“Lavorare con lentezza” (2004) *** 

Nuovo (e non ultimo) riflusso di coscienza cinematografica sugli anni della contestazione.

Nel 1995 cadeva il cinquantesimo aniversario dalla Liberazione, il cinema italiano rifletteva sulla Resistenza producendo film come “I piccoli maestri” di Daniele Lucchetti (1998) e “Porzus” (1997) di Martinelli, due film tra i più controversi e criticati. E Guido Chiesa, regista di “Lavorare con lentezza” fu tra questi con film dai titoli eloquenti: il documentario “25 aprile: la memoria inquieta” e “Il partigiano Johnny” (2000), film di finzione dall’omonimo libro di Beppe Fenoglio, forse l’ultimo del gruppo. Da più parti si accusavano produttori e registi, e così tutto il cinema italiano, di non saper (voler) parlare del presente del nostro Paese, relegato ai film di Natale e ai serial TV. Eravamo da pochi anni fuori da blocchi politici della Guerra Fredda, e gli schemi di allora aiutavano non poco a schierarsi o essere contro qualcuno, qualcosa; forse richiamarsi a quegli anni immersi nella leggenda, fu un tentativo di riorientare la bussola, o peggio di adagiarsi sugli allori di un passato irripetibile se non dalla celluloide e consolarsi dei fallimenti successivi.

Recentemente Chiesa con “Non mi basta mai” (1999), Bertolucci con “The dreamers” (2003), Marco Tullio Giordana con “I cento passi” (2000) e soprattutto con “La meglio gioventù” (2003), Bellocchio con “Buongiorno, notte” (2003) e Martinelli con “Piazza delle cinque lune” (2003), per citarne alcuni, si sono concentrati sulla vita, i disastri, le conquiste e la morte del decennio caldo che va dal 1968 al 1977, all’assassinio di Aldo Moro. Certo non furono i primi a parlarne (G. Ferrara “Il caso Moro” 1986), ma hanno il vantaggio della decantazione, del tempo e degli animi. “Lavorare con lentezza” si inserisce in questo filone, e prende alcuni aspetti narrativi da “The dreamers” (spicca quello che accomuna i due amanti che si isolano durante i tumulti per poi dividersi di nuovo) e da affinità narrative con “I cento passi” (la radio libera di Impastato) e la “Meglio gioventù”.

Ma ciò che rende piacevole il film è la freschezza stilistica che mescola la vicenda per nulla tranquillizzante dei due ragazzi bolognesi senza orizzonte che accettano, incoscientemente e con il gusto dell’azzardo, di mettersi in un gioco rischioso e più grande di loro in nome del guadagno “facile”, e quella della radio libera “Alice”, chiusa in seguito a disordini scoppiati a Bologna. Ciò che indebolisce il film sono le vicende purtroppo prive di interesse dei carabinieri dipinti come personaggi senza spessore, stereotipati nella loro repressione, e strumento cerebralmente inerte in mano al governo di turno.

Gli intermezzi favolosi in stile cinema muto, che definiscono i passaggi e la nascita della radio libera, si rifanno ad episodi del movimento situazionista ispirato a Guy Debord, oltre agli originali di cent’anni fa, richiamano alla mente gli intermezzi keatoniani in “Dopo mezzanotte” (2003) del collega e sodale Davide Ferrario.

“Lavorare con lentezza” è un film del 2004 diretto da Guido Chiesa e da lui stesso sceneggiato assieme al collettivo Wu Ming

[24/02/2005]

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