“A Bigger Splash” (2015) ***

Marianne Lane, leggenda del rock, si gode una quieta convalescenza sull’isola di Pantelleria con il compagno Paul quando, inaspettatamente, giunge Harry, produttore discografico nonché ex amante della donna, insieme alla figlia Penelope. La vacanza della coppia si tramuta presto in una spirale delirante e si conclude in un tragico epilogo.

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Guadagnino pare assemblare dettagli e digressioni cinefile a un racconto di simmetrie e asimmetrie di coppia, è una narrazione accidentata che si placa solo nell’ultimo sguardo – incredulo – della protagonista. Al centro del film è posta una piscina a propria volta fulcro ipotetico dell’isola. La vasca attrae lungo i propri bordi le anime coinvolte in un gioco dapprima sottile, infine estremo, sino a inghiottirle. È qui si compie A Bigger Splash che, come dichiarato nei titoli di coda, è ispirato dall’omonimo quadro (1967) di David Hockney, oltre a essere libero remake di “La piscine” (1969) di Jaques Deray tratto dal romanzo di Alain Page.

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David Hockney , “A Bigger Splash”, 1967; acrilico su tela, 242.5 x 243.9 cm.

Il cinquantenne Harry travolge la vacanza della coetanea Marianne e Paul, che mollemente scelgono di farsi nudi eremiti in un dammuso, per curare la voce della cantante, momentaneamente afona. Paul è invece un trentenne tormentato: sta uscendo da recenti problemi con l’alcol, che gli stavano costando la vita a causa di un incidente automobilistico. Questi percepisce sin da subito la minaccia rappresentata dall’ex e tenta di proteggere la propria compagna dall’esuberante rivale.

Ma roso dal dubbio e dall’indecisione sarà egli stesso a complicare la propria posizione. A questo proposito entra nel gioco anche la giovane Penelope, figlia naturale di Harry, ritrovata dopo lunghi anni di distanza. Dalla forzata convivenza del quartetto, nasceranno non solo tensioni e sospetti, ma speranze e seduzioni incrociate che porteranno a un epilogo inatteso (e inevitabile).

 

Nel film riecheggiano le atmosfere rarefatte di “Lolita” – citata apertamente –, eppure proprio nel ruolo di Penelope, che porta alla rottura e allo svelamento delle convenzioni attraverso la seduzione e la sessualità, pare di riconoscervi anche il “Teorema” pasoliniano o il senile “Gruppo di famiglia in un interno” di Visconti; ruolo dirompente che si riflette anche nel dionisiaco Harry, manifestatosi quale capro espiatorio designato sin dal suo arrivo all’aeroporto. Per quanto involontarie, non sfuggono analogie con il più recente “Youth”, soprattutto nella ricerca di un impossibile isolamento pacificatore e i continui rimandi mnemonici ai fasti della carriera di Marianne, e alle ombre di un passato che ritorna. In particolare è un ricordo ansioso, che la mostra poco prima di un concerto in uno stadio, altra grande piscina nella quale è immersa in un metaforico bagno di folla: l’afasia è il suo contrappasso.

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Ma la vera antagonista per tutti sarà la Lolita che dichiara il falso, ovvero di essere maggiorenne, a Marianne e a Paul, e lo fa per assecondare la propria sete di rivalsa. Il nome, Penelope – ricalco del film di Deray, così come per gli altri personaggi –, nel contesto isolano assume un carisma simbolico. Come la moglie di Ulisse tesse una trama, ma alla fine sarà lei a dover lasciare Itaca, un addio amaro, nonostante abbia ottenuto la sua vendetta nei confronti del padre e di Marianne, per mezzo di Paul, del quale ha studiato attentamente le debolezze. Tratto che la rende ora più affine a una Circe manipolatrice.

Non sono gli unici rimandi all’antico che Guadagnino pare seminare lungo il film. È un Mediterraneo che rievoca l’epica nelle piccole e grandi cose, l’Iliade con tanto di cavallo infido, e il serpente che appare a insidiare la villa rievoca la fine di Laocoonte, cui pare alludere il manifesto del film, che mostra Harry tra le spire della serpe: a ben vedere è un altro rimando all’annegamento, e non sarà l’unico.

Harry, dal canto suo, mentre tenta di riconquistare Marianne (o di annientare Paul), si pavoneggia raccontando i dettagli del proprio ruolo nella produzione di alcuni successi dei Rolling Stones. Invasato, imita il passo del gallo di Jagger, altra evocazione che fa pensare alla piscina nella quale perse la vita Brian Jones, nonché un nuovo presagio per la fine del personaggio stesso.

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Ralph Fiennes/Harry come Mick Jagger.

Harry, ubriaco, sarà ucciso da Paul, che lo affogherà nella piscina del dammuso. È l’epilogo nel quale convergono questioni pregresse e recenti, non solo Marianne, ma quel che più pare turbarli è la rivelazione che Penelope è in realtà minorenne. Sono immersi nell’oscenità che, come afferma la vittima, è la chiave del gioco.

Altre presenze ricorrenti e nello stesso tempo effimere, sono gli immigrati che appaiono impauriti nelle zone remote dell’isola, si affacciano dal telegiornale, oppure vivono una vita parallela e separata dentro una gabbia di contenzione al centro del villaggio, come se nulla fosse. Già vittime di una storia privata e universale, sono addirittura accusati dell’omicidio di Harry da una Marianne ormai disperata. Infine la posizione della donna è temperata dai più miti consigli del maresciallo dei carabinieri, suo grande ammiratore, interpretato da uno spaesato Guzzanti. Ed è nelle pieghe moralmente lasche del fandom che Marianne può conservare il proprio status quo precario e può tenersi accanto anche Paul, assassino e fedifrago, ormai reduce della vita.
Nonostante tutto, in questo mondo sconvolto ma apparentemente imperturbabile, è proprio lo svanito maresciallo a farsi profeta e preannunciare l’imminente catastrofe. Eppure è abbagliato dalla star quale «brava persona», dato notevole che gli impedisce di decifrare i precisi risultati delle indagini che rimandano al delitto.
Il film si sofferma sulle soglie, sui bordi, i limiti. Limiti di età, in eccesso e in difetto, limiti geografici dati dall’isola, limiti del gioco che si tramuta in tragedia.

La muta Marianne, nell’ultima inquadratura che la mostra in primo piano mentre guarda il suo Paul, è incredula che il carabiniere abbia archiviato l’assassinio come incidente. Perché è solo attraverso l’ineffabile che può esprimere lo scandalo di un delitto senza castigo.

 

[Recensione pubblicata in “Segnocinema”, n. 197, gennaio/febbraio 2015, pp. 46-47.]

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Locandina di “A Bigger Splash”.
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