Terra promessa – Promised Land (2004) *** 

Ragazze vendute come prostitute in Israele e Palestina, vivono un viaggio allucinante nella “terra promessa”. Dalla tragedia personale a quella collettiva di una terra senza fortuna, sempre più patria del dolore…

Il teorema del film è piuttosto semplice. La tratta delle bianche in Israele e Palestina la fanno (anche) due soci inediti: un palestinese ed un israeliano, i quali, nonostante la costruzione del muro, mandano avanti i loro affari tranquillamente, mentre tutto sta andando a rotoli in preda alla violenza.

All’inizio del film (girato in effetto-notte: in pieno giorno vengono usati dei filtri oscuranti che fanno sembrare il sole la luna piena) si vive l’attesa che la storia prenda forma, ci si domanda: perché queste ragazze bellissime si trovano tra rovine, nel deserto, e in balia di ragazzi palestinesi, che, infoiati, desiderano solo scoparsele?

Dopo l’incipit la storia si fa largo tra bordelli, ed emerge la saggezza di una scafata matrona (Hanna Schygulla) in vena di dispensare amare considerazioni sulla vita, e consigliare alle ragazze, ma non solo, di prendere quel poco di buono che quella squallida vita fornisce loro.
Da lì l’incontro con la smarrita Rose, una biondina che frequenta il bordello con il suo moroso, le ragazze, in particolare una, confidano nella sua intercessione: una denuncia alla polizia perché le liberi.
Un’autobomba, evento tangibile del disastro mediorientale, cambia il corso della (anche di quella) storia.

Come già scritto all’inizio, la tesi appare fin troppo scontata e risente di un filtro filo-europeo, ma il film, pur essendo didascalico, oberato di simbolismi e metafore politiche, migliora decisamente nella seconda parte, concludendosi in un finale davvero inaspettato e spiazzante: che confonde le carte, le categorie di bene e male e fa nascere il dubbio, di nuovo.
Promised Land (Israele, 2004) di Amos Gitai – con Anne Parillaud, Hanna Schygulla, Rosamund Pike, Diana Bespechni.

31 maggio 2005

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“Camminando sull’acqua” (2004) ** 

Israele, giorni nostri. La guerra al terrorismo di matrice islamista è senza quartiere. Eyad è un preparatissimo agente del Mossad, leggendario servizio segreto israeliano, che sta passando un periodo di forte crisi in seguito alla perdita della moglie suicidatasi, accusandolo nel biglietto d’addio di freddezza d’animo.

Eyad decide di non rispondere ai dubbi intimi e va, nonostante tutto, al “lavoro”, ma gli viene affidato un caso che egli stesso ritiene di “serie b”: ossia scovare un vecchio criminale nazista latitante in Argentina, il quale, secondo una soffiata, sarebbe dovuto tornare presto sotto anonimato in Germania. 

Il compito di Eyad è quello di ‘terminarlo’, come si dice in un terribile gergo, ucciderlo e vendicare le sue vittime. Eyad si accosta con disappunto al caso, ed anzi si sente punito.

Come primo passo verso la soluzione del caso, gli viene affidata la scorta del nipote del nazista, Alex, in visita in Israele presso la sorella, la quale – per apparenti strani ricorsi storici – vive in un kibbutz in Israele, l’agente conoscerà entrambi.

Ma Alex si rivela alquanto differente rispetto alle aspettative di Eyad, ed anzi, la situazione prende presto una piega critica quando il ragazzo tedesco perora la causa palestinese. Eyad scende finalmente negli inferi del proprio dramma esistenziale. Una volta scoperto che il vecchio nazista è infine tornato in Germania, Eyad, lo raggiunge, e con un escamotage semplice, si prepara a compiere la sua missione di angelo vendicatore, prima che arrivi la mano di Dio.

Il film sottopone a frizione fra loro le diversità, le confronta, dà a tutte lo stesso peso, ma segue un filo che porta al gesto liberante, e se vogliamo, alla rassegnazione. Di ciò ne risente il finale edificante, assai calcato, che, putroppo, distoglie lo spettatore dalla riflessione preminente nella parte iniziale del film, e cioè il rovello che pone l’uomo dinanzi alla scelta manichea, al giusto e allo sbagliato. Ponendo perciò l’accento sui punti di vista, determinanti nelle relazioni gravate da pregiudizi ereditati dai nostri antenati, e impossibilitati a morire.

“Camminando sull’acqua – Walk On Water” (Israele 2004) regia di Eytan Fox, con Gideon Shemer, Caroline Peters, Knut Berger, Lior Ashkenazi

[25/02/2005]