Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul (2005) * 

La macchina da presa di Akin (“La sposa turca”) ci porta in quel che pare un girone infernale ma in realtà sono le vie di Istanbul.

Un documentario (o presunto tale) sulla musica del XX e XXI secolo nella megalopoli turca sulla falsariga degli esperimenti affini firmati da Wender e Scorsese.

Un film noioso per appassionati di musica e di “contaminazioni” (è il caso di scriverlo) culturali.
Cinematograficamente è sterile: può essere definito un lungo videoclip buono per vendere il Cd della colonna sonora.

Odioso il “Dante” della situazione, il bassista del gruppo cult tedesco “Ein Stuerzende Neubauten”, che smorfia e si dimena in continuazione per sottolineare il suo orgasmo intellettuale.
Sesso, droga e rock’n’roll alla turca fuori tempo massimo. Snob.

Crossing the Bridge (Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul 2005) di Fatih Akin – con Alexander Hacke, Selim Sesler, Baba Zula, Orient Expression, Orhan Gencebay

28 settembre 2006

Crossing the Bridge_01_keyimage

Il grande silenzio (2005) *

Docufiction costruita attorno a una visione poetica della vita monastica.

Il tempo dilatato, il ritmo delle stagioni, il lavoro, la preghiera quotidiani vengono contrapposti alla vita estenuante dello spettatore. Un’effigie di ciò che questo gruppo ristretto di uomini, vive rigorosamente al di fuori del mondo. La banalità del bene, si potrebbe parafrasare, considerando la molta superficialità.

Infatti il film dice anche di più, involontariamente. Presenta i monaci in maniera imbarazzante dedicando dei ritratti un po’ vanesi; li rappresenta, più che li ritrae, nel silenzio dei rumori quotidiani, nel fascino “new age” della vita altra, il profumo di un mondo che gioca il proprio destino altrove. Difficile che questo film parli a chi non è in sintonia con la frustrazione di vivere nel caos dell’occidente “relativista”.

Il dubbio è che il film, oltre che troppo lungo, sia sterile, che vada a solleticare una velleitaria tensione all’altissimo, che un pubblico massificato richiede “una tantum”, illudendosi di avere catturato una goccia di santità e ascesi. Un’opera simile su un monastero buddista avrebbe prodotto gli stessi stilemi e avrebbe solleticato le stesse frustrazioni.

Presentato forse maliziosamente come documentario, si tratta realmente di una “docufiction”, giacché non c’è nulla di rubato alla realtà. Compresa la consapevolezza dei monaci i quali, tranne in qualche raro caso, non guardando mai in macchina da presa, fingono cioè che non ci sia l’operatore, fingono di non essere filmati.

Non è “reality” a sfondo religioso, ma risponde alle stesse esigenze voyeuristiche e livella al ribasso una tradizione millenaria, che perdura nonostante i film di questa risma.

“Il grande silenzio” è diretto da Philip Gröning.

19 aprile 2006