“America Sniper” (2014) ****

[Spoiler]

Vedere in soggettiva l’obiettivo (umano) nel mirino, il mirino nell’obiettivo (cinematografico), l’occhio che mira, che ti guarda e, di nuovo, l’obiettivo (umano) in soggettiva. Poi, inesorabilmente, guardare tutte le morti. Tutte tranne una – l’ultima – negata all’occhio e all’obiettivo cinematografico, rivelata soltanto da una laconica didascalia.

Chissà quanti altri giochi di parole sulla visione si potrebbero scomodare per “American Sniper”, e quante riflessioni dedicate al vedere, osservare, riprendere mirare e sull’ambiguo significato del verbo inglese ‘to shoot’ (sparare/girare cinematograficamente – mettere a fuoco/fare fuoco)  – ma mi fermo qui, promesso – per un’opera così importante, rivelatrice, coraggiosa e schietta. Disturbante a tal punto che ti fa scivolare lentamente verso Destra, ovvero ti svela quel che fingi di non conoscere, e cioè che al mondo esistono anche ragioni da considerare un attimo prima di rifiutarle o condannarle.

Un tempo si era incoraggiati a conoscere per deliberare (ammesso di esserne mai stati capaci), oggi, per un paradosso della storia, pur avendo accesso a un’informazione pluralista e ipertrofica, disponibile 24 ore su 24 su dispositivi mobili, si tende a rimanere entro determinati margini. Margini morali e culturali rassicuranti, sovente impermeabili, che “American Sniper” supera privo di complessi di colpa o di inferiorità etica, sbattendo in faccia lo scandalo senza infingimenti.

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Le prospettive mostrate da Eastwood sono spietate, calate in una guerra sporca, quella in Iraq, che coinvolge tutti – civili, donne e bambini – dove tutti divengono target potenziali. Lì scivoli verso le ragioni del cecchino che deve difendere i commilitoni esposti alla morte; accetti quella logica come inevitabile e quasi nemmeno te ne accorgi. Infine ti risvegli da questo incubo assai disorientato, perché chiamato in causa, poco prima di indossare di nuovo i rassicuranti panni di uomo che vive in una porzione di mondo non ancora contagiata dal Male.

La vicenda umana di Chris Kyle, cecchino americano, soprannominato “Leggenda” con 160 uccisioni all’attivo, è un grumo composto di certezze, orgoglio e dedizione, che mette tutto e tutti – finanche la propria famiglia – sotto quel che considera la sua missione di vita principale: essere cacciatore di lupi. Ovvero la minaccia alla libertà del proprio Paese, rivelatagli una volta di più dalla dissoluzione delle Twin Towers. Minaccia che presto individua nel suo antagonista, un cecchino siriano, Mustafà, già campione olimpico di tiro, col quale ingaggia una sfida a distanza.

La fase discendente della sua parabola militare lo sorprende accecato dal dolore, dai rimorsi e dai rimpianti. Si fa trascinare da odio e sete di vendetta, è lì che perde se stesso e si incrina il patto stretto con un padre tutto d’un pezzo che un tempo lontano gli trasmise valori non negoziabili. Un padre che lo investì di un compito di grande responsabilità: di cane pastore obbligato a difendere dai lupi i suoi fratelli più deboli, visti come pecore inermi. Valori e promesse che si ritrovano in una piccola Bibbia – volume che Chris bambino ruba in chiesa – che indossa sotto il giubbotto antiproiettile a ideale protezione del suo cuore.

“American Sniper” pur essendo tratto dalla vera vicenda di Kyle è anche un sostanziale, ancorché involontario, remake di “Il sergente York” (Howard Hawks, Usa, 1941), film ispirato a un altro eroe di guerra realmente esistito, Alvin York. Anch’egli tiratore formidabile, espressione della provincia americana lontanissima dal resto del mondo, che ha messo il proprio talento al servizio dell’esercito statunitense impegnato durante la prima guerra mondiale, in Europa. Come a svelare una volta di più che la Storia stessa pare manifestarsi come un grande remake, e questo da ben prima dell’invenzione del cinema e dei suoi cliché o rivisitazioni.

“American Sniper” è diretto da Clint Eastwood, basato sull’omonima autobiografia di Chris Kyle.

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