube.com/watch?v=fupKEf_ysJo

“Viva lo sport” (The Freshman) è diretto da Sam Taylor e Fred C. Newmeyer.

19 marzo 2014

Un chien andalou (1929) **** 

Flussi di incubi e desideri che rimandano a simboli e immagini inspiegabili e inquietanti che formano o sfaldano lacerti di storie d’amore impossibili e irrazionali.

La chiave d’ingresso al cinema di Luis Buñuel uno dei più grandi maestri del cinema mondiale, che lo firma con Salvador Dalì. Il surrealismo: il sogno e l’incubo, le associazioni stridenti, stranianti, ancora oggi lasciano esterrefatti e mantengono, a ragione, la fama che il film merita e che da anni infiamma gli animi di cinefili e fan del regista spagnolo. Un film preoccupante che dà la misura della vitale cultura europea alla fine degli anni Venti.

L’immagine del taglio dell’occhio (un occhio bovino in realtà) è nel retroterra di ogni buon nerd ammalato di cinema.

Un chien andalou (Un chien andalou 1929) di Luis Buñuel, Salvador Dalì – con Pierre Batcheff, Simone Mareuil, Luis Buñuel.

3 dicembre 2005

Una donna di Tokyo (1933) ****

Una donna è sottoposta a indagini da parte della polizia: un sospetto mette in discussione la sua moralità. Il fratello è persuaso, tanto quanto i colleghi di lavoro, che l’esemplare donna sia effettivamente un modello di correttezza. Le indagini si infittiscono e le chiacchiere cominciano a gettare dapprima dubbi sulla donna e poi piano piano discredito anche negli ambienti dei suoi prossimi fino ad arrivare al fratello. Il dramma è in agguato: in effetti la donna conduce una doppia vita e il fratello viene messo al corrente del fatto da lei stessa; ma la donna fa l’intrattenitrice per consentire al fratello di studiare…

Un film morale sulla relatività dei punti di vista e sulla dignità umana, il senso dell’onore e i vari gradi per intenderla; uno sguardo impersonale sul mondo della femminilità e della mascolinità, sui diritti e doveri, sui drammi e giudizi, sul discernimento dei fatti in genere. Indagate sono: la causa e l’effetto, i mezzi per raggiungere il fine.
Un film moderno, compatibile con i canoni contemporanei, poiché il ritmo è sostenuto e incalzante; tiene incollato il pubblico fino al finale corale.
Meraviglioso il gioco di attese e di riflessi, che si intervallano irregolarmente per tutto il film, condotti con magistrale controllo di mezzi e dalla “misura” dell’autore; senza bisogno di ricorrere all’equivoco.
Un classico del cinema muto giapponese, minimamente studiato nei particolari e nelle emozioni, la macchina da presa indaga finemente i protagonisti: simboli di altrettanti modi di giudicare o subire il mondo.
Una donna di Tokyo (Tokyo no onna 1933)
di Yasujiro Ozu – con Yoshiko Okada, Ureo Egawa, Kinuyo Tanaka, Shinyo Nara, Chishu Ryu.

27 novembre 2005

Il padrone delle ferriere (1919) ** 

Storia del contrasto tra classi sociali, e delle peripezie degli appartenenti, che però, nel finale, si concilieranno fatalmente.

Un film costruito per la Menichelli. Ripetitivo, schematico, abbondante di didascalie e privo di interesse. Il soggetto si basa su un luogo comune, cioè il divario tra aristocrazia impoverita e fannullona e borghesia laboriosa e feconda ma greve; l’elementarità dei personaggi pesa poiché appaiono nei loro tratti emotivi e più manifesti.

Visto alle “Giornate del cinema muto di Sacile” (PN).

Il padrone delle ferriere (Italia, 1919) di Eugenio Perego – con Pina Menichelli (Clara de Beaulieu), Amleto Novelli (Filippo Derblay), Luigi Serventi (Duca di Bligny), Lina Millefleurs (Athenaide Moulinet), Maria Caserini-Gasperini (Marchesa di Beaulieu), Myriam De Gaudi (Signora Derblay). Imbibito e virato. Didascalie in italiano.

11 ottobre 2005

Anime sulla strada (1921) ****

L’aspirante violinista Koichiro si era trasferito a Tokyo, nonostante la strenua opposizione del padre, Sugino. Oggi Koichiro ha smesso di sperare e si dirige a piedi, con la moglie e la figlia, verso la città natale. In contemporanea, vagano per la stessa strada due evasi di prigione Tsurukichi e Kamezo. Koichiro arriva con la famiglia al cospetto del padre, ma Sugino non intende perdonarlo nonostante vessi in condizioni pietose. Tsurukichi e Kamezo tentano di introdursi in una residenza signorile, ma vengono sorpresi dal custode, che però s’impietosisce ed offre loro ripare. Il film contrappone due storie con esiti differenti determinati dalle scelte, illuminate o meno, di chi detiene il potere di concedere o meno compassione a chi torna sui suoi passi o chi sta errando. Il montaggio incrocia le due storie alternandole e dandone un risvolto, inaspettato, cristiano. E’ infatti un Giappone cristianizzato in cui ci sono i preparativi per il Natale, e in un’ulteriore e collaterale storia c’è l’organizzazione della festa di Vigilia data da una bambina ricca a dei poveri operai. Visto alle “Giornate del cinema muto di Sacile” (PN). 

Rojo No Reikon (Souls on the Road) (Giappone, 1921) di Minoru Murata – con Kaoru Osanai, Koreya Togo, Haruko Sawamura, Mikiko Hisamatsu, Ryuko Date, Yuriko Hanabusa, Sotaro Okada; 112’. Didascalie in giapponese sottotitolate in inglese.

L’illustre attrice Cicala Formica (1920) *** 

Spassosa scenetta moralistica, nella quale Cicala Formica, figlia di una famiglia ancorata all’Ottocento idealizzato (ispirato a Gozzano), vuole, al pari di Lyda Borelli e Francesca Bertini, divenire una illustre attrice: una diva del cinematografo ai tempi del muto.

Il film descrive i vari personaggi in modo secco, ovviamente stereotipati, ed efficacemente adeguati al metro della farsa. Tutti, o quasi, vogliono impedire a Cicala di intraprendere un’improba carriera cinematografica, a parte qualcuno, non esente da secondi fini. Ma Cicala ha la meglio: avrà il suo film. 

Le riprese del “metafilm” sono un pretesto – a nostro uso e consumo – per vedere la lavorazione cinematografica dell’epoca muta: o meglio, come doveva apparire al pubblico di allora, l´idealizzazione di un film in opera con tanto di attrezzatura e macchina da presa; nonostante, in questo caso, si trattasse di una produzione improvvisata e velleitaria. Esilarante l´epilogo in cui, alla prima del film, con spettatori grementi la sala, la pellicola viene, per errore, proiettata al contrario. Lo straniamento risultato in entrambi i pubblici genera effetti distonici: lo spettatore “nel” film rimane indignato per la turlupinatura ricevuta, mentre noi ridiamo, al riparo da frodi. Il direttore delle riprese, Lucio D’Ambra, al termine del film, promette nuove avventure di Cicala, nonostante il doloroso fallimento che le indica la via della casalinga: come decreta un divertito finale misogino.

L’illustre attrice Cicala Formica (Italia, 1920) di Lucio D’Ambra, 22’.

14 aprile 2005

“Aurora” (1927) **** 

Capolavoro autentico. Frase che si dovrebbe pronunciare raramente, purtroppo, invece, è inflazionata, spesso utilizzata a sproposito. Certo è che non bisognerebbe mai dirlo subito dopo una forte emozione; questa affermazione necessita di decantazione dell’animo, pena lo scadere del senso delle parole.
Il capolavoro è (dovrebbe essere) un “fatto chiaro”, leggibile da molti, che colpisce pure gli incompetenti con la propria presenza: fa discutere, indispone, non lascia residui, riserve. Ma ora mi do questa possibilità: e scrivo, dopo la quarta visione nell’arco di dieci anni, quello che ho riconosciuto dopo la prima visione del film di Murnau: “’Aurora’ è un capolavoro!”.
Diversamente dalle passate, questa volta l’ho visto al cinema, sua patria naturale, per giunta restaurato.

Ho ritrovato un film di “genere” (parola non spregiativa) perfetto anche ai nostri giorni. Il ritmo è sostenuto. Le parti migliori sono le zone d’ombra, dove Murnau si muove con più fantasia e sapienza. La purezza del linguaggio muto, fonde il tragico, l’orrorifico con l’amoroso, il comico, la boutade, il luogo comune, e assurge a simbolo, diviene commovente sinfonia del muto.
La città, luogo mitico e romanzato dall’espressionismo, simbolo dell’alienazione umana anche per i socialisti tedeschi contemporanei al film, qui diviene un tragitto a tappe per la redenzione della coppia, fino al ritorno dell’aurora, titolare della storia.
Il film ha molti punti di forza narrativi, ma in più segna un possibile incontro tra la migliore tradizione cinematografica europea dei primi anni Venti (l’espressionismo) e il sorgente cinema americano (apposta per il gusto americano troviamo l’happy end che ne è l’emblema, tanto quanto il cattivo punito). Storia del Cinema.

Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans, USA 1927) di Friedrich W. Murnau con George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingston.

[20/12/2004]

“Maciste alpino” (1916) ***

Straordinario documento del 1916, tra i più celebri titoli del cinema muto italiano che tenta di raccontare (seppure facendo dell’umorismo) la Grande Guerra.

Il produttore è Giovanni Pastrone noto per “Cabiria”, il kolossal italiano del 1914, che ha lanciato proprio Maciste, l’erculeo eroe di matrice dannunziana (il vate ne conia il nome).

Maciste viaggia in licenza cinematografica nei secoli da Cartagine per passare sulle Alpi a far la guerra ai “crucchi”. Molte le scene degne di nota, così le tecniche di ripresa, a parte il soggetto che si dispiega tra i generi letterari popolari: eroismo, la storia d’amore appena accennata e castissima, l’irredentismo (la prima guerra mondiale venne vista quale quarta guerra d’indipendenza) e la turpe specie dell’austriaco infido e violentatore di donne che fa da contraltare alla forza bruta italica – ma mai veramente cattiva – di Maciste.

L’eroe interpretato come in “Cabiria” da Bartolomeo Pagano, scaricatore del porto di Genova, è un colossale omone che raccoglie su di sé gli attributi del divo forzuto coi nemici e bonario con i suoi. Stratega militare con qualche tratto ulissiaco (nella notte arriva al campo nemico beffando i soldati): un eroe senza tempo che qui veste la divisa grigioverde alpina dopo aver lasciato con nonchalance il perizoma di liberto delle guerre puniche.

Maciste è la parte migliore dell’italico guerriero che a mani nude castiga i nemici o porta in gloria la classe di nobili che questa Nazione ha costruito (come nell’ultima, trionfale, scena), ponendo formalmente e in maniera ingenua il livello di classe popolare che egli rappresenta, pur avendo molti meriti (infatti non parla direttamente con alcun alto ufficiale visto nel film, bensì si limita a suggerire la spedizione pensata da lui, al tenente nobiluomo suo conoscente).

Meritano attenzione le tecniche di ripresa, ad esempio i primissimi piani e i quadri virati a colori, le riprese coraggiose in alta montagna, inquadrature poco convenzionali che mostrano spettacolari spedizioni degli alpini sospesi nel vuoto mentre attraversano un orrido appesi ad una fune; nonché effetti speciali di finzione sorprendenti (Maciste a cavallo che salta del ponte tuffandosi nel fiume).
Degne di nota sono le pose plastiche di Maciste che ne esaltano la forza fisica e richiamano il futuro Mussolini trebbiatore che vent’anni più tardi anch’egli a petto nudo sfida in prima linea la battaglia del grano, riferimento iconologicamente molto importante per l’immaginario collettivo del duce più spettacolare e populista.

 

“Maciste alpino” è un film del 1916 di Luigi Romano Borgnetto e Luigi Maggi con Bartolomeo Pagano nel ruolo di Maciste.

(22/10/2004)

Cenere (1916) ***

Sardegna, 1916. Un bimbo viene abbandonato dalla madre per l’estrema povertà in cui i due versano. Dopo alcuni anni, il figlio, che nel frattempo ha fatto fortuna, torna a cercare la vecchia madre al paesino rurale probabilmente per ricongiungersi a lei, ma le cose non andranno a buon fine… Da un racconto d’impronta verista di Grazia Deledda, è l’unico film in cui Eleonora Duse presta la propria recitazione. La regia straordinaria nelle prime immagini, conclude vorticosamente in un finale tragico raffazzonato, per motivi tutt’altro che cinematografici o stilistici (in tempo guerra non fu possibile trovare pellicola a buon mercato, si dice). Alcuni dati tecnici colpiscono: c’è almeno un piano-sequenza che ritrae l’ambientazione lavorativa agreste; inoltre l’uso pre-espressionistico delle ombre con forte particolarità surreale (l’ombra della madre pentita d’aver abbandonato il proprio figlio che, anelandolo a sé, si allunga sotto la stanza in cui il piccolo dorme); oppure le figure dinamiche che entrano o escono dai quadri fissi. Uno studio verista del paesaggio, dei costumi sardi; ma anche il simbolismo dannunziano (anche se non spinto come altre colleghe del tempo) del corpo dell’attrice cinquantottenne, che dipinge di movimenti l’aria in cui si muove, anche se l’impressione è che, pur trattandosi propriamente di un film muto, l’attrice non sia a proprio agio fino in fondo e dia vita, paradossalmente, ad un personaggio “muto” che gesticola per esprimersi, attraverso le sue famose mani. Febo Mari il figlio nel film firma anche la regia. Retroscena raccontano dell’amarezza dell’attrice alla quale non pervenne alcun commento al film da parte della Deledda, premio Nobel per la letteratura nel 1926; questo film fu l’unica esperienza cinematografica della Duse. 

Cenere (Italia, 1916) di Febo Mari – con Eleonora Duse, Febo Mari

11 settembre 2005