Drive (2011) ****

La favola della rana e dello scorpione è un antico apologo morale che fissa (almeno) due archetipi del carattere umano metamorfizzandoli in animali, questi ultimi scelti in base a qualità evidenti: la rana in quanto nuotatrice esemplare, lo scorpione perché killer armato di veleno letale. Il ‘plot’ è semplice e noto: lo scorpione chiede alla rana incontrata in riva al fiume di traghettarlo verso la sponda opposta, accogliendolo sul dorso. La rana temendo di essere punta, dapprima si rifiuta; tuttavia lo scorpione la rassicura sostenendo che, non sapendo nuotare, annegherebbe assieme a essa, qualora decidesse di ucciderla. Così l’anfibio accetta, ma a metà del guado lo scorpione punge la rana, condannando a morte entrambi. A quel punto la rana gli chiede perché del gesto insensato, lo scorpione le risponde laconico: “È la mia natura”.

La favola, attribuita erroneamente a Esopo, fissa in immagini allegoriche eterne da una parte la diffidenza, il sospetto; la natura ineluttabile dall’altra, gettando uno sguardo disincantato e cinico sulle cose del mondo, in un colpo d’occhio pessimistico e senza appello.

Così, un giorno, lo scorpione riappare sotto le sembianze di uno ‘stuntman’ cinematografico senza nome, pilota e meccanico di automobili talentuoso e metodico, dal passato recente affatto limpido (è complice in rapine), il quale, infine, incontra la sua rana, ovvero un pericoloso mafioso. Anche se in modo molto meno lineare rispetto alla favola, lo scorpione ucciderà la rana mentre offre il proprio fianco alla vittima stessa, che così lo pugnala. Avrebbe potuto fuggire lontano, con un milione di dollari frutto di una rapina, eppure decide di fermarsi nel mezzo del guado, facendosi trascinare negli abissi. Perché?

Forse la decisione è presa quando lo scorpione comprende che ha perduto Irene, il grande amore della sua vita e assieme a esso ha perduto un’aurorale paternità con il figlio di lei, Benicio.
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Infatti, lo scorpione è vittima di una macchinazione che lo conduce in un vortice di disperazione e morte, che coinvolge anche il suo grande amico e mentore – interpretato da Bryan Cranston -, che ci rimetterà la vita. Da qui in poi scatta l’ora senza ritorno; il suo unico fine è quello di salvare la donna della quale è innamorato e il figlio che ha idealmente adottato.

Una volta intrappolato in un piano spietato (una rapina nella quale perde la vita Standard, il marito di Irene) comprende che ha a che fare con gente senza scrupoli, dedita a una violenza cieca. Allora lo scorpione risponde di conseguenza, ma dà sfogo a una repressione che sembra provenire dagli abissi più cupi della sua natura velenosa, natura ritratta nel dorso della sua giacca sempre più sporca di sangue (dunque egli stesso porta simbolicamente sul dorso uno scorpione, a propria volta).

Lo stuntman si conosce bene, perché conosce l’apologo antico e sa di essere già in mezzo al fiume, ormai senza più scampo, e in una scena – forse la più bella per sensualità, interpretazione e intensità – , ambientata in un angusto ascensore, si prende per un momento quell’amore – sino ad allora solo sfiorato da occhiate e sorrisi complici, ma mai sbocciato – baciando la sua donna prima di massacrare il sicario al loro fianco, mandato per ucciderli. E lo massacra senza pietà, lordandosi del suo sangue: egli sta difendendo Irene, ignara di tutto, e in quel momento sa che dovrà dire addio a quella donna confusa e spaventata, amata e terrorizzata, che non vedrà mai più. Mentre la porta dell’ascensore si sta per chiudere, riemergendo dal delirio, l’uomo rivolge a Irene un ultimo sguardo disperato e amorevole, mentre toglie la scarpa sporca di sangue e materia cerebrale dal cadavere del sicario che ha ripetutamente calpestato con furia scatenata.

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“Drive” è un film di corpi, sul corpo. Corpi vivi e morti, ed è soprattutto un film dove spicca la fisicità muta e carismatica di Ryan Gosling – qui in una delle sue interpretazioni più riuscite, una recitazione fisica che rievoca i divi del cinema del passato. Il suo sguardo, la postura, i semplici sorrisi o camminate, gesti apparentemente spontanei e minimi, accennati, altresì rendono credibili situazioni e tensioni, aspettative e frustrazioni in divenire e lungo tutto il film.

Premio alla regia (meritatissimo) a Cannes 2011. Colonna sonora memorabile.

“Drive” è diretto dal regista danese Nicolas Winding Refn.

“Il grande capo” (2006) **

Un’importante società danese che si occupa di informatica sta per essere venduta a un islandese, Finnur, che vorrebbe incontrare il proprietario per la stipula dell’accordo. Ma l’eccentrico Ravn, il reale proprietario, non ha mai rivelato pubblicamente la propria identità, fingendo di essere un semplice esperto che operava per conto di un ignoto ‘grande capo’. Allora assume un attore disoccupato, Kristoffer, perché reciti la sua parte per concludere l’affare. La situazione ben presto sfugge di mano.

Annunciato come commedia, “Il grande capo” ci sembra alquanto lontanto dal proposito pubblicitario e molto più vicino a quel che solitamente possiamo definire grottesco. E’ senz’altro un’indagine di un regista che è teorico del cinema e qui sperimentatore di un genere lontano dalla sua produzione precedente. Forse anche per guidare un pubblico altrimenti spaesato, durante la proiezione i meccanismi della commedia vengono svelati dal regista, con voce fuori campo, passo passo.

C’è da aggiungere che tra le sequenze che più scatena le risate del pubblico sono quelle di violenza (l’impiegato problematico e aggressivo), sarà un caso? Probabilmente non per Von Trier.

Regia di Lars von Trier, Danimarca 2006.

25 marzo 2007

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