“Aurora” (1927) **** 

Capolavoro autentico. Frase che si dovrebbe pronunciare raramente, purtroppo, invece, è inflazionata, spesso utilizzata a sproposito. Certo è che non bisognerebbe mai dirlo subito dopo una forte emozione; questa affermazione necessita di decantazione dell’animo, pena lo scadere del senso delle parole.
Il capolavoro è (dovrebbe essere) un “fatto chiaro”, leggibile da molti, che colpisce pure gli incompetenti con la propria presenza: fa discutere, indispone, non lascia residui, riserve. Ma ora mi do questa possibilità: e scrivo, dopo la quarta visione nell’arco di dieci anni, quello che ho riconosciuto dopo la prima visione del film di Murnau: “’Aurora’ è un capolavoro!”.
Diversamente dalle passate, questa volta l’ho visto al cinema, sua patria naturale, per giunta restaurato.

Ho ritrovato un film di “genere” (parola non spregiativa) perfetto anche ai nostri giorni. Il ritmo è sostenuto. Le parti migliori sono le zone d’ombra, dove Murnau si muove con più fantasia e sapienza. La purezza del linguaggio muto, fonde il tragico, l’orrorifico con l’amoroso, il comico, la boutade, il luogo comune, e assurge a simbolo, diviene commovente sinfonia del muto.
La città, luogo mitico e romanzato dall’espressionismo, simbolo dell’alienazione umana anche per i socialisti tedeschi contemporanei al film, qui diviene un tragitto a tappe per la redenzione della coppia, fino al ritorno dell’aurora, titolare della storia.
Il film ha molti punti di forza narrativi, ma in più segna un possibile incontro tra la migliore tradizione cinematografica europea dei primi anni Venti (l’espressionismo) e il sorgente cinema americano (apposta per il gusto americano troviamo l’happy end che ne è l’emblema, tanto quanto il cattivo punito). Storia del Cinema.

Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans, USA 1927) di Friedrich W. Murnau con George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingston.

[20/12/2004]

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