Joy (2015) **

Un altro sogno americano che si realizza grazie alla televisione. Potrebbe essere questa la sintesi estrema di una commedia che mette in scena la vita (romanzata) di Joy Mangano, inventrice di successo.

Sin dai tempi di Cristoforo Colombo, gli Stati Uniti sono la patria ideale di sognatori che hanno il vizio di realizzare i loro progetti. Joy, precoce erede di Edison, dal canto suo, inventa il mocio leggero, il Miracle Mop che si strizza grazie a un innovativo scatto meccanico. Col vantaggio di non dover mai toccare il fiocco sporco, che una volta usato si può buttare in lavatrice. Se oggi è una qualità acquisita, non lo era attorno al 1990 e il film di David O. Russell si prende la briga di raccontarne le fasi in divenire.

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Nella medesima occasione, Joy si rende protagonista di un’altra rivoluzione dovuta al proprio intuito e talento; ovvero dà vita a un nuovo approccio con la televendita, che risulta più credibile rispetto alle consuete. Si presenta al pubblico delle casalinghe come un loro alter ego vincente, ma acqua & sapone alternativo alle chiome leonine e al trucco egizio delle altre imbonitrici, che paiono, invece, calate dall’alto.

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Così attorno alla televisione ruotano le sfortune e le fortune non solo economiche di una famiglia (italo)americana. Famiglia allargata che si rispecchia in quella della soap opera tipo “Falcon Crest”, sempre sopra le righe, che scandisce la giornata della madre. Quest’ultima è una malata immaginaria – resasi larva in una volontaria clausura – che intravede il mondo via via filtrato dalla TV in bianco e nero degli anni Cinquanta, sino al glitter cotonato dei coloratissimi Ottanta.

Ma il tono farsesco e caricaturale non salva un film che presto delude le aspettative, nonostante un cast di tutto rispetto. L’esorcismo fallisce quando è proprio lo stile della soap opera a mangiarsi il già prevedibile plot, composto di alti e di bassi ma abbozzati, conditi da familiari stravaganti, egoisti e invidiosi, a parte la nonna Mimi (Diane Ladd) e la figlia, alla quale, dopo la morte di Mimi, spetta il compito di incoraggiare Joy e ricordarle la sua missione.

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I personaggi rievocano alcuni stereotipi della letteratura fiabesca, forse per allontanarli dalle legnosità del biopic. Infatti, i caratteri della favola ci sono tutti o quasi: dalla sorellastra invidiosa Peggy (Elisabeth Röhm) – che tenterà di mandare Joy in bancarotta -, al padre problematico – interpretato da De Niro che fa De Niro, facce stropicciate comprese – che le distrugge finanche il giorno del matrimonio augurandole pubblicamente il divorzio, che infine si avvera.

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Alla “matrigna” (Isabella Rossellini) che con una mano le concede un prestito, ma con l’altra tenta di metterle i bastoni tra le ruote e nel momento della sconfitta le rimprovera di essere stata ambiziosa. Più sfaccettati i presunti principi azzurri (che – non a caso – una Joy bambina non prevede nel mondo virtuale di carta da lei creato), ovvero l’ex marito venezuelano Tony (Édgar Ramírez) – già cantante fallito e consorte egoista che però diverrà suo fidato consigliere in affari – e Neil Walker (un impeccabile Bradley Cooper) il quale – forse infatuato di Joy -, le dà ben due possibilità di emergere grazie al suo canale televisivo commerciale, restandone amico anche quando diventeranno avversari. C’è spazio anche per una seconda fata turchina oltre alla nonna, ovvero l’amica del cuore di Joy, Jackie (Dascha Polanco), che sarà sempre al suo fianco fino a quando anche questo Pinocchio irrisolto non diverrà pienamente la Joy “matriarca” che tiene insieme tutta la sua famiglia, comprendendo anche chi l’ha osteggiata o inibita col proprio egoismo.

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I tentativi estetizzanti vintage, già visti nel precedente “American Hustle”, evocano le ricercatezze di Wes Anderson – il quale fonde il personaggio al suo look, come a una maschera della commedia dell’Arte – e giocano con gli abissi luccicanti di “Dinasty”, soap opera citata più volte nel film. Ma la trovata di mostrare i personaggi femminili sempre con la messa in piega, abbigliati in costosi completi e ingioiellati come fosse giorno di festa, sia nella quotidianità come nei rovesci e nei numerosi momenti di prova, non sempre fa da antidoto per contrasto. Anzi, contribuisce al grottesco inverosimile, che alla lunga diviene una posa noiosa senza l’alibi dell’ironia.
Notevole è il tratto surreale che scorre lungo il film – ad esempio i sogni della protagonista rivelano le sue speranze e frustrazioni – che riverbera anche nella voce fuori campo ultraterrena.

Infine merita una menzione particolare la grande prova di Jennifer Lawrence che rappresenta il ‘lato positivo’ (per parafrasare il titolo che – diretta sempre da Russell – le fece ottenere l’Oscar come migliore attrice nel 2013), dà nuovamente prova di carattere e, nonostante la giovane età, risulta credibile anche nei panni della donna matura, performance che le ha fatto guadagnare una nuova nomination come miglior attrice. Lawrence sostiene da sola tutto il peso della storia e le sue continue involuzioni, mantenendo costantemente alta la sua prova attorica.

Ossia: “Joy” è una stucchevole fiaba a lieto fine, con il vantaggio di ospitare una incantevole e fotogenica protagonista, nonché grande attrice (per lei quattro stelline).

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“American Hustle – L’apparenza inganna” (2013) ***

Qual è il confine tra realtà e finzione, giusto e sbagliato, buono e cattivo, bianco e nero? Be’ rivelarlo non è certo il fine ultimo di questo film. Anzi si sforza di dimostrare l’esatto contrario, che tutto quel che sta tra terra e cielo, regole comprese, è un gran casino. Ma molto più grande di quanto si possa dimostrare. Solo un lampo d’innamoramento o di amicizia o di affetto squarcia la cappa plumbea che sovrasta questa farsa grottesca.
L’onestà pare una deviazione accidentale nel corso normale degli eventi, un incidente di percorso, nonostante si dica il contrario. Si può essere onesti con sé stessi anche quando si finge, anche solo per una frazione di secondo: forse questo è il fatto notevole, saperlo individuare tra mille infingimenti.
Il 2013 si chiude con due grandi storie di truffe ed eccessi, di soldi facili, di finanza, di nascita e compimento dell’edonismo anni Ottanta. Se una è questa l’altra è “The Wolf of Wall Street” due film che forse proprio per questo motivo non potevano essere premiati dall’Academy. Falsi e contenti no, non si può.
Il film è messo in salvo e scortato fino alla fine da un terzetto d’attori d’eccezione, peccato per la parte centrale fin troppo diluita e riscattata da un finale niente male.

“American Hustle – L’apparenza inganna” (American Hustle) è diretto da David O. Russell.

5 marzo 2014

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