“Il racconto dei racconti” (2015) ***

Il film di Garrone abbaglia con la fotografia sontuosa (barocca qualcuno ha detto, ma mi convince poco) per illustrare, è il caso di scriverlo, tre racconti tratti da “Lo cunto de li cunti”, opera secentesca scritta in napoletano da Basile sullo stile del “Decamerone” boccaccesco. Favole nere arricchite di elementi propri del Fantasy (drago, incantesimi), genere cui il film appartiene di diritto.

Un film sul doppio (due fratelli, due sorelle, un padre e una figlia) una specularità che riflette non solo all’interno dell’episodio, ma pure sugli altri, sulla natura ambigua dell’amore che diviene possessione, divisione e morte.

Eppure si rimane perplessi rispetto ad alcune scelte poco coerenti, talvolta frettolose, riguardo al modo di raccontare le favole, intrecciandole tra esse, sino a convogliarle in una cornice finale, ospitate in Castel del Monte, ossia tra le pagine del racconto più complesso e meno lineare dei tre, “La pulce”, forse il migliore anche per l’interpretazione dei protagonisti (Toby Jones e Bebe Cave) padre e figlia, re egoista e figlia coraggiosa quanto e forse più di quel cavaliere che sognava di sposare.

Certo è che si tratta di grande cinema, anche quando il film diventa prolisso (“Le due vecchie” e “La regina” perdono mordente per la prevedibilità) anche quanto raccatta due comparsate nostrane di troppo (Rohrwacher e Ceccherini) a rompere ritmo e qualità di recitazione.
Ennesimo film “di un romano a Napoli”, qual è Garrone, per quel che vale, che si contende la scena attuale col “napoletano a Roma”, qual è Sorrentino, per quel che vale, e il suo film-de-vecchi che vedrò.

“Il racconto dei racconti – Tale of Tales” è diretto da Matteo Garrone.

22 maggio 2015

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“Reality” (2012) ***

A causa di un provino per la trasmissione “Grande Fratello”, Luciano rimane ogni giorno di più imprigionato in una zona grigia tra reale e virtuale; la sua psiche risente di un forte stress creato da un invito a partecipare alla trasmissione che tarda ad arrivare.
Il miraggio della fama televisiva la spunta sulle miserie di una vita fatta di lavoro poco remunerativo, espedienti e piccole truffe.

Il protagonista riflette e subisce la spinta dei suoi familiari che lo incoraggiano un po’ per gioco, un po’ per affetto e finisce vittima di un incantesimo. L’ambiente attorno a Luciano diviene sempre più stretto e così la pescheria di proprietà, il rione napoletano, piccolo presepe fatiscente ed angusto, perdono di senso. Finanche gli affetti perdono di importanza: egli vorrebbe vivere soltanto nell’acquario televisivo della Casa.
Il risultato del sortilegio psichico è a metà tra la doppia realtà orwelliana – richiamata dal titolo del programma televisivo – e “The Truman Show”. La mente di Luciano mette in atto strategie bizzarre per piacere a una misteriosa, quanto fantomatica, giuria che lo spia e deve decidere se regalargli la grande svolta della sua vita, metafora di una esistenza liberata dal denaro, dallo ‘showbiz’, perciò staccata dal grigiore quotidiano: libertà di esistere scontata in un carcere virtuale.
Nel frattempo, tutto attorno e dentro di lui si frantuma.

La società dello spettacolo, così ‘social’ ancorché virtuale, amplifica la percezione istrionica di noi stessi, nonché la convinzione d’essere sprecati nella vita di tutti i giorni. Ciononostante siamo portati a ritenere che la nostra vita sia – al medesimo tempo – più interessante di tante altre. Temi forti quelli raccontati da un film che rischia sempre di cadere nel moralismo più scontato, ma che riesce a mantenersi in equilibrio nonostante qualche inciampo.

Grande prova di Aniello Arena, il protagonista, scelto oltre che per la bravura anche per la sua condizione di carcerato condannato all’ergastolo.

Reality è diretto da Matteo Garrone.

“Primo amore” (2004) **

Mi accorgo che per parlare del nuovo film di Garrone la memoria richiede decantazione, una riflessione fredda.
Ciò che emerge dopo la visione di questo film – ambientato nel Vicentino – per uno spettatore vicentino è il senso di straniamento dato dai volti, dall’accento, dai modi, dalla qualità dei discorsi, degli aneddoti che mettono un po’ a disagio (Vittorio racconta compiaciuto a Sonia di un lento furto quotidiano legato alla propria oreficeria, ma con un ambiguo senso di partecipazione sia alla furbizia dell’operaio ladro, che alla furbizia del padre di Vittorio, titolare del laboratorio, il quale ha infine scoperto e punito quel ladro…).
L’imbarazzo emerge a tratti come quando qualcuno troppo diverso da noi, in ogni senso, punta l’indice verso ciò che ci caratterizza, cioè nei particolari involontari, quindi ci inchioda in una sorta di giudizio senza appello, e lì per lì forse questo (mi) impedisce di entrare nel profondo del racconto.
Ma ci si riconosce di nuovo in alcune sfumature della storia tra i due protagonisti, gli amanti Vittorio e Sonia. L’aria, l’atmosfera quasi impercettibile come la polvere d’oro, poi si concentra per un processo di fusione e infine risorge sotto una forma rinnovata ma in tutto il suo fardello.

Attraverso il corpo di Sonia – e la sua magrezza – ciò che si era disperso nel passato incompleto e infelice nelle due vite – Vittorio e Sonia, che sottoscrivono il “patto” con la propria patologia e speranza – si concentra, si ricompone alla fine, per poi subito disintegrarsi, o meglio continuando la metafora aurea, per poi ri-polverizzarsi.
Ma la sensazione di trovarsi a metà tra realtà e surrealtà è costante, così come lo si è leggendo il fortunato racconto “I 15.000 passi” del vicentino Vitaliano Trevisan, cioè Vittorio (per chi ancora non lo sapesse attore protagonista e sceneggiatore del film assieme al regista Garrone, ma anche scrittore salito con questo libro alla ribalta nazionale nel 2002).

Per lo scrittore il gioco tra identità e realtà, e costante fuga da esse, è legato ad una remota abitazione sui colli Berici, simbolo che può dare rifugio dal mondo, garantendo di rimanere in qualche modo vivi, nonostante la vita. Forse il film non è completo per quanto riguarda il profilo dei protagonisti e alcune situazioni rimangono involontariamente sospese, a volte si avverte la fretta nella descrizione dei rapporti fra i vari personaggi col rischio di caricaturalizzarli, anche se perciò evita facili psicologismi e tranelli collaterali dati dalla voglia di spiegare “troppo” al pubblico che rimane in ansia.

Ma certe situazioni sembrano lì per allungare di un poco il film (mi riferisco alla scena nella quale il fratello di Sonia, rasato e con orecchie finte – alter ego di Vittorio? – le spiega perché vuole andare in America Latina, e vuole fuggire anche lui da Vicenza…).

Gli attori sono bravi nel rendere la tensione ruvida e grezza, Trevisan appare a proprio agio quando monologa, molto meno quando si muove (la colluttazione nel disco-club), la Cescon è talmente professionale che, come un De Niro al contrario, perde ben quindici chilogrammi per restare dentro la pelle del personaggio: il suo corpo, protagonista del film assieme a Vittorio, viene valorizzato, indagato, umiliato da una luce espressionista, calda e morbida; le ombre ne disegnano le pieghe, lo scheletro e i volumi sotto un’epidermide sempre più contratta negli spasmi della sofferenza, dell’inedia.

Sullo sfondo riverberano l’altrettanto inquieto fratello di Sonia, gli operai orafi, il venditore di case, il negozietto equo&solidale, il disco-club stile sudamericano, il negozio di abbigliamento con la commessa impicciona e ansiosa, il ristorante e il cameriere isterico, i vecchi amici poco graditi, il bosco con la casa-torre/rifugio, già protagonista del libro di Trevisan, l’ipocrisia piccola e grande della Provincia e la voglia di essere sempre diversi da se stessi.
La fotografia e le inquadrature lussuose e ‘noir’ sono molto curate, già apprezzate nel precedente film di Garrone “L’imbalsamatore” (Italia, 2002), nonché la sorprendente musica evocativa e rarefatta della “Banda Osiris”.
Per chi abita a Vicenza il film non termina sullo schermo: infatti molti sono gli interpreti conosciuti, riconoscibili o da riconoscere lungo le strade cittadine.

“Primo Amore”. Regia: Matteo Garrone. Soggetto e sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso e Vitaliano Trevisan liberamente tratto dal libro:”Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini. Interpreti: Vitaliano Trevisan (Vittorio); Michela Cescon (Sonia).
Origine: Italia, 2004. Durata: 97 minuti.

[29/02/2004]