The Danish Girl (2015) ***

Lili Elbe vive intrappolata in un corpo maschile, quello del pittore paesaggista Einar Wegener. Grazie alla moglie Gerda che ne intuisce l’esistenza e le potenzialità, un giorno Lili esce finalmente allo scoperto, prima sottoforma di ritratto su tela, poi in carne e ossa. Non sarà una strada facile per entrambi i coniugi, la presenza di Lili è sempre più ingombrante, pretende i propri spazi, lasciando a Gerda l’incombenza di gestire un grande senso di smarrimento. Ma dopo aver patito dubbi, subito violenze e rischiato l’internamento manicomiale, Lili incontra un chirurgo che le propone di sottoporsi a un’operazione di cambio di sesso. Lili accettando diviene la prima persona transessuale della storia.

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La forza del film risiede soprattutto nell’interpretazione di Eddie Redmayne, già premio Oscar per aver incarnato il giovane Stephen Hawking (“La teoria del tutto”, 2014).
In questo caso, un efebico Redmayne riesce ad aderire completamente a Einar/Lili, trasmettendone i moti dell’anima, senza risultare caricaturale. Ciò avviene attraverso l’iterazione di atteggiamenti, tic (come il battito consequenziale delle ciglia) e micromovimenti del volto dietro i quali si cela Lili, con o senza trucco. L’attore dà vita con il suo volto a una sorta di paesaggio cangiante, eppure riconoscibile.

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A proposito di paesaggio: un fiordo intravisto in prospettiva tra quattro alberi in primo piano, è il soggetto di un quadro che Einar suole dipingere. Soggetto ripetitivo, rappresenta la ricerca della perfezione di là da venire, sintomatico della sua insoddisfazione interiore.
Perfezione che solo alla fine – e proprio dinanzi a quei quatto alberi e a quel fiordo -, potremo riconoscere nel volo di una stola appartenuta a Lili, improvvisamente sospinta dal vento. Oggetto che diviene il simulacro della sua libertà, infine conquistata, pur tra sofferenze e prove di ogni natura.

Anche la performance di Alicia Vikander nel ruolo della moglie Gerda (nonostante la vistosa parrucca), si rivela sin da subito un’ottima anima complementare del protagonista, soprattutto per la recitazione sottrattiva che scongiura il rischio di rimanere schiacciata dalla prova di Redmayne.
Entrambi gli attori hanno ricevuto una nomination per l’Oscar.

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La regia estetizzante e ultrafilologica di Tom Hooper (non c’è un’ambientazione d’interni che non richiami l’inizio Novecento, il liberty, l’ecclettismo, il deco…), assieme alla fotografia antinaturalista di Cohen, dà volutamente alla vicenda una sospensione spazio-temporale, quasi onirica, che traccia una storia ideale, dalla nascita, alla coscienza di sé – aiutata dalla moglie – e alla vita pubblica di Lili, oltre la forma impostale dalla natura.

Cybernatural

“Per il re e per la patria” (1964) ****

“King and Country” è un capolavoro (pressoché misconosciuto) della filmografia bellica di tendenza antimilitarista.

Durante la prima guerra mondiale un giovane soldato diserta, catturato dai suoi stessi camerati è sottoposto a un processo.

Al soldato toccherà una corte poco comprensiva, ma un difensore che si lega alla sua sorte in mondo compassionevole.

Losey racconta – in un bianco e nero nitido – una storia infame eppure frequente, caricando sui volti dei protagonisti, spesso in primo piano, il dramma della vita di trincea e la meschinità e l’indifferenze non solo delle alte gerarchie, ma pure dei commilitoni della vittima sacrificale.
Un grande Bogarde.

“Per il re e per la patria” (King and Country) di Joseph Losey, GB 1964, 90′.

25 marzo 2007

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Corpse bride – La sposa cadavere (2005) **** 

Due famiglie inglesi, una agiata ma senza lignaggio nobiliare, l’altra aristocratica ma povera, combinano un matrimonio ai rispettivi figli per loro esclusivo interesse. Nonostante la situazione asfissiante, i due giovani si innamorano l’uno dell’altra; purtroppo, durante le prove per il matrimonio alla vigilia della cerimonia, lo sposo si deconcentra continuamente e non ripete correttamente la formula del connubio dettata dal prete; sconsolato e umiliato, fugge in un bosco tetro e una volta lì ripete correttamente il rituale ed impalma quello che egli riteneva essere un ramo rinsecchito; ma non sarà così, e i problemi per i promessi sposi si moltiplicheranno fino a sconfinare nell’aldilà.

Gli ingredienti gotici, più noti in Italia come dark, ci sono tutti, reinventati e resi più freschi da un’animazione formidabile e spesso soprendente, che negli anni hanno fatto della poetica di Burton un carattere unico, che rinnova temi della letteratura romantica.

I personaggi negativi o cattivi sono caricaturali, ed esprimono le loro velleità, l’ingordigia, l’insensibilità abitando in città oscure o palazzi tetri: è una realtà che li rappresenta perfettamente, li rassomiglia, insomma un aldiquà funereo e cattivo già visto in altri film di Burton (“Edward mani di forbice” su tutti); ma in questa nuova opera (dieci anni di lavoro) fa da contraltare un aldilà colorato, un approccio “messicano” con la morte, vivido e saggio, pacato e malinconico, ma capace di grandi feste e sentimenti accesi, dove le sensazioni dei morti sembrano emergere decisamente sulla scontata e grigia avidità dei viventi.

Musical realizzato con la tecnica di animazione chiamata stop-movie, messa a punto dal regista con il coautore Mike Johnson, che già aveva reso celebre Tim Burton con il primo cortometraggio della sua carriera di regista, “Vincent” del 1982, o del più famoso “Nightmare Before Christmas” (1993, regia di Henry Selick).

Visto alla Mostra del Cinema di Venezia.

Corpse Bride (GB 2005) regia (film d’animazione) di Tim Burton, Mike Johnson, durata: 75′

9 settembre 2005

L’amore fatale (2004) *** 

In seguito ad una partenza accidentale di una mongolfiera con un bambino a bordo, e nel disperato tentativo di riportarla a terra, un soccorritore perde la vita.
Tra i soccorritori superstiti c’è un docente universitario, ad Oxford, che, da allora, è segnato da costanti e sempre più grandi dubbi sulla propria condotta in merito, e quindi da insopportabili sensi di colpa. Dopo l’evento funesto la sua vita cambia, e l’insoddisfazione si riperquote anche nella vita di coppia e nel suo rapporto con l’intero mondo. La responsabilità di quell’incidente, vissuta come sua, si aggrava con l’incontro, nel momento del soccorso, di uno strano personaggio, che comincierà a seguirlo, e a pesare sulla mente del professore, già fortemente provata. 

Di questo film colpiscono, dal lato estetico, visivo, le locazioni verdeggianti, i lussuosi arredamenti della upper-class inglese. E i colori sfacciati, puliti, nitidi. Ma, questa dimensione cozza con il viaggio al centro di se stesso del professore, impoverito da uno straziante dubbio: l’aver abbandonato la mongolfiera per primo, dando esempio agli altri soccorritori, che, col loro peso, avrebbero potuto zavorrare il mezzo in volo, e riportarlo a terra. Questo primo gesto avrebbe favorito la morte dell’unica persona che è rimasta attaccata alla fune. La scena (forte…) dell’uomo sfracellato al suolo, in una sconcia posa di morte violenta, sottolinea l’incontro del professore con il folle che lo perseguiterà. I successivi avvicinamenti tra i due, sono costruiti sulla suspance e sulle attese (molto spesso disattese e perciò stranianti). Il regista, oltre ad aver girato il celebre “Notting Hill”, è stato autore di un film, nel 2003, intitolato “The mother”, del quale riprende in quest’ultima opera, l’aspetto interiore dei personaggi: l’insicurezza, le rigide convenzioni sociali, i diversi temperamenti a confronto, ma soprattutto il senso, inspiegabile, dell’innamoramento e la sua durata. Nonché la messa in discussione dei luoghi comuni (in “The mother” era l’amore tra un prestante trentenne e una vedova di sessant’anni, questa volta è l’amore omosessuale) a fondamento della società e della “natura”, presuntamente favoriti dall’innamoramento finalizzato alla procreazione, e in questa, in fondo, inaccettabile legge, si cruccia il professore di Oxford, in cui scienza e religione sembrano, paradossalmente, d’accordo. Dannoso il titolo italiano che fa il verso ad “Attrazione fatale”.

Enduring Love (GB 2004) di Roger Michell – con Daniel Craig, Samantha Morton, Rhys Ifans, Alexandra Aitken, Susan Lynch, Bill Nighy.

[11 aprile 2005]

“My Name Is Joe” (1998) ***

In quartiere degradato di Glasgow vive Joe, ex alcolista cui piace il calcio (infatti allena una arrabattata squadretta), da poco ha incontrato Sarah, un’assistente sociale, e se ne innamora. La vita sembra finalmente sorridergli, purtroppo deve badare al giovane Liam, a difenderlo da se stesso.

Ken Loach è tornato a mettere il dito nella piaga della società britannica: una tragedia cruda, ennesima conseguenza del degrado socio-economico. L’analisi è, come spesso accade nei film del regista inglese, disperata.
L’ispirazione socialista di Loach lo porta ad avere pochi dubbi in merito alla condanna alla Gran Bretagna di oggi, così indifferente, che riduce le persone a cose, oggetti che si usano e poi si lasciano emarginare. Emettendo una condanna a morte, ma che sembra in tutto e per tutto ad un suicidio. Non mancano alcune descrizioni intimistiche, commoventi che fanno da contrappeso ad altre molto violente, in un film dove è difficile intravedere un filo di speranza. 

“My Name Is Joe” (Gran Bretagna, 1998). Regia di Ken Loach. Interpreti: Lorraine Mcintosh, Gary Lewis, Louise Goodall, Peter Mullan. Durata 105′.

[2 marzo 2005]

“I vestiti nuovi dell’imperatore” (2001) ** 

Piacevole riflessione sulla veridicità della Storia, pensa che i libri sui quali studiano debbano per forza essere scritti da un unico essere onnisciente che non ha opinione e senso critico (e sappiamo che li scrivono i vincitori delle guerre, o così si dice) sottolineo che nel nostro caso per fortuna non è così.

Questo film quindi è un “se fosse” e racconta del ritorno rocambolesco di Napoleone oramai al tramonto, che lascia Sant’Elena e arriva a Parigi. Qualche incongruenza storica motivata dalla fantasia, qualche forzatura e anticipazione di alcuni oggetti, ma le interpretazioni sono ottime, film molto rilassante e divertente, con poche concessioni al “personaggio” Napoleone e molti richiami critici al nostro immaginario di persona sola, col suo passato glorioso ed un presente che sembra la brutta copia della vita, ma…
I colpi di scena non deludono. 

“The Emperor’s New Clothes” (Gran Bretagna, 2001). Regia di Alan Taylor. Con Ian Holm, Iben Hjejle, Tim McInnerny, Tom Watson, Nigel Terry.

[2 marzo 2005]

“Barry Lyndon” (1975) ****

La vita di Barry Lyndon che dalla polvere scala le gerarchie militari e sociali per poi tornarsene da dove era venuto, dimenticato, sopraffatto dallo status quo, quest’ultimo impersonato dall’aristocratico figliastro.
Epopea di un lupo solitario figlio di se stesso e del proprio istinto di sopravvivenza che via via si traduce in bieco arrivismo, un uomo che connette una mente lucida e calcolatrice all’istinto, ma sottovaluta la vera opinione che ha di sé, e del suo vuoto che risulta sempre incolmato. 

Quest’ultimo quando risorgerà ne decreterà l’inaspettata rovina. Il fatalismo del film è congeniale ad un meccanismo con scadenze ben precise. La vicenda di Barry ricorda quella di Napoleone, confermando topoi storici e letterari del Sette-ottocento, ovviamente desunti dall’omonimo romanzo di W. M. Thackeray (“The memoirs of Barry Lyndon”, 1856).

Esempio sommo di cinema filologico, Kubrick è infatti attento all’iconografia, allo studio maniacale della cultura e del costume del tempo. I vestiti, le divise militari, gli abiti delle signore sono ripresi dalla ricca ritrattistica di quegli anni; così come la luce è naturale di giorno e a lume di candela negli interni.
Ciò instaura una corrispondenza ideale con i tristi personaggi che attraversano il film, e che danno, a partire da Lady Lyndon, una sensazione mortifera perpetua.
Non c’è un momento di serenità, la visione oscilla tra violenza e mestizia, insoddisfazione e reciproco disprezzo tra i protagonisti.
La freddezza settecentesca in Kubrick trasparve già nella visione dell’appartamento rococò di “2001 Odissea nello spazio” (1968) che preannuncia in qualche modo lo studio del regista sullo stile del XVIII secolo, stringendo un legame puramente ideale ma esteticamente valido tra i due film.

[“Barry Lindon” è da confrontare per puro gioco estetico con “Tom Jones” di Richardson (1963).]

“Barry Lyndon” (GB 1975) regia di Stanley Kubrick – con Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger

[25/02/2005]