Mustang (2015) ***

«Tutto mutò in un battito di ciglia. Prima stavamo bene e all’improvviso ci ritrovammo nella merda», così recita la piccola Lale, nell’incipit del film.

Questo Piccole donne ribelli nella Turchia contemporanea, si apre e si chiude con un abbraccio. Triste il primo, commosso l’ultimo, è l’abbraccio che unisce due donne colte in stagioni diverse della loro esistenza, Lale — poco più che bambina — e la sua amata professoressa. Le troviamo al termine dell’ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze estive. L’insegnante è in procinto di tornare a Istanbul, a mille km di distanza, ma promette alla fanciulla un fitto scambio epistolare, in attesa di incontrarsi di nuovo.

Le separerà un’estate eccitante, l’inizio di un’epoca nuova, fatta di scoperte, amore, odio, violenza, speranze, morte e resurrezione. Come nel più classico romanzo di formazione.

1448070252784.cached

Siamo a mille km da Istanbul, mille km dalla metropoli, dalla modernità e, forse, da un’ipotetica libertà. Ma nel contempo siamo vicinissimi a un’idea di futuro racchiusa in una meta da raggiungere.

Al contrario, il paesino cui è toccato vivere a queste cinque sorelle orfane — accudite dall’amorevole nonna e da uno zio dispotico e morboso — è il paradigma della tradizione. Tradizione che reprime ogni afflato di liberazione femminile e aspirazione che vada al di fuori del seminato, del già tracciato da secoli.

Ma non è nella difficile condizione della donna turca, il cuore del film, bensì nel suo antidoto. Oggi quello governato da Erdogan è un Paese musulmano secolarizzato, eppure lontano dal sogno laicista di Atatürk[1]. Al di là dei grandi centri culturali, la Turchia pare un insieme di isole smarrite, preoccupate di fare argine alla modernità, qualunque essa sia. Il film si muove tra stereotipi, e l’eterno ritorno di essi, che vorrebbero ingabbiare le giovani donne, trattate come ordigni pronti a scoppiare. Non appena raggiungono l’età da marito — così come le progenitrici prima di loro —, vengono consegnate dalla famiglia di origine a un’altra. La donna è un oggetto prezioso, ma oggetto, è un essere considerato incapace di autodeterminazione, vittima della propria voluttà e degli uomini. Punto e a capo.

Mustang_ragazze.jpg

Dunque è pericoloso che un ragazzo sfiori una ragazza in pubblico, o che si dubiti della sua integrità morale: nessuno la sposerebbe più. Ma, ad esempio, un cortocircuito ammette che un medico — maschio — controlli lo stato d’integrità dell’imene di un’adolescente, per poi rilasciarne un umiliante pezzo di carta che comprovi la serietà della sospettata. Queste contraddizioni alimentano valanghe di ansie e pettegolezzi, apparenze, fobie ataviche, in una parola, ignoranza. L’importante sarà superare con successo la “prova” del sangue virginale sul lenzuolo della prima notte di nozze. Trofeo da sbandierare a congiunti ed estranei. Simbolo di una virtù che solo la donna deve conservare intatta sino alle nozze. Ma, a ben vedere, questo pare il ritratto dell’Italia più arretrata di non molto tempo fa.

Alle cinque sorelle non manca una casa con giardino, né le comodità o lo stile di vita occidentale. La famiglia possiede il Suv, il televisore con lo schermo piatto, il computer. Ciononostante, il fidanzamento ufficiale avviene ancora per trattative familiari, secondo ritualità antiche. Questo significa che per ogni matrimonio d’amore corrisponde un numero indefinito di matrimoni di convenienza, o combinati al di là dei sentimenti.

D’altronde le cinque giovani vite erano già predestinate nelle parole colme di tradizionale buon senso della nonna, sempre divisa tra la comprensione e la preoccupazione per il futuro, tra la compassione e la repressione. Con le migliori intenzioni, la donna sta condannando le sue nipoti all’infelicità. Illude se stessa ancora una volta raccontando loro che di fatto il matrimonio combinato è una promessa d’amore. Così come avvenne per lei con suo marito, al quale, col tempo, ha imparato «a voler bene», sostiene. Ma i tempi sono cambiati e lo sa bene, perciò fa in modo di accelerare quello che ritiene essere l’inevitabile destino.

Ecco che allora il “mustang” titolare si rivela. Simbolo di libertà, evocativo del cavallo non addomesticato, così come sono le cinque sorelle: indomate. Purtroppo pagheranno caro la loro condotta anticonformista. Una esce di scena in modo tragico, una sola si sposa con il proprio amato ma giovanissima, l’altra è invece malmaritata. Le ultime due — visto il destino delle sorelle — si oppongono alla legge ipocrita che le vuole disinnescare e tenteranno la fuga.

Le piccole donne dell’opera prima di Deniz Gamze Ergüven — una giovane regista assai promettente —, rievocano un altro celebre esordio cinematografico, quello di “Il giardino delle vergini suicide” di Sophia Coppola, cui è ispirato a partire dal numero delle sorelle. Un film che, come “Mustang”, è comprensivo di tutti i parallelismi possibili tra bigottismo cieco, bisogno di emancipazione, non solo sessuale, nonché il ritratto della follia di chi vorrebbe proteggere le giovani donne da loro stesse segregandole a vita, imponendo loro di volta in volta una prigione nuova. Con esiti a dir poco disastrosi.

Qualche buco narrativo (ad esempio la fuga dalla casa, con sparizione inspiegata di alcuni personaggi, pare sin troppo facile) non lede la qualità di una storia che fin dall’inizio si pone su un livello narrativo fortemente simbolico.

Un cerchio che si apre e si chiude in un abbraccio.

la-et-cam-palm-springs-film-fest-mustang-deniz-gamze-erguven-20160103

 

[1] Pare utile rilevare che il film è cofinanziato dal Ministero della Cultura turco.

 

Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul (2005) * 

La macchina da presa di Akin (“La sposa turca”) ci porta in quel che pare un girone infernale ma in realtà sono le vie di Istanbul.

Un documentario (o presunto tale) sulla musica del XX e XXI secolo nella megalopoli turca sulla falsariga degli esperimenti affini firmati da Wender e Scorsese.

Un film noioso per appassionati di musica e di “contaminazioni” (è il caso di scriverlo) culturali.
Cinematograficamente è sterile: può essere definito un lungo videoclip buono per vendere il Cd della colonna sonora.

Odioso il “Dante” della situazione, il bassista del gruppo cult tedesco “Ein Stuerzende Neubauten”, che smorfia e si dimena in continuazione per sottolineare il suo orgasmo intellettuale.
Sesso, droga e rock’n’roll alla turca fuori tempo massimo. Snob.

Crossing the Bridge (Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul 2005) di Fatih Akin – con Alexander Hacke, Selim Sesler, Baba Zula, Orient Expression, Orhan Gencebay

28 settembre 2006

Crossing the Bridge_01_keyimage

Il grande silenzio (2005) *

Docufiction costruita attorno a una visione poetica della vita monastica.

Il tempo dilatato, il ritmo delle stagioni, il lavoro, la preghiera quotidiani vengono contrapposti alla vita estenuante dello spettatore. Un’effigie di ciò che questo gruppo ristretto di uomini, vive rigorosamente al di fuori del mondo. La banalità del bene, si potrebbe parafrasare, considerando la molta superficialità.

Infatti il film dice anche di più, involontariamente. Presenta i monaci in maniera imbarazzante dedicando dei ritratti un po’ vanesi; li rappresenta, più che li ritrae, nel silenzio dei rumori quotidiani, nel fascino “new age” della vita altra, il profumo di un mondo che gioca il proprio destino altrove. Difficile che questo film parli a chi non è in sintonia con la frustrazione di vivere nel caos dell’occidente “relativista”.

Il dubbio è che il film, oltre che troppo lungo, sia sterile, che vada a solleticare una velleitaria tensione all’altissimo, che un pubblico massificato richiede “una tantum”, illudendosi di avere catturato una goccia di santità e ascesi. Un’opera simile su un monastero buddista avrebbe prodotto gli stessi stilemi e avrebbe solleticato le stesse frustrazioni.

Presentato forse maliziosamente come documentario, si tratta realmente di una “docufiction”, giacché non c’è nulla di rubato alla realtà. Compresa la consapevolezza dei monaci i quali, tranne in qualche raro caso, non guardando mai in macchina da presa, fingono cioè che non ci sia l’operatore, fingono di non essere filmati.

Non è “reality” a sfondo religioso, ma risponde alle stesse esigenze voyeuristiche e livella al ribasso una tradizione millenaria, che perdura nonostante i film di questa risma.

“Il grande silenzio” è diretto da Philip Gröning.

19 aprile 2006

La caduta (2004) *

Gli ultimi giorni di Hitler, rinchiuso tra le mura del bunker berlinese… Una “fiction” televisiva gonfiata per il cinema: questo risulta “La caduta” in due ore e mezzo di ripetitivi primi piani su Ganz e i suoi farfugliamenti. Chi ha scritto contro questo film, urlando all’apologia del nazismo, non lo ha visto. Nessun revisionismo, o peggio, nessun negazionismo, qualche consessione al (perseverando un altro “ismo”) “l’innocentismo” dei tedeschi “che non sapevano” come alla fine del film registrano le immagini dal vero di una signora anziana intervistata (l’ultima segretaria di Hitler).

Non bisogna prendere “La caduta” troppo sul serio: è un’operina che sta in equilibrio sul nulla di nuovo; che dà una visione estetica della figura emaciata del capo del nazismo; non insinua pietà, ma sottende morbosità, come da sempre ispira la figura del mostro visto nel suo crepuscolo. I primi tre quarti di film sono di una noia mortale, segnati dalla frasesca imitazione che Bruno Ganz fa di Hitler, il parkinson, le stereotipie; buffonate che lasciano indifferenti. Dopo la morte del dittatore, il telefilm decolla per pochi minuti, narrando dello smarrimento dei gerarchi, del popolo, ma indugiando, fatalmente, su ogni passo che i personaggi fanno, allungando la minestra, per ovvie ragioni di mancanza di materiale storico sul quale basarsi, o per timore di fare passi falsi, storicamente esecrabili… Hitler non viene dipinto come un diavolo. Sarebbe stato un errore madornale ritrarlo come tale; sarebbe stato come giustifcarne il ruolo nel mondo, in fondo. Hitler è un uomo senza scusanti; è un uomo che ha cercato e creato il disastro, in questo il film è “corretto”: ma del nazismo si narra soltanto il lato estetico. Un film che sarebbe potuto essere un buon cortometraggio, ma che diventa un’impressionante teoria di ripetizioni e congetture, insopportabili, di ben 150 minuti! Ciò che viene ripetuto per almeno quattro volte dalla bocca del fuehrer è: che il popolo tedesco si è scelto il proprio destino, e quindi la sua distruzione se l’è cercata, e ora deve sacrificarsi. L’indagine rimane ben presto fossilizzata sui tic nervosi di Hitler, le leggende acquisite, il cane pastore-tedesco Blondie, il vegetarianesimo del mostro apparentemente contraddittorio, i suoi deliri pseudo-darwiniani sulla superiorità e sulla selezione naturale delle razze umane, si sprecano… temo per mancanza d’altro. Mentre nell’ultima parte del film il regista non ci risparmia immagini splatter, di bassa macelleria, arti mozzati e sangue a fiumi. Prima di virare sulla speranza, il bambino che si ravvede: da decorato hitleriano, per aver abbattuto due autoblindo russe, si converte alla non violenza e cammina, fiero, verso il futuro (al contrario del bambino di “Germania anno zero”). “La caduta” è travolto da una dichiarata misoginia: tutte le donne sono ritratte al rango di galline affascinate dal potere machista; Eva Braun, è riprodotta completamente matta, sempre sopra le righe, incosciente, e dall’indole vagamente troiesca; La giovane protagonista, la segretaria, oltre a sbarrare gli occhi e a commuoversi per Hitler, altro non fa. L’unica donna dura è la signora Magda Goebbels, ma anche questo fa parte della tradizione iconologica nazista, voluta da Hitler stesso! Una menzione particolare va alla traduzione italiana piuttosto claudicante, che ci regala qualche verbo ausiliare non azzeccato e ripetuto (“se l’avessi saputo, avrei potuta atterrare…”). Chi si aspetta un film scorretto sul nazismo temo debba rivolgersi ad opere del calibro di “Zio Adolfo in arte fuehrer” con Celentano o al tremendo “Kakkientruppen”; ma la furbata pubblicitaria funziona. Se invece si vuole tentare di farsi un’opinione sul perché la Germania è arrivata al nazismo ed alla guerra, consiglio, quale antidoto: “Zelig” di Woody Allen; o come documento storico di straordinario impatto visivo: “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, regista ufficiale del nazismo, morta ultracentenaria, un anno fa circa.

Der Untergang (Germania 2004) di Oliver Hirschbiegel – con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Corinna Harfouch, Ulrich Matthes, Juliane Köhler.

2 giugno 2005

Heimat 3 (2004)

“Heimat 3 – primo episodio: Il popolo più felice della terra” (2004) ***

Crepuscolo del 1989, 9 novembre: gli ultimi istanti della Germania divisa vengono annunciati dal crollo (improvviso) del Muro di Berlino. I quei giorni Clarissa – cantante lirica affermata – e Hermann – direttore d’orchestra ora famoso nel mondo – si ritrovano dopo molti anni. Dopo il loro incontro decidono di vivere assieme e scelgono come abitazione una vecchia casa con vista sul Reno. Ma la casa è fatiscente. Clarissa a Lipsia per un concerto parla assieme a due esperti carpentieri, che, una volta assunti, si preparano a fare la loro prima esperienza nella Germania federale…

Tornano Hermann e Clarissa. In Heimat 2 vedevamo la loro vita sbocciare, i loro idealismi nascere e crescere. Nel 1989, fatidico e speranzoso anno, li troviamo cresciuti e incanutiti, molto più sicuri ma nonostate ciò ancora vogliosi di utopia. In quei giorni, nel giubilo contagioso, la coppia riunita riesce a deviare la felicità di un popolo intero, che finalmente si riconosce e si riunisce nell’immediatezza della festa, per progettare la loro vita assieme.
La metafora delle due Germanie ricade e s’incarna in tutti i personaggi, Hermann e Clarissa innanzitutto: i quali decidono di ristrutturare una cadente casa, simbolo di un passato leggendario e tragico (abitata da una poetessa romantica suicida), che per Hermann vuol dire tornare ad abitare vicino al suo paesino d’origine.
La scommessa sulla vecchia casa e sulla sua ristrutturazione, nonostante le divisioni e le ferite, rispecchia il significato del sottotitolo dell’episodio: un popolo che mette da parte l’orrore per riconoscere nella propria terra (riunita) lo spazio comune per l’avvenire.

L’argomento della riunificazione tedesca, che di per sé rischierebbe di cadere in triti sentimentalismi e retorica, è descritto poeticamente da Reitz, in quadri in bianco e nero che si intervallano ai colori, una colonna sonora intensa ed evocativa: ma tutto fa sottendere l’inconsistenza di quella gioia passeggera, e scorge all’orizzonte i pericoli che possono causare, ahimé inevitabili, diffidenze e differenze.
L’incontenibile felicità collettiva, in cosa si trasformerà?
Ad esempio i tedeschi orientali, che arrivano a ristrutturare la casa di Clarissa ed Hermann, vengono visti con interesse e fraterna simpatia dagli occidentali, ma spesso attraverso una lente deeformante, non senza un malcelato o implicito razzismo. I problemi non tarderanno ad affacciarsi.

Heimat 3 – Chronik einer Zeitenwende – Das Glücklichste Volk der Welt (Germania 2004) di Edgar Reitz – con Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch

5 aprile 2005

 

***

Heimat 3 – secondo episodio: I campioni del mondo (2004) **

8 giugno 1990: si festeggia la fine dei lavori nella nuova casa di Clarissa ed Hermann e, nel frattempo, iniziano i mondiali di calcio in Italia. Gunnar rivede la moglie, e le due figlie, assieme al nuovo amore: Reinhold assistente di Hermann, e, roso dalla gelosia, fugge verso Berlino. Da lì la sua storia si intreccerà a quella della caduta fisica del Muro: inizierà a vendere pezzi di cemento alla Warner Bros. Tobi, altro tedesco orientale che ha contribuito a restaurare la casa, si lega in amicizia a Ernst, fratello di Hermann, dal carattere chiuso, nonché cacciatore e collezionista di opere d’arte; con lui, Tobi, farà un viaggio, fino all’Est, a bordo di un piccolo aeroplano. Ma le loro strade si divideranno, poiché Ernst vuole andare in Russia. Intanto la Germania (Ovest) vince i Mondiali di calcio.

Episodio di passaggio, in cui la vicenda di Hermann e Clarissa passa in secondo piano (anche se si intravede che il figlio di Clarissa, malsopporta la nuova realtà) e tutti i personaggi, o comprimari, sono legati alla coppia. Il protagonista morale dell’episodio è Gunnar che, con la maglia di Brehme addosso, compie un viaggio verso Berlino, richiamato dal momento epocale e in qualche modo pionieristico. Il transfuga fa propria l’arte di arrangiarsi, dando agli americani ciò che vogliono: un milione di souvenir del Muro. Ma la sua vita sentimentale passata è a pezzi, mentre in quella presente già si preannunciano novità (l’inquilina del piano di sopra, dell’appartamento vuoto, che Gunnar ha occupato abusivamente). Questo tedesco dell’Est, entusiasta e un po’ incosciente, diverrà un personaggio, una macchietta a dire il vero, che, con la maglia della Germania Ovest, incarna il sogno di una riunificazione non ancora attuata del tutto. Proprio Brehme, l’idolo di Gunnar, segnerà il goal della vittoria tedesca ai Mondiali di calcio, mentre Gunnar si dà da fare con il martello pneumatico addosso al Muro.

Heimat 3 – Chronik einer Zeitenwende – Die Weltmeister (Germania 2004) di Edgar Reitz – con Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch.

12 aprile 2005

***

Heimat 3 – terzo episodio: Arrivano i russi (2004) ***

1992. Un famiglia russa, di origine tedesca, torna in patria dopo la caduta dell’Unione Sovietica al seguito dell’eccentrico fratello di Hermann, Ernst, rinchiuso per due anni nelle prigioni russe. Della famigliola russa spicca la vitale Galina che non passa inosservata per la sua freschezza. La famiglia Simon è provata da nascite e morti. Nasce il nipote di Anton, il fratello maggiore dei Simon, e gli lascia in eredità tutto il capitale dell’industria, il figlio Hartmut si ribella e volendosi affrancare dal giogo paterno, comincia ad azzardare decisioni. Nel frattempo Lulu la figlia di Hermann torna a trovare il padre, ma le cose fra loro non vanno bene, in più un lutto colpisce la ragazza…

Hartmut, il viziato e tormentato, figlio del vecchio e malandato Anton, vuole sfidare il padre sul suo stesso terreno imprenditoriale, ma incappa in una serie di sfortunati, quando non propriamente tragici, eventi. Galina, dal canto suo, è troppo vitale, vivace e ingenua per non passare inosservata agli occhi Hartmut stesso, che non perde tempo per affascinarla, adulandola e promettendole vaghe glorie e soddisfazioni personali, proprio nei giorni in cui Hartmut ha un figlio dalla moglie legittima. Negli stessi giorni la cugina Lulu, figlia di Hermann, torna a visitare la casa del padre in occasione della festa del “Reno in fiamme”, il carattere eccentrico e la sua relazione non ben definita con due amici, ne svela anche un lato disperato e bisognoso d’attenzione. Emerge infatti antichi dissapori col padre, che, invogliato dalla compagna Clarissa, tenta un goffo riavvicinamento, ma risolve soltanto una rigurgito di rancore nei suoi confronti da parte della figlia.

Qualche tempo dopo Lulu si laurea e scopre di essere incinta di Lutz, uno dei suoi due amici del cuore. Ma sulla sua strada incontra Hartmut, il quale, rapita Galina al proprio marito si concede una folle corsa che porterà il finale in ospedale.

Heimat 3 – Chronik einer Zeitenwende – Die Russen kommen (Germania 2004) di Edgar Reitz – con Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch

19 aprile 2005

***

Heimat 3 – quarto episodio: Stanno tutti bene (2004) ***

1995. Hermann vive un periodo di contraddizione e di malessere interiori, che molto dipendono da eventi negativi: l’amore con Clarissa è in crisi, per la volontà della moglie di affrancarsi dalle sicurezze domestiche, simbolizzate dal nido sul monte. La famiglia d’origine di Hermann perde il fratello maggiore, Anton, simbolo anch’egli: mentore di una Germania che sta passando, cinica ma capace, decisa; Infine le reciproche indifferenze tra Hermann e la figlia Lulu arrivano al parossismo più doloroso. Collateralmente si compie la contraddittoria vita del nipote Hartmut, figlio di Anton, diviso, ma con lo stesso entusiasmo, tra i suoi progetti lungimiranti, in campo imprenditoriale, e la sua vita privata con Galina (che ha paura di vivere alla luce del sole la sua nuova vita): ma sembra profilarsi un futuro ben più fosco per il viziato rampollo del vecchio Anton, qualcuno si appresta a presentargli il conto. Il cinico e distaccato Ernst sulla tomba del fratello improvvisa un’intensa e atipica orazione funebre; dichiara il suo affetto verso quel fratello temuto e ammirato, pur nelle differenze. Al funerale del patriarca, Hermann ritrova la prima moglie, madre di Lulu…

Amaro episodio che compie alcune esperienze recenti e traccia l’epilogo di altre più antiche. Hermann è riattraversato dal suo passato: i punti fermi, che lui credeva tali e inossidabili, sembrano dissolversi o muoiono, lasciandolo in una piena, consapevole, solitudine; d’altro canto il dolore (anche fisico: finisce con una gamba dentro una tagliola), lo fa rinascere artisticamente: ciò sembra definire un’equazione. Di questa equazione Clarissa era segretamente certa: la stasi familiare rischiava di ucciderla artisticamente, come aveva già ucciso la musica nel marito.
Ma le equazioni sembrano avere vita finché non le si interpretano; creano cause ed effetti e li legano tra loro: ma, il più delle volte, arbitrariamente. Hermann e Clarissa quindi rivedono, a loro modo, egoisticamente ed egocentricamente, tutto il mosaico fin qui composto e le loro esistenze, ma in maniera fatalistica.
Finché i pesanti simboli di ognuno non si confrontano, e il debole tra i due (almeno temporaneamente) soccombe: ogni persona porta con sé la propria esperienza, e la manifesta, la indirizza nel futuro. Così decide di fare Clarissa, mente Hermann perde la direzione e galleggia alla deriva.
La vita di Anton si conclude improvvisamente. Una vita che consapevolmente rappresenta quella rinascita della Germania distrutta dalla guerra, e che ha puntato sulla qualità, sacrificando anche la propria libertà, in nome del lavoro. Ma muore felice, dopo un’ennesima vittoria (anche se calcistica), e nonstante i suoi figli, oggi, siano rapportati soltanto per vie legali. Hartmut, che ha ancora l’aura del ragazzino, comincia a capire che dentro di sé vive la forza del padre: ma sacrifica quegli schemi, e ruoli sociali, per una vita fuori dalla tradizione più consoni al genitore. Quel genitore che il figlio ha vissuto come un’ombra coercitiva che tutto raffredda nella razionalità, che ora, sorprendentemente, gli manca.
Ma Hartmut ne è convinto: i tempi sono cambiati, la qualità è un concetto che non paga più, nasce una visione più globalizzata del mercato; non si può spendere più di quanto si guadagna, e questo, alla morte del padre lo dice anche ai dipendenti, che, per tutta risposta, disertano la veglia funebre del vecchio padrone.

Il funerale di Anton, è poco partecipato, senza prete, i parenti sono attorno ad un’inedita urna cineraria (una novità dei tempi), che denuncia un impoverimento culturale e dell’anima collettivo: una ingratitudine subito stigmatizzata dal difficile e anticonformista Ernst, fratello antitetico e pazzoide di Anton e di Hermann, la sua orazione funebre, è forse il momento più alto di tutta la terza serie di Heimat.

Heimat 3 – Chronik einer Zeitenwende – Allen geht’s gut (Germania 2004) di Edgar Reitz – con Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch.

3 maggio 2005

***

Heimat 3 – quinto espisodio: Gli eredi (2004) **

1997. Ernst, fratello di Hermann, compie la parabola della sua vita suicidandosi, con un aereo, dopo essersi scontrato con una realtà che rifiuta e dalla quale viene rifutato. Poco prima della morte fa amicizia con un adolescente, figlio di una donna delle pulizie che aveva lavorato per lui. Ora la donna vive in Bosnia, sotto i bombardamenti, e il giovane abita con una vecchia zia a Schabbach. Per Hartmut le cose si mettono davvero male: la fabbrica paterna vessa in pessime condizioni, e dopo la morte di Ernst, spera che l’immensa fortuna di opere d’arte venga convertita in denaro: l’oscuro messo della “Food and no food” (che Hermann aveva incontrato in treno anni prima) è tornato per liquidare la ditta Simon… Hartmut si lascia andare e rischia, per stupidità, anche un incidente stradale, assieme al ragazzo bosniaco. Quest’ultimo, indicato come erede di Ernst da un viscido investigatore privato, vive l’ostracismo di una intera comunità e si sente braccato. Per morire sceglie il punto stesso nel quale Ernst si era schiantato con il piccolo velivolo. Clarissa ed Hermann ritrovano un po’ di pace dopo la lunga malattia della cantante. Lulu e il piccolo Lucas devono abbandonare la casa paterna, ma la ragazza sembra essere un po’ più serena ed aver accettato le proprie avversità, e la nuova vita del padre. Episodio beffardo, sia nel titolo, sia nella didascalia finale del film. Oltre la fitta trama e le forti caratterizzazioni dei personaggi, al limite del didascalismo, la vera protagonista dell’episodio è la dissolvenza di una famiglia, che porta con sé un intero mondo nell’infero di un dolore sordo, e dove gli eredi percepiscono, quale successione, frustrazioni e grattacapi. La morte per suicidio è il registro che apre e chiude l’esperienza di due diseredati: Ernst, il misantropo collezionista, e il suo figlio d’elezione, un giovane bosniaco, che diseredato lo è davvero. Uno strano personaggio avido – un investigatore privato – entra in scena e crea una situazione che crede di poter maneggiare. Fallirà tragicamente. Ora tutto un paese, Schabbach, rifiuta chi non ha più il potere e mette alla berlina la famiglia Simon, ma facendo questo butta via anche altro, un valore aggiunto che poteva essere rappresentato dal museo di Ernst, che viene bloccato per paura che questo possa creare disagio e confusione; che possa mettere a repentaglio una fittizia tranquillità. Chi avrà ragione? Il regista documenta e non dà un’unica chiave di lettura. Hermann guarda impotente queste due vite sfracellarsi contro la realtà, e mentre Clarissa langue in un ospedale, cerca di proteggere “l’erede”, ma invano. La storia è narrata in tono minore e prelude il finale. L’episodio è tutto a colori. 

Heimat 3 – Chronik einer Zeitenwende – Die Erben (Germania 2004) di Edgar Reitz – con Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch

10 maggio 2005

***

Heimat 3 – sesto e ultimo episodio: Congedo da Schabbach (2004) **

1999. Gunnar, l’estroverso restauratore della casa di Hermann e Clarissa, venuto dalla ormai ex-DDR, ritrova le figlie a Monaco; queste ultime vivono, con la madre e il di lei compagno, in un lussuoso appartamento cittadino. Ma Gunnar è dedito alla bottiglia e, tempo prima, si è cacciato in un pasticcio automobilistico: perciò deve scontare una pena nella prigione del Land bavarese, proprio nel giorno dell’eclissi totale di sole, che lo lascia mezzo accecato. Ritrovate le figlie ormai grandi, decide che è venuto il momento di organizzare una rimpatriata, proprio nel luogo in cui la vita con la sua famiglia si è frantumata: la casa sul Reno di Hermann; credendo di meritarsi una uscita anticipata di prigione per buona condotta, sceglie come data l’ultimo dell’anno e del millennio, mettendo in moto mezzo mondo. Anche Hermann e Clarissa quel giorno sono a Monaco per un concerto; nel frattempo hanno ritrovano una sintonia artistica, e una sorta di serenità. Gli affetti della famiglia Simon superstite si rinsaldano, mentre Lulu cresce il piccolo Lucas. Ma a causa di un terremoto i container, che proteggono la collezione d’arte di Ernst, per la quale Lulu sta lavorando al futuro museo, sprofondano nelle viscere di Schabbach… Un’eclisse apre il film, lo gonfia di simbolismi ambigui e contrastanti fra loro; dà spazio ad un’eco sinistra: le ombre irreali che si allungano in fretta, la luce bronzea, opacizzata, e di nuovo il sole che ritorna a splendere dopo le tenebre stranianti. C’è un uomo, Gunnar, che è alla ricerca del suo passato nella nuova Germania che ha sposato con entusiasmo (forse ingiustificato?) e che oggi lo incarcera; inoltre egli non è in grado di arrendersi all’idea che la sua ex moglie, Petra, sia davvero felice con il nuovo marito. Ma Gunnar non si riconosce, è un disadattato e non lo sa. Nella sua corsa contro questo futuro inatteso, che comunque crede di accettare, vuole recuperare la sua famiglia di un tempo, nonostante le contraddizioni che ancora rappresenta agli occhi di Petra stessa; forse vorrebbe ingenuamente “ricomprarla” con i soldi che nel frattempo ha fatto sul crollo dell’Est. Quei soldi occidentali che non lo fanno più sentire un fallito: sa giocare in borsa ed è pure scaltro. Insomma Gunnar ha delle speranze ingiustificate, è circondato dalla pietà, ma è sordo alle critiche; sospeso un metro da terra non si accorge degli sguardi di misericordia che le figlie hanno su di lui, che gira, ubriaco e in mutande, proprio nella casa che accoglie la nuova vita della sua ex famiglia. Questo solo poche ore prima di andare in carcere per aver guidato senza patente, ritirata perché alcolista. Gunnar rimarrà un proletario arricchito che la società capitalista saprà sempre punire, ma alla quale egli risponderà con una disperata speranza in un domani migliore, che forse gli deriva dall’essere figlio della Repubblica Democratica Tedesca, ed essere abituato a credere nel futuro anche se nascosto da un’eclisse e da una festa di fine millennio alla quale forse non parteciperà, ma che organizza con una pragmatica dovizia, e tutto ciò rende amaro il suo personaggio. L’ultimo episodio di Heimat 3 presenta Hermann e Clarissa infragiliti e un po’ invecchiati, mentre riacquistano il loro equilibrio, soprattutto dopo la crisi e la malattia della cantante. Sono ormai una parentesi grafa che tiene assieme il tutto, il vecchio e il nuovo, la vecchia madre e il figlio di Clarissa (che l’ha resa più volte nonna). Ma si avviano a non essere più i protagonisti; la vendita del vecchio appartamento di Monaco (vedi Heimat 2) sembra preconizzare un ritiro, uno spostamento dal fronte, un bisogno di tranquillità. La ricerca delle origini viene a toccare Hermann durante un’esperienza surreale: un sogno in occasione del funerale dell’oste di Schabbach, marito modello e saggio amico dei Simon. Sotto una coppia di alberi, il musicista sogna della sua famiglia, dei fratelli morti, di Lutz il compagno di Lulu, che lo salutano al riparo della pioggia, e lo attendono… mentre Hermann passa ad un’altra esperienza onirica, nella quale è proprio l’oste defunto che gli profetizza la fine della ricchezza dei Simon, reale e simbolica. Lulu diviene un perno importante del racconto, disincantato e pessimista (l’altro fulcro narrativo è la festa di Gunnar, personaggio opposto e complementare a Lulu): la sua vita triste e il vuoto prepetuo che vive, nonostante il figlio, sembrano spaventarla, renderla ancora più insicura, se possibile. Lulu rifiuta un nuovo amore nonostante i dubbi. Il terremoto reale e simbolico a Schabbach, che uccide le speranze nel futuro che sembrava vivere sul solco della famiglia Simon, è più forte di qualsiasi sentimento umano. Ciò che rese fama, gloria e l’invidia dei compaesani, ora è trattato con sufficienza dalla sorte stessa: scompare per sempre. E nonostante il talento musicale del piccolo Lucas, instillato da nonno Hermann, apra nuovi orizzonti alla nuovissima generazione, la figlia degli anni Settanta del Novecento si trova disperata alle lacrime, senza più nulla da progettare nell’immediato domani, nel fatidico primo gennaio 2000… La voce grave della natura si fa viva con l’eclissi, il terremoto e con la successiva inondazione; prende romanticamente il sopravvento sui calcoli che l’uomo fa, e che divengono improvvisamente insignificanti, lasciandolo inerte ad osservare senza una minima possibilità di cambiare quegli stessi eventi; e ciò si accompagna sia alle vane convenzioni storiche (il cambio di millennio con le derivanti false speranze), sia alle coercizioni della società, alle leggi, all’economia (cui fanno le spese la libertà di Gunnar e il finanziamento al museo di Lulu), dando uno sguardo pessimistico e altrettanto romantico sul senso di fragilità delle persone e la loro condizione di pericolo perpetuo: “Non mi sento più al sicuro dopo la malattia” dice sentenziosamente Clarissa, mentre la voce compassata di Hermann le strappa una promessa dall’aria infantile (“Promettimi di stare in salute”) ma che in realtà è carica di una rassegnata speranza.

Heimat 3 – Chronik einer Zeitenwende – Abschied von Schabbach (Germania 2004)di Edgar Reitz – con Henry Arnold, Salome Kammer, Michael Kausch.

17 maggio 2005

“Querelle de Brest” (1982) **** 

Elementi della scenografia sono sostanzialmente due: un transatlantico enorme attraccato alla banchina di Brest; una bettola per marinai con attiguo postribolo. Questa è Brest ossia la fine della terra emersa, un porto sull’oceano, dove tutto è possibile, intriso di sanguigno e torrido calore, sintomo di passioni, pulsioni ed istinti erotici.
In un luogo che non esiste, se non sullo schermo, vivono i forzati del mare, disperati e bisognosi di calore umano, ma incapaci di chiederlo, i quali ingaggiano tra loro una rincorsa che paradossalmente accelererà la loro definitiva, reciproca, perdita. 

Fassbinder crea un crocevia letterario, nel quale si incontrano fortuitamente amori proibiti perché omosessuali. Dove tutto e tutti vengono consumati, vilipesi e, talvolta, persino uccisi.

La poetica esistenzialista (da un romanzo di J. Genet) emerge da quest’ultimo film del regista tedesco, l’ultimo della sua folgorante carriera, che uscirà postumo.

L’obiettivo racconta analiticamente l’amore del capitano della nave (Franco Nero) per Querelle, un marinaio prestante, che però ignora i sentimenti del superiore. Il capitano registra le proprie confessioni segrete su un nastro magnetico, quasi a fermare ogni singola emozione o fantasia, che per il suo ruolo risultano indicibili.

Memorabile l’interpretazione (anche canora) di Jeanne Moreau.

Come accennato, la scenografia del film è fin troppo evidente, dichiaratamente fasulla, come nel “Casanova” di Fellini, un gioco di finzione, che non è un semplice rimando al teatro, ma alla finzione totale che è il cinema, simulacro dichiarato della realtà.

“Querelle de Brest” (Germania/Francia 1982), regia di R. Werner Fassbinder. Con Jeanne Moreau, Laurent Malet, Franco Nero.

[25/02/2005]

“Rosenstrasse” (2002) ° 

Rosenstrasse è un film inconcluso. Narra di un piccolo evento avvenuto in Germania, durante la seconda guerra mondiale. La via eponima evoca un atto di protesta durato a lungo durante il conflitto: a Berlino, un edificio sito in Rosenstrasse ospita un centro di concentramento di ebrei sposati con tedeschi “ariani”.

Queste coppie ritenute ‘miste’, in un primo tempo furono tollerate dal nazismo, in seguito, dando l’affondo alla logica dello sterminio degli ebrei, già spogliati della loro nazionalità tedesca, questa tolleranza venne meno e i consorti ebrei furono internati nei campi di sterminio. Di lì a poco si formò un capannello di donne che notte e giorno reclamavano i loro mariti, proprio in Rosenstrasse.

A questi fatti s’intreccia la storia recente di una giovane donna statunitense, figlia di genitori di religione ebraica, ma di formazione laica, che (non del tutto chiaramente, per la verità) ricerca le radici della madre, ora in stato di choc per la perdita del devoto marito.

Cinquanta anni più tardi la figlia riesce a ritrovare la donna tedesca cristiana (moglie di un tedesco ebreo) che salvò sua madre bambina da sicura deportazione, e altrettanto sicura morte. Ma la madre rifiuta questo salvataggio per mano “ariana”.

Il finale, neanche tanto a sorpresa, arriva repentinamente con un carico di rassicurazione che lo fa sembrare un happy-end consolatorio. Ma lo è per davvero?

“Rosenstrasse” è un film di Margarethe von Trotta.

 

[18/02/2005]