Mustang (2015) ***

«Tutto mutò in un battito di ciglia. Prima stavamo bene e all’improvviso ci ritrovammo nella merda», così recita la piccola Lale, nell’incipit del film.

Questo Piccole donne ribelli nella Turchia contemporanea, si apre e si chiude con un abbraccio. Triste il primo, commosso l’ultimo, è l’abbraccio che unisce due donne colte in stagioni diverse della loro esistenza, Lale — poco più che bambina — e la sua amata professoressa. Le troviamo al termine dell’ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze estive. L’insegnante è in procinto di tornare a Istanbul, a mille km di distanza, ma promette alla fanciulla un fitto scambio epistolare, in attesa di incontrarsi di nuovo.

Le separerà un’estate eccitante, l’inizio di un’epoca nuova, fatta di scoperte, amore, odio, violenza, speranze, morte e resurrezione. Come nel più classico romanzo di formazione.

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Siamo a mille km da Istanbul, mille km dalla metropoli, dalla modernità e, forse, da un’ipotetica libertà. Ma nel contempo siamo vicinissimi a un’idea di futuro racchiusa in una meta da raggiungere.

Al contrario, il paesino cui è toccato vivere a queste cinque sorelle orfane — accudite dall’amorevole nonna e da uno zio dispotico e morboso — è il paradigma della tradizione. Tradizione che reprime ogni afflato di liberazione femminile e aspirazione che vada al di fuori del seminato, del già tracciato da secoli.

Ma non è nella difficile condizione della donna turca, il cuore del film, bensì nel suo antidoto. Oggi quello governato da Erdogan è un Paese musulmano secolarizzato, eppure lontano dal sogno laicista di Atatürk[1]. Al di là dei grandi centri culturali, la Turchia pare un insieme di isole smarrite, preoccupate di fare argine alla modernità, qualunque essa sia. Il film si muove tra stereotipi, e l’eterno ritorno di essi, che vorrebbero ingabbiare le giovani donne, trattate come ordigni pronti a scoppiare. Non appena raggiungono l’età da marito — così come le progenitrici prima di loro —, vengono consegnate dalla famiglia di origine a un’altra. La donna è un oggetto prezioso, ma oggetto, è un essere considerato incapace di autodeterminazione, vittima della propria voluttà e degli uomini. Punto e a capo.

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Dunque è pericoloso che un ragazzo sfiori una ragazza in pubblico, o che si dubiti della sua integrità morale: nessuno la sposerebbe più. Ma, ad esempio, un cortocircuito ammette che un medico — maschio — controlli lo stato d’integrità dell’imene di un’adolescente, per poi rilasciarne un umiliante pezzo di carta che comprovi la serietà della sospettata. Queste contraddizioni alimentano valanghe di ansie e pettegolezzi, apparenze, fobie ataviche, in una parola, ignoranza. L’importante sarà superare con successo la “prova” del sangue virginale sul lenzuolo della prima notte di nozze. Trofeo da sbandierare a congiunti ed estranei. Simbolo di una virtù che solo la donna deve conservare intatta sino alle nozze. Ma, a ben vedere, questo pare il ritratto dell’Italia più arretrata di non molto tempo fa.

Alle cinque sorelle non manca una casa con giardino, né le comodità o lo stile di vita occidentale. La famiglia possiede il Suv, il televisore con lo schermo piatto, il computer. Ciononostante, il fidanzamento ufficiale avviene ancora per trattative familiari, secondo ritualità antiche. Questo significa che per ogni matrimonio d’amore corrisponde un numero indefinito di matrimoni di convenienza, o combinati al di là dei sentimenti.

D’altronde le cinque giovani vite erano già predestinate nelle parole colme di tradizionale buon senso della nonna, sempre divisa tra la comprensione e la preoccupazione per il futuro, tra la compassione e la repressione. Con le migliori intenzioni, la donna sta condannando le sue nipoti all’infelicità. Illude se stessa ancora una volta raccontando loro che di fatto il matrimonio combinato è una promessa d’amore. Così come avvenne per lei con suo marito, al quale, col tempo, ha imparato «a voler bene», sostiene. Ma i tempi sono cambiati e lo sa bene, perciò fa in modo di accelerare quello che ritiene essere l’inevitabile destino.

Ecco che allora il “mustang” titolare si rivela. Simbolo di libertà, evocativo del cavallo non addomesticato, così come sono le cinque sorelle: indomate. Purtroppo pagheranno caro la loro condotta anticonformista. Una esce di scena in modo tragico, una sola si sposa con il proprio amato ma giovanissima, l’altra è invece malmaritata. Le ultime due — visto il destino delle sorelle — si oppongono alla legge ipocrita che le vuole disinnescare e tenteranno la fuga.

Le piccole donne dell’opera prima di Deniz Gamze Ergüven — una giovane regista assai promettente —, rievocano un altro celebre esordio cinematografico, quello di “Il giardino delle vergini suicide” di Sophia Coppola, cui è ispirato a partire dal numero delle sorelle. Un film che, come “Mustang”, è comprensivo di tutti i parallelismi possibili tra bigottismo cieco, bisogno di emancipazione, non solo sessuale, nonché il ritratto della follia di chi vorrebbe proteggere le giovani donne da loro stesse segregandole a vita, imponendo loro di volta in volta una prigione nuova. Con esiti a dir poco disastrosi.

Qualche buco narrativo (ad esempio la fuga dalla casa, con sparizione inspiegata di alcuni personaggi, pare sin troppo facile) non lede la qualità di una storia che fin dall’inizio si pone su un livello narrativo fortemente simbolico.

Un cerchio che si apre e si chiude in un abbraccio.

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[1] Pare utile rilevare che il film è cofinanziato dal Ministero della Cultura turco.

 

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