“Il mercante di Venezia” (2004) ** 

Grande produzione che ambienta la tragedia del bardo nei luoghi immaginati da Shakespeare (dando la stura all’ennesima Venezia da cartolina).

Anche quest’esponente dello sterminato cinematografo shakespeariano, come sovente accade, affida le sorti del film all’interpretazione del “grande attore” di turno, trascurando tutto il resto. Nonostante siano disponibili gli svariati mentori cinematografici del bardo succedutisi via via sullo schermo: da Welles a Olivier fino a Zeffirelli e Brannagh; in un altro fronte, “Romeo + Giulietta” di Baz Luhrmann o “L’ultima tempesta” di Greenaway. Per non parlare della trasposizione pasoliniana in quel piccolo gioello dal titolo “Che cosa sono le nuvole?” (in “Capriccio all’italiana”, Autori Vari, Italia 1967) una trasposizione trasognata di “Otello” per burattini, con Totò nella parte di uno strepitoso Jago tutto verde. Torniamo al “Mercante” di Radford.

L’impianto teatrale, si sa, è assai rischioso per la messa in scena cinematografica (pena: lungaggini narrative o dialoghi iperletterari) e rischia di risultare pedante. Come minimo. Inoltre del teatro si tende a conservare la recitazione (sempre sopra le righe), e in questo caso è quella penetrante dell’ebreo Shylock, interpretato da parte di uno stralunato e gigionesco Al Pacino.
Ma il film cade nella noia quando il suddetto Shylock esce di scena: emblema ne è l’interminabile (e insulso) finale. La fotografia fosca non stranisce le immagini turistiche di Venezia. Radford riprende la città riconoscibile anche da chi non l’ha mai visitata (il Ponte di Rialto, il Palazzo Ducale), niente di male: quella “è” Venezia, ma un po’ di mistero è tolto, e tutto è al suo posto. Fin troppo.

Ma la lacuna (non laguna…), ahimè, più sensibile riguarda l’eliminazione di qualsiasi ambiguità sull’antisemitismo dei veneziani (leggi cristiani), il regista cuce al film un prologo che dovrebbe dare dignità storica ad un’opera teatrale, e soprattutto frutto – come già scritto – di un’idealizzata Venezia shakespeariana, ma, a mio parere, questa dignità non è certo richiesta. E così, rimestando le carte sul tavolo, il film dà alla fantasia dell’autore elisabettiano un cappello storico che giustifica soltanto il film stesso, quasi a mettere le mani avanti, presumendo scandali a distanza di secoli. Del tutto inutile, se non dannoso.

Il famoso monologo di Shylock (che toglierebbe già da sé d’impaccio Radford), nel quale egli ‘rivela’ ai cristiani che: le emozioni, il corpo e la dignità umana di un ebreo sono del tutto e per tutto uguali a quelle di un cristiano, è molto più eloquente e moderno di una qualsiasi superflua spiegazione a posteriori, atta a tranqullizzare, forse, soltanto le anime sensibili e tardive.
Tanto quanto il tema della vendetta, centrale in quest’opera, sentimento portante della vicenda dell’ebreo (che, come Rigoletto, perde la figlia innamoratasi, qui, di un ‘gentile’, e cova il proprio risentimento): Shylock infatti giustifica il bisogno di ‘soddisfazione’ durante il processo, definendo le diversità di gusto fra gli uomini, rendendoli, per contrasto, tutti uguali e tutti in diritto di vendicarsi.
Ma l’antisemitismo – così attuale ai nostri giorni – purtroppo spinge autori come Radford a non affrontare un tema spinoso con la dovuta serenità, distacco e rispetto.

“Il mercante di Venezia” (The Merchant of Venice) è un film del 2004 diretto da Michael Radford.

[11/02/2005]