“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” (2015) ***

1947. La carriera di Dalton Trumbo, grande sceneggiatore di Hollywood, viene interrotta dalle persecuzioni del maccartismo. La sua volontà di rimanere fedele alle proprie convinzioni  – Trumbo è realmente comunista, stalinista peraltro – gli costa quasi un anno di carcere, con il marchio infamante di traditore, nonché un successivo esilio in Messico. Eppure l’eccentrico autore troverà il modo di continuare a lavorare grazie al proprio talento, a qualche espediente e alla connivenza di produttori di b-movies.

La regia di Jay Roach – reduce da fortunate commedie e film comici demenziali – si fonda su un impianto narrativo lineare e discreto che, senza troppi salti temporali, racconta cronologicamente gli eventi. Dai fasti alle tribolazioni sino alla riabilitazione, valorizzando soprattutto l’azione attorica. La svolta nella vita dello scrittore avviene con il riconoscimento di alcuni grandi nomi di Hollywood come Kirk Douglas con Spartacus (diretto da Stanley Kubrick) e il regista Otto Preminger con Exodus. Entrambi i film usciranno nel 1960 con il nome di Trumbo presente nei titoli, dopo anni di pseudonimi e oblio. Infine, sarà il gradimento espresso dal presidente Kennedy in persona a mettere la parola fine alla “lista nera” e alla proscrizione che impediva a Trumbo, tra gli altri “dieci di Hollywood”, di lavorare nel cinema. Ma la vera fortuna di Trumbo si basa sul supporto della moglie e dei tre figli, nucleo unito in grado di sopportare la lunga traversata nel deserto.

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Il film può fare conto su un grande cast. Tra gli altri, Helen Mirren nel ruolo della terribile giornalista ed ex attrice Hedda Hopper. Feroce anticomunista, Hopper arriva a perseguitare Trumbo, tentando di smascherarlo nella sua attività di sceneggiatore clandestino (mentre costui, sotto falso nome, nel frattempo vince anche un paio di Oscar). Una menzione particolare spetta all’impeccabile John Goodman nei panni del produttore Frank King (straordinaria la scena della mazza da baseball).

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Infine Dalton Trumbo, ossia Bryan Cranston qui nel primo ruolo da protagonista cinematografico. La sua è un’interpretazione sottrattiva che gli vale una nomination agli Oscar 2016. Il film è un corpo a corpo attorno alla figura dello sceneggiatore e spesso il suo volto rugoso diviene un vero e proprio paesaggio nel quale intravedere sensazioni e ironia (anche se nei primi piani si intravede l’indimenticabile Walter White del serial-capolavoro “Breaking Bad”).

“L’ultima parola” è un film che ha reso onore alla memoria di chi, spesso in solitudine, ha fatto della propria vita un manifesto di coerenza e coraggio, seppure dalla “parte sbagliata”. In questo senso è da leggere anche il perdono di Trumbo verso coloro i quali, per paura, hanno abiurato idee politiche e contribuito al confino di colleghi.

Lo scrittore è celebre, tra l’altro, per il ritratto che lo mostra al lavoro nel suo studio preferito, la vasca da bagno.

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