Gomorra – IV stagione (2019)

[SPOILER]

E’ molto difficile trarre conclusioni degne di questo nome nel merito di una stagione di transizione, la IV, che tenta di reinventare un personaggio arcinoto e stereotipato (Gennaro Savastano) attraverso una lunga parabola che comunque lo vede protagonista. Genny è protagonista seppure appena discosto rispetto a Patrizia. Infatti quest’ultima è il fulcro (apparente) attorno al quale si muovono i Levante, Sangue Blu e i suoi ‘frati’, i Capaccio e alcuni comprimari strumentali che via via si incontrano e, sempre, cadono. Andiamo per punti, un po’ confusi, ma tant’è.

a) All’improvviso succede l’inevitabile (ma malamente)
Difficile elaborare conclusioni proprio perché la stagione frana in modo assai deludente sulla puntata numero dodici che chiude un capitolo e ne apre uno (o più) come è da tradizione nella serialità (vedi alla voce cliffhanger). Se da un lato è normale puntare sul colpo di scena finale (per quanto atteso e inevitabile, visto il destino di molti personaggi), dall’altro gli autori hanno disperso gran parte di quella tensione che la stagione mantiene lungo le prime dieci puntate (almeno).

b) Lirismo a strafottere
I dialoghisti abusano di lirismo: sarebbero codesti dialoghi credibili pronunciati da rudi semianalfabeti? Ai posteri ecc…, di sicuro mi sbaglio, ma intanto sbadiglio. E’ vero che come nelle stagioni precedenti si mescolano termini ricercati o degni di testi neomelodici col grezzo slang di o’ vascio e della camorra, ma la sensazione è che si siano fatti prendere la mano con i termini estetizzanti, le metafore fiorite, i voli pindarici, per quanto estratti dal napoletano colto (appunto). Anche per questo molti tra i personaggi storici sembrano sempre più imborghesiti, e tra uno sfaccimm e un altro ci si dà dentro coll’arcaismo poetico, pure a Forcella, e pure troppo a mio avviso.

c) Lezioni di style
Questa lingua ‘mista’ ma salmistrata pare rispondere a scelte di stile ponderate, o così pare. Scelte che si aggiungono ad altre problematiche che caratterizzano la serie e delle quali accenneremo dopo. L’origine letteraria della produzione si sente sempre troppo e pesa nel complesso disturbando un sistema narrativo composto da paragrafi chiusi all’apparenza. Come fosse un saggio di antropologia (e un po’ lo è), spesso pare di assistere a compartimenti stagni, un paragrafo = un tema = un cadavere eccellente, quasi che la struttura sia ispirata alle puntate della “Signora in giallo”: a ogni morto ammazzato si ricomincia sempre daccapo.

d) Quale passato? (no, non la pummarola)
Spesso non si percepisce il passato prossimo, solo il passato remoto è all’orizzonte: a rendere tutto sospeso tra un paragrafo e un altro è che ai numerosi cadaveri sparsi qua e là non corrisponde alcuna conseguenza “vera”. Perciò non si percepisce nessuna reale paura (ed è così anche per il pubblico, che non vive alcuna tensione oltre a prendere atto degli eventi e poi farsi travolgere dai successivi). Ad esempio non c’è alcuna strategia da parte dell’unico magistrato in circolazione che vorrebbe incastrare Genny. Un giudice che batte binari sterili, che pota rami secchi, e se gli ammazzano un possibile testimone (il povero prestanome dell’aeroporto, ad esempio) ‘va be’ ci rifaremo’, sembra dire. Oh, pazienza, avrà di meglio da fare questo magistrato. Certo lo ritroveremo più avanti magari, anche se speriamo cambi mestiere.
Insomma chi è morto è morto e chi si è visto si è visto, avanti i prossimi candidati cadaveri.
Non pretendo certo il neorealismo da “Gomorra – La serie”, che è ambientata nell’unica New York che ci possiamo permettere in Italia per carisma, miti e mitologie, ma un po’ di rispetto (minimo eh) per la verisimiglianza aiuterebbe la tensione. Se non altro per non far scadere nella fantascienza marvelliana un mondo di per sé sempre troppo circoscritto che pare assemblare fatti di cronaca realmente accaduti come se fossero orchestrati da pochissime persone a noi arcinote. Fino a che non entra in gioco un nuovo antagonista che ci distrae ancora un po’. Però c’è da dire che è dai tempi degli esordi di Sangue Blu che non entra più nessuno di interessante o di carismatico così come può segnare sul suo ipotetico taccuino lo spettatore-critico più esigente, e che forse corrisponde all’identitkit dello spettatore che ha scelto di vedere l’unico serial italiano degno di interesse in circolazione. In breve: i Levante non si possono lontanamente paragonare alla saga di Sangue Blu vista nella scorsa stagione.

e) Canzoni e musiche
Vogliamo parlare delle musiche? No, non me ne intendo. Ma posso dire che oltre al gran lavoro fatto sull’uso del neomelodico, assai presente nelle scorse stagioni, utilizzato strumentalmente in modo proficuo, questa volta sembra di assistere a mera routine. E’ vero che è una saga, che i personaggi non sono più adolescenti, però manca la “veracità” che si percepiva agli esordi anche grazie alla mappa dei gusti e dei miti estemporanei (che per me sono puro esotismo).
Altro problema è la colonna sonora. La piaga delle musiche di commento che spoilerano e/o preparano all’omicidio di turno è inevitabile e non riguarda solo Gomorra, ma non si capisce perché aumentare l’intensità di temi ricorrenti (e arcinoti, e pallosi, e di nuovo tanto pallosi) quando non servono a nulla e, anzi, contrastano con dialoghi, rumori di fondo e tensione, disturbando la visione. Abbassa quella musica, cribbio. Fosse utile, peraltro.

f) Attori
Questo “elemento”, così come per la fotografia e per la regia (tra alti e bassi) sono i punti di forza del serial. Bravissimi attori, tra i migliori in Italia, si deve alla loro performance il valore più alto della serie.
Cristiana Dell’Anna è stata davvero brava, ha donato alla figura tragica e infelice di Patrizia uno spessore e una credibilità che hanno fatto bene al tutto. Quell’unico sorriso che la cognata le strappa nel giorno del suo matrimonio arriva inaspettato e colpisce nel segno.

Per concludere, le prime dieci puntate della stagione appassionano lo spettatore reinventando personaggi storici, per poi, ahimè, nell’epilogo, sgrezzare frettolosamente molto di quel che si era creato con un sapiente cesello.
Il destino di Gennaro torna ad assomigliare sempre più a quello del padre, forse l’unico modo per far sì che la sua vicenda si compia nel prossimo ciclo di puntate (chissà, oso dire: speriamo). La sensazione dominante è che la stagione sia stata chiusa in fretta nelle ultime due puntate, in contraddizione con alcune questioni importanti, ma senza che questa scelta venga spiegata con dovizia e convinca.
Ad esempio mi ha spiazzato alquanto il ruolo contraddittorio della moglie di Genny (che talvolta mi pare somigliare alla Mangano, che il dio delle diottrie mi preservi) la quale dapprima gli chiede di farsi da parte rispetto al giro delle piazze della droga, poi lo istiga all’omicidio e a riprendersi “quel che è suo”, e infine viene dimenticata senza darci alcun riscontro sull’affaire. Forse ne capiremo di più la prossima volta.
L’inversione a U del finale per quanto prevedibile (e involontariamente caricaturale, soprattutto quel ‘sono tornato’ ripetuto troppe volte) per ora ci conduce di fronte a un deludente e banale déjà vu. Pare, insomma, essere mancata all’ultimo l’inventiva che ha caratterizzato gran parte della serie. Nel nostro piccolo concediamo il beneficio del dubbio, vedremo in futuro.

Gomorra – La serie IV Stagione (2019) *(*)

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Il trono di spade – Game of Thrones VIII – Una specie di diario

GoT S8, pt.1: “Grande Inverno” [spoiler] *
In cinquanta minuti se ne salvano ( = utili al prosieguo della vicenda) dieci in tutto.
Il serial ci ha insegnato a non pretendere troppo agli esordi. Ma qui sono molte le questioni che sembrano fuori controllo. Molti sono (paiono) i depistaggi in atto.
Recitazione sempre sotto gli standard minimi.
Soap opera fantasy confermata.
Colpi di scena (che non lo sono, ma tant’è) deludenti e frettolosi, goffi (rivelazione della vera identità di Jon; l’alcova regale; liberazione della regina delle isole del ferro; l’incontro tra Jamie e Bran). Così come si spinge nella caratterizzazione di alcuni personaggi (Sansa la stratega) rendendo bidimensionali altri (Jon, ma non è una novità). Vedremo.

GoT S8, pt.2: “Un cavaliere dei sette regni” [no spoiler] *
Il poco che succede si aggiunge al poco che è successo nella precedente puntata. Il polpettone si trascina ancora un volta visivamente imbastito da un montaggio goffo, lento e descrittivo, legato a Jaime, protagonista di molti eventi narrati. I dialoghi sono ancora incomprensibilmente sottotono, i due colpi di scena non lo sono realmente perché prevedibili e paiono sprecati. Non si sente realmente “la puzza della paura”, si intuisce. La tensione altre volte resa in modo migliore è estinta, per ora almeno.
I numerosi attori cani, in primis Emilia Clarke (imperdonabile, assieme a Kit Harrington), non aiutano a risollevare le sorti di questo stanco e sfilacciato esorcismo. Ok, si temporeggia, dunque, per preparare il pubblico al gran finale. O così si lascia presumere, ma due puntate di quasi nulla sulle sei previste cominciano a pesare e a presagire a un effetto valanga che di morte in morte eccellente ci porterà all’agognato episodio sei.
Se altrove (nelle scorse stagioni, ma anche in altri serial) la cosiddetta “psicologia” dei personaggi è divenuta via via il punto di forza che va a rattoppare sceneggiature semi inesistenti, in queste ultime puntate trionfa la bidimensionalità, mentre fioriscono spiegazioni, talvolta pretestuose, assieme a tentativi di riportare in auge le caratteristiche più ruspanti agli esordi del serial (ma le numerose occasioni orgiastiche di etero e omo erostismo paiono definitivamente archiviate, in loro vece emergono storie d’amore più ordinarie, monogamiche e rese in modo assai casto, nonostante la relazione quasi incestuosa – non una novità per il serial – tra Daenerys e Jon svelataci ormai eoni fa). 
Ma c’è un ma, il totem è proprio la conclusione che rimane a oggi ancora un fatto oscuro e largamente imprevedibile nonostante tutte le ipotesi anche le più oscure, il misterioso epilogo è perciò – ahinoi – l’unico fatto curioso che tiene in piedi una baracca scricchiolante ancora stracolma di personaggi “importanti” e di eventi in divenire. 
L’ultima inquadratura fa sperare che ormai oltre all’inverno stia arrivando anche la prima vera puntata della stagione.



Giornate del cinema muto #1

I promessi sposi di Mario Bonnard è un film prodotto in Italia a metà degli anni Venti – che vuol dire piena crisi produttiva & concorrenza spietata di Hollywood – che sconta almeno due gravi problemi: la mancanza di una scrittura capace di trasformare il racconto letterario in cinematografico e la scarsa performance degli attori, tranne qualche limitato episodio.

Rimane in sospeso un mistero, tra gli altri, ossia l’assenza della digressione dedicata alla Monaca di Monza, la più vivida e perciò, forse, “cinematografica” del romanzo (a mio modesto parere).

In sostanza: nemmeno la partitura e l’orchestra hanno potuto alleviare la pena allo spettatore.

Il restauro conta qualche errore di montaggio, ma è pregevole.

Dogman (2018) ****

Che cosa si può dire di “Dogman” che non sia già stato rilevato dalla critica internazionale?
Forse che è un film dipinto dalla luce e dalla propria nemesi, senza però risultare un mero esercizio stilistico; che è disperatamente reale e surreale a un tempo; una porta d’accesso nel delirio cristallizzato.
D’altro canto è cinema che ha bisogno solo di essere visto dallo spettatore, così come dovrebbe essere l’esperienza in sala, mentre ahinoi il cinema tenta di essere altro da sé, ricorrendo a effetti distraenti di ogni tipo per tentare di sopravvivere. Ansia che non riguarda Garrone, regista che ama raccontare storie universali, ossia per un pubblico potenzialmente mondiale, ambizione che il cinema europeo pare dimenticare ripiegando spesso sull’esotismo o sulla posa imitativa.

La trama cupa di “Dogman” si ispira al racconto del “canaro” (toelettatore per cani, diremmo fuori dal vernacolo) della Magliana. Un fatto di cronaca della fine anni Ottanta dal quale Garrone si discosta quasi subito per affrontare un tema capitale: la frustrazione e gli effetti, talvolta inattesi, che essa genera anche in chi sembra destinato al ruolo di gregario, se non proprio di vittima sacrificale, a vita.
Frustrazione è una parola-chiave che definisce la nostra epoca, basta che ci guardiamo intorno. Qualora si divincoli da freni inibitori, la frustrazione può far compiere atti mostruosi o spaventosamente grandiosi, tali da essere esibiti a mo’ di trofeo, ribaltando ogni senso, ogni logica, ogni supposta pietà, ogni filtro di quella che definiamo umanità.
Ma che cos’è l’umanità, in fondo? Non certo la sola parte in chiaro, quella compatibile, quella del rispetto, della convivenza pacifica, quella che subisce in silenzio, ma tutto ciò ha a che fare con l’umano, dunque anche il suo necessario rovescio, l’abisso che ci abita (nessuno si senta escluso, per carità), anche quando siamo apparentemente destinati a una vita sempre uguale a se stessa, giorno dopo giorno.

Come accennato, nel delitto del “canaro” la realtà ha superato la finzione in efferatezza, Garrone in larga parte vi rinuncia temperando i particolari perché è già forte di un cast perfetto (Marcello Fonte premiato a Cannes ed Edoardo Pesce, ottimi performer), di dettagli utili, di una sceneggiatura coerente e una fotografia che è culto dell’immagine pittorica senza (ripeto) essere stucchevole.
Lo spettatore del 2018 forse è abituato alla concorrenza spesso coercitiva della messinscena con il soggetto stesso, come avviene, viceversa, in molto cinema (e serialità tv) contemporaneo che punta sull’acme del grand guignol e, talvolta, solo su quello non avendo altro da dire.
Non è il caso di “Dogman” né del regista italiano più dotato della sua generazione.

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The alienist (2018) *

Patinatissimo e modaiolo serial in costume che sfrutta il medesimo soggetto di “Mindhunter”, ricollocandolo nella New York sordida della fine Ottocento.
Davvero nulla di nuovo, anche se le prime puntate promettono almeno un serial poliziesco – con un impianto narrativo basato su detection e piste false – tutto crolla nell’epilogo sprecone e banale.
Unico elemento degno di nota – oltre alla fotografia – è Dakota Fanning che incanta la macchina da presa con una performance ben al di sopra dei suoi colleghi e dell’impianto registico stesso.
(Anche la sigla di testa con le immagini della decostruzione della Statua della liberta’ è spettacolare).
Evitabile, se non sei fan di Dakota Fanning.

(Sì, l’interprete al centro del manifesto l’hai già visto in Goodbye Lenin.)
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Bobby Kennedy for President (2018) ***

Un serial in quattro puntate per raccontare vita, opere, contraddizioni, miracoli di una promessa di cambiamento rimasta tale, ma che ha segnato un’epoca, contraddizioni, lati ambigui, oscuri anche, compresi. In particolare, viene raccontato anche il Bob meno noto: la prima adesione viscerale al maccartismo, poi ricusato con imbarazzo; la diffidenza in odore di razzismo dei leader politici neri; il forte sostegno al giustizialismo (questurino diremmo in Italia) vissuto senza troppe sfumature garantiste.
Infine si giunge all’illuminazione sulla via dei diritti civili delle minoranze etniche delle quali divenne il paladino, ma anche il suo impegno nella lotta alla guerra del Vietnam: insomma il santino di tendenza manichea, che prelude all’icona di sinistra nota in tutto il mondo.

Nel documentario – che intervalla materiali d’archivio d’eccezione alle interviste a testimoni che l’hanno conosciuto da vicino – emerge un minimo comun denominatore, ossia quel sorriso triste, presago, col senno del poi, che ne segna il volto.
E’ il volto assai noto del rampollo di una famiglia americana popolare e impopolare, invidiata e temuta, espressione della minoranza cattolico-irlandese, che diviene nel bene e nel male il simbolo di un’epoca di passaggio, gli anni Sessanta e la guerra fredda, e lo diviene per tutto l’Occidente. Suo malgrado Bob diverrà parte anche di quella teoria di morti eccellenti – martiri e per molti versi venerati come santi – votati ai diritti e all’eguaglianza delle minoranze, da Martin Luther King a Malcom X.

Tra il molto altro, il serial svela la faccia invecchiata anzitempo di Bobby, di sicuro a causa del dolore provocato dall’uccisione di JFK, dal senso di precarietà che ne deriva, ma forse dovuto anche alle titubanze che ne segnano la carriera rampantissima, l’ambizione, l’arrivismo e il cinismo. Contraddizioni che portano il giovane Kennedy a giungere al disegno di un progetto politico di liberazione sociale, l’impegno per fermare una guerra devastante interna (la segregazione) e quella mostruosa in Vietnam. Sappiamo che fermeranno lui, eppure RFK ha seminato e dato il via a un processo irreversibile, nonostante Nixon e le continue resistenze dei poteri vicini alla conservazione.
Buona visione.

https://www.netflix.com/it/title/80174282

 

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