Steve Jobs (2015) **

Tre date, e rispettivi momenti topici, della carriera di Steve Jobs (Michael Fassbender), ritratto dietro le quinte poco prima di presentare al mondo altrettanti nuovi computer.
1984: il lancio di Macintosh 128K per mezzo dello spot pubblicitario in omaggio a “1984” di Orwell.
1988: il lancio di Next Computer, risposta di Jobs alla sua defenestrazione da parte del consiglio di Apple, avvenuta dopo il fallimento del primo Macintosh.
1998: il lancio del computer portatile e di iMac, ribattezzato Dolceforno dalla figlia Lisa, con la quale ritrova una nuova sintonia.
Insomma, il dietro le quinte di un uomo che seppe inventare soprattutto Steve Jobs.

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Quale sia il peso “reale” nel progresso del personal computer sullo scorcio del Novecento, le ricadute culturali sulla società contemporanea, da parte Apple e Steve Jobs, è forse la cosa più sfuggente in termini assoluti, non solo nel film.
Elitarismo e cultura pop, snobismi e sistema chiuso (in ogni senso: dalla fabbricazione sino alle vendite per corrispondenza), per arrivare alla grande diffusione, che comincia a manifestarsi alla fine dei Novanta.

Chi fu Jobs? Era un genio dell’informatica, un figlio illegittimo del design Bauhaus o un grande imbonitore?

Danny Boyle sembra puntare più sulla seconda e terza qualità, ovvero quella divistica di marca hollywoodiana. Mostra quando, sullo scorcio del millennio, Apple diviene esplicitamente liberal, parte di un mosaico politicamente corretto che assembla i miti “buoni” del sogno americano, soprattutto i cavalieri erranti che seppero individuare e lottare coraggiosi per un obiettivo progressista che sembrava irraggiungibile: Martin Luther King soprattutto, ma pure Bob Dylan.

Ma Steve Jobs è anche l’uomo che nel privato è irrisolto, sanguinante, paranoico, autoritario, povero di sensibilità nei confronti di una bambina, sua figlia, che vorrebbe rifiutare e tenere accanto a un tempo. Sempre algido e -manco a dirlo – calcolatore. Chiuso in un dolore che deriva dal fatto di essere stato rifiutato dai genitori naturali. Anche se John Sculley (Jeff Daniels) gli fa notare che è stato però scelto dai suoi genitori putativi e questa osservazione, nella sua disarmante banalità, comincia a fare breccia nell’uomo sempre sulle difensive.

La messa in scena di Boyle nell’impianto narrativo ricorda da vicino quella di “Birdman”, Jobs è (visto come) borderline in tutto: nella vita privata, così come in quella pubblica. E’ mostrato in un limbo fatto di camerini e corridoi angusti, incontri sfuggenti e in continuo cammino, che ricordano le udienze di un monarca o un pontefice sfuggente, sempre in faccende affaccendato.
Di rado esce dal personaggio brillante e ossessionato: Jobs ha – deve avere – l’ultima parola con tutti, anche con la figlia Lisa di pochi anni, che tratta senza troppi scrupoli mentre le rinfaccia ancora una volta di non essere suo padre. Infatti i tratti schizoidi gli impediscono di avere rapporti con il prossimo che non siano in termini professionali o sarcastici. Anafettivo perché spaventato dal prossimo, si esprime solo in termini strategici.
Dopo che l’azzardo l’ha condotto fuori da Apple, ne organizza un altro più grande, un vero bluff: cioè inventa un computer vuoto, Next, un cubo nero, pura estetica senza sostanza. Ma nel contempo scommette sul fallimento di Apple. La storia gli dà ragione.

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Il suo progetto è elitario ed è liberal, come già detto, ma nei fatti antidemocratico, chiuso, intuitivo ed esteticamente attraente. E’ apparentemente per pochi, ma proprio per questo potenzialmente per tutti. Apple assomiglia al proprio mecenate che vive protetto e filtrato da una segretaria (Kate Winslet), che è quasi una moglie – come dichiara ella stessa – la quale ne gestisce tutto il traffico umano, finanche la figlia.

Forse, il limite del film è dato da una tendenza a verbalizzare ogni moto dello spirito di chiunque incappi sulla strada di Jobs, in modo eccessivamente ripetitivo pure. Tutti sono – ovviamente – nerd cerebrali, frustrati e verbosi, ma talvolta sembra di assistere a una sceneggiatura teatrale scritta per un pubblico duro di comprendonio.
La parabola professionale e affettiva del protagonista è via via asciugata di particolari, tranne per qualche flashback esplicativo, in modo da condurre al riscatto nel rapporto privilegiato con la figlia, ritrovata e finalmente amata senza infingimenti e paure.
Frutto di questo rinnovato legame sarà l’iPod, ispirato dal walkman scassato di Lisa che genera l’insofferenza del padre e ne stimola l’intuizione e la profezia (che detta così fa anche un po’ sorridere e in effetti fa un po’ sorridere), forse il momento genuinamente encomiastico e più pigro del film.

La regia insegue Jobs fin nei primissimi piani insisiti, si mette al servizio delle sue trasformazioni di venditore, di attore, di frontman che tutti credono e devono credere sia l’inventore dei prodotti dell’azienda di Cupertino. Perché è colui che sta dietro a ogni innovazione informatica che Apple produce. Almeno così si lascia interndere. Allora in questo caleidoscopio di ruoli Jobs è un genio, è un ingegnere, è un informatico è un imbonitore, in un insieme indistinto e indistinguibile. E’ l’uomo-orchestra.

Boyle fonda il film sulla performance di Fassbender. Notevole peraltro nella maschera di Jobs da fine anni Novanta fino alla morte, quando si presenta al pubblico in divisa di ordinanza, fuori moda – al contrario dei suoi oggetti dal design così cool -, dimesso rispetto al doppiopetto e alla farfallina degli anni Ottanta.

Così, il lupetto infilato dentro un paio di jeans senza cintura, scarpe da ginnastica, occhiali tondi, sono gli elementi che diventano parte del mito riconoscibile, l’icona.
Così Steve Jobs diventa il prodotto di maggior successo della Apple.

Eppure Jobs non è solo quello, sembra dire il film, ma alla fin fine non ci crede nemmeno Boyle, e si vede.

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