L’abbiamo fatta grossa (2016) *

Forse non è poi una grande idea ripescare alla cieca dai personaggi che negli anni Ottanta fecero la fortuna di Verdone. Ancorché invecchiati, ma sostanzialmente immutati nel loro essere irrisolti, oggi risultano involontariamente comici e bidimensionali. Ma farlo se non si ha nulla da dire, be’ allora si può di sicuro scadere nel ridicolo.

Tanto più che nelle prime battute del film il personaggio di Verdone rievoca una pallida imitazione di ‘Sergio’ che in “Borotalco” (1982) a propria volta imita il leggendario Manuel Fantoni. Ridicolo e patetico.

Per quanto riguarda Albanese – nonostante gli sperticati complimenti di Verdone in fase di promozione -, la sua prova non è diversa da quella che caratterizza i molti altri personaggi, anch’essi irrisolti, che ha – ampiamente – portato, dentro e fuori la televisione, negli ultimi vent’anni.
Un attore che non riesce a uscire dai suoi personaggi consueti, forse rappresenta un problema per un film che vorrebbe essere una commedia nuova. Nuova rispetto a un qualsiasi passato riconoscibile. A meno che non si faccia un film su Epifanio.

Inoltre, “L’abbiamo fatta grossa” contiene anche un mezzo plagio di “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati. S’intravede nell’inseguimento di un tesoro nascosto in un oggetto – allora una sedia, qui un cappotto – che è andato perduto e obbliga i protagonisti a cercarlo nei posti più disparati. Ridicolo, patetico e noioso.

L’unica battuta che fa sorridere è la seguente: Verdone chiede un phon ad Albanese e questi risponde che non lo usa dal 1982. Ma è niente in confronto all’imbarazzante finale, con strizzata d’occhio all’antipolitica.

Una commedia basata su continue gag che raramente fanno sorridere diventa un tormento per lo spettatore. La coppia inoltre non funziona così bene, troppo estranei l’uno all’altro. Nemmeno Verdone, l’attore più cinematografico tra i due, brilla. Se l’equivoco di partenza è deludente, allora i doppi sensi non fanno più ridere da quel benedetto 1982, quando Albanese divenne calvo.

Il tentativo di polemica con il blockbuster di Zalone, nato nei giorni del lancio, forse, gli ha pure nociuto. Film da evitare in sala e altrove.

(P.S. vedere Verdone finto prete fa subito “Acqua e sapone”, allora la tristezza diviene ancora più palpabile.)

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Il mio miglior nemico (2006) ** 

Orfeo, giovane deluso, incrocia la vita di Achille: uomo potente e freddo, ex datore di lavoro della madre. Il risultato è catastrofico per entrambi. Di mezzo entrano i sentimenti: Orfeo ha una relazione con Cecilia la figlia di Achille.

Film che ha molti pregi e altrettanti difetti. Il pregio più evidente è la recitazione felice di Verdone, maschera di gomma che padroneggia la scena. In ogni scena buffonesca, drammatica, sopra o sotto le righe è caricata dalla sua espressione irresistibile. Altro pregio sono il ritmo e una regia narrativa presente, è un film sceneggiato molto bene. Qui, infine, le battute romanesche ad effetto: si ride spesso.

Muccino avrebbe bisogno ancora di un logopedista e di un buon corso di recitazione. E’ fotogenico, ma quando si muove e parla, raramente riesce a emergere dalla mediocrità che lo contraddistingue. La recitazione ruspante può andar bene per qualche personaggio interpretato nel passato, ma questa ulteriore esperienza sembra essere la prova che Muccino Jr. si stia appiattendo sul suo (neanche tanto) talento, ormai stereotipo schiacciato da un Verdone in gran forma.

Il soggetto è scontato e il plot continuamente rimandato in avanti da colpi di scena telefonati. Si susseguono generi della commedia (e dramma) degli equivoci, la famiglia sfaldata, la scoperta amara che tutto ciò che ti circonda è spurio, falso e passeggero. Tema trito nel cinema contemporaneo (in generale).

Affidarsi a macchiette, far ridere nell’immediato, è un meccanismo collaudato, ma se il cinema fosse una cosa da prendere sul serio, sarebbe un ennesimo abuso della pazienza del pubblico pagante.

Gli sponsor, o come si dice oggi il ‘product placement’, sono invadenti come nei film di trent’anni fa. Attenzione: nessun moralismo, ma in almeno due casi sono talmente pretestuosi da coprirsi di ridicolo.

Ciò che emerge è la presenza costante dei due protagonisti che assuefanno il pubblico che, lì per lì, non si accorge che il resto del film sparisce lontano. La storia rimane in piedi solo per situazioni comiche che giustificano altre situazioni paradossali. Con il risultato, spesso riscontrato nella commedia degli ultimi anni, che la verosimiglianza diviene un opzione superflua, e si vezzeggia il pubblico più giovane con scene plateali o sognanti. E in effetti il protagonista giovane, nemico del protagonista si mezza età, che si innamora della figlia di quest’ultimo è snodo narrativo (piuttosto importante) che troviamo simile in “Notte prima degli esami”.

Il mio miglior nemico (Italia 2006) di Carlo Verdone – con Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Moriaru, Agnese Nano, Paolo Triestino.

24 maggio 2006

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C’era un cinese in coma (2000) *

Uno scopritore di talenti e agente di “artisti” di provincia, inventa ed avvia il proprio autista come nuovo comico, il quale, nell’immediato gli dà soddisfazioni e pubblico, ma infine, come dire, lo turlupina…

Film morale e moralista che si rifà alla defunta commedia all’italiana. Un giovane d’oggi rampante e “negativo” se ne approffitta di tutti quelli che ha intorno per arrivare al successo, ma la pagherà cara.

Rattrista che un film così ingenuo e involantariamente comico si rifugi in un finale “all’americana”, nel quale, il “buono”, in teoria noi, si fa giustizia da solo, in una scena da far rabbrividire i film trash di vent’anni fa: e cioè bruciando una povera porsche che non aveva colpa alcuna.
Il personaggio di Verdone sembra contraddittorio, ma infine, nonstante i suoi difetti, è quel “buono”, bonaccione, bonario, coglione, che, per quante ne faccia, brutte o belle, non viene mai abbastanza ringraziato e compreso.

Ma i gangli narrativi sono, ahimè, costituiti soltanto di rimandi futuri e/o prevedibili colpi di scena (che non sono mai così turbanti come vorrebbero), e si limitano a far vivere essi stessi, non l’interesse di chi guarda: dalla barzellettina che dal titolo in poi lo spettatore si aspetta… che mai arriva… e poi arriva con un camera-look così lungo che neanche Ollio aveva mai osato osare; la figlia che finisce per essere facile preda del play-boy; e così come l’algida moglie che lo pianta, e tutti, proprio tutti, che lasciano solo il povero ingenuo di provincia, che però infine si vendica.

Anche questo film come quelli successivi, di Muccino o Veronesi (coautore di questo) sembrano basarsi su improbabili indagini di mercato televisive, che portano al cinema questo o quel target di pubblico (trenta-quarantenne, diplomato, malpagato, malcontento… ecc.) e su queste “verità”, in teoria si dovrebbe costruire un film, e rilanciare un sempre più improbabile cinema di commedia italiano.
Regia descrittiva, insipida.

C’era un cinese in coma (Italia 2000) di Carlo Verdone – con Carlo Verdone, Beppe Fiorello, Marit Nissen, Anna Safroncik.

23 giugno 2005