Zootropolis (2016) *

Le cose migliori del film si erano viste nei trailer. Che è tutto dire.
“Zootropolis” è una commediola politicamente corretta in salsa evoluzionista che pare voler controbilanciare – in direzione senz’altro rassicurante – l’altrettanto darwiniano, ma assai meno consolatorio, “Viaggio di Arlo” (quest’ultimo, di diretta filiazione Pixar, in confronto, è molto più interessante).
Gli Studios disneyani qui prediligono più che mai il messaggio edificante e la forma, ma a discapito di trama, personaggi e narrazione.

Niente di nuovo, invece, nella riattualizzazione dei temi già messi in scena in “Il pianeta delle scimmie”. Solo che è un mondo più affollato e diversificato in modo che la metafora dell’umano oltrumano venga marcata senza lasciare nulla di intentato. Ciò che ne esce è un relativismo spintissimo ma goffo.
Il politically correct è più che mai il perno attorno al quale riflettere su razzismo e convivenza, nella prospettiva del caleidoscopio di diversità (c’è anche uno stereotipatissimo giaguaro gay obeso, che impazzisce letteralmente al concerto di Shakira).

L’utopia della società futura è dichiarata sin nel titolo originale “Zootopia”, dove le razze animali (si badi bene: solo mammiferi) convivono nel meltin’ pot minacciato da una forza oscura, conformista (= gregge). Questa per mezzo di una droga (= pregiudizi) riduce i predatori carnivori – già rieducati ai mirtilli, tra l’altro, da secoli di evoluzione pacificante, sorta di Cura Lodovico – di nuovo in belve fameliche e potenzialmente assassine, per giunta irriducibili, schiumanti di rabbia e quadrupedi. Ossia l’involuzione.
Ce n’è abbastanza per uscire dalla sala frastornati dall’eccesso di tematiche sociali, circonvoluzioni condite di superficialità e gratuiti distinguo.
Ad esempio i lupi – com’è usuale dalla notte dei tempi delle favole – rimangono cattivi e piuttosto ottusi, e anche questi hanno a che fare col branco, declinazione del conformismo, affine a un particolare gregge che nel film è visto in senso spregiativo.
Insomma nella Zootropolis del futuro dovranno trionfare le individualità che sostengono una società tollerante, variegata e plurale, dove la maggioranza degli erbivori (che è schiacciante) tutela la minoranza degli ex predatori in disarmo.

La parte migliore della produzione rimane la computer grafica (voto: 4 stelle), giunta a livelli sbalorditivi, sia per cura che per versimiglianza. Lasseter si conferma un produttore di rango, almeno in questo.

Non mancano citazioni cinematografiche (scontate, come ad esempio, “Il padrino”) o tratte da serial televisivi (addirittura “Breaking Bad”).
Il doppiaggio italiano è lasciato nelle mani di guitti narcisisti, privi di freni inibitori o pietà.
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