Djomeh (2000) *** 

Djomeh, immigrato afgano in Iran, è innamorato di Setareh, figlia nubile del droghiere del borgo di capanne dove è impiegato come bovaro, e farebbe di tutto per sposarla…

L’immigrazione spesso ha da noi l’accoglienza che si riserva ai cani randagi. Anche questo genera una spaccatura tra “noi” e “loro”, il più delle volte risulta impossibile lo scambio fra culture e l’inserimento di chi è ospitato.

Questo non avviene solo in Occidente, ed è ciò che il film fa emergere. Qui la differenza di culturale e religiosa fra immigrato e ospitante si assottiglia, poiché siamo in Iran e l’immigrato è un afgano di razza mongolica, anch’egli musulmano quindi, ma le differenze, per quanto poche, bastano per mantenere i confini saldi.

La fotografia e la regia rappresentano l’anima amareggiata del protagonista afgano. Lo riprendono mentre tribola su un terreno difficile, abbarbicato alle falde delle montagne irano-afgane. Queste asperità sono teatro di un amore rispettoso, fatto di teneri sguardi, ma inconfessabile, frenato dalla censura alle donne che la cultura sciita impone.

La preoccupazione del regista sembrerebbe quella di mostrare (e forse dimostrare) la staticità culturale dell’Iran di provincia, e di un Afghanistan da sempre in guerra, che genera “profughi dell’anima” nei suoi figli; da così tanto dura la legge bellica che non conoscono altro, e non vogliono più tornare a casa, neppure per il mese estivo di vacanza. E questo appena un anno prima dell’attacco alle Torri Gemelle ed alla conseguente guerra ai talebani.

Attraverso l’immagine, l’occhio del regista scorre sulla lentezza della vita dei personaggi, e spesso il territorio brullo trasfigura in poetica visione. Ma è una regola che l’autore mantiene anche per le scene più crude, che non vengono mai ostentate con morbosità.

Djomeh (Iran 2000) di Hassan Yektapanah – con Jalil Nazari, Mahmoud Behraznia, Rashid Akbari, Valiollah Beta.

31 maggio 2005

“Viaggio a Kandahar” (2001) *

 

La situazione afgana in mano ai talebani. Il regista iraniano ne parla in maniera distratta, stereotipata, con un fine ben preciso: far conoscere la situazione degli afgani ad una cultura che non è la sua, e un Paese, l’Afghanistan, che, si nota, non è il suo.

Un ‘road movie’, sopravvalutato, pedante e ripetitivo, quando non demagogico, con tanto di americano nero redento, bianchi occidentali buoni, gente del posto disperata e scugnizza, ma furba.
Terribilmente scontato l’utilizzo che fanno gli sceneggiatori del burqa, il vestito coprente l’intera figura umana, imposto alle donne afgane. Uscito prima dell’11 settembre 2001, con l’imminente guerra all’Afghanistan ha avuto un rilancio nelle sale europee solo qualche tempo prima insperato. 

“Safar e Ghandehar” (Francia/Iran, 2001) Regia di Mohsen Makhmalbaf. Con: Niloufar Pazira, Hassan Tantai, Sadou Teymouri. 85’.

[2 marzo 2005]