Pasolini (2014) ***

“Pasolini” mette in scena le ultime ore di vita dell’uomo che forse più di ogni altro in Italia ha saputo incarnare e contraddire il ruolo di intellettuale influente e impegnato, almeno nella seconda metà del Novecento (almeno col senno del poi). Nell’incipit del film Pier Paolo Pasolini si definisce “scrittore”, dice che la definizione “appare nel suo passaporto”, perché sa di essere poligrafo, di dominare e giocare su diversi tavoli contemporaneamente. Questa moltitudine di approcci mediali e potenzialità eterogenee si riflettono però in uno specchio frantumato che non dà di ritorno una fisionomia leggibile, almeno non per intero.

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In lui pare trasparire uno stato d’animo malinconico. E’ spesso sovrappensiero, trasognato, nonostante qualche momento di calore umano familiare, affettivo e sessuale anche se mercenario. E a ciò rimanda l’interpretazione di un somigliantissimo Willem Dafoe, il quale evita la deriva stucchevole dell’imitazione con un lavoro di sottrazione recitativa. “Pasolini” racconta a un tempo un uomo disorientato e deciso, ancorché venato da preoccupazione, annoiato dalla ripetitività di un quotidiano dove basta allungare la mano per coglierne frutti, ma per questo ormai senza sapore.

Poco prima del suo ultimo viaggio notturno per le strade romane, il pensiero dell’intellettuale è affidato a due interviste. Durante l’intervista rilasciata a Stoccolma, le parole che ritornano sono “moralismo” e “scandalo”, Pasolini è avversario del primo e sostenitore del secondo concetto. Moralismo come limite umano, scandalo invece come sprone. Altra parola chiave che emerge nella prima intervista è “insulto”. Tra gli insulti c’è anche quello della natura – ha da poco compiuto cinquantatré anni -, nonché l’insulto di un’epoca che sta cambiando rapidamente e che lo sgomenta. Il regista parla mentre scorrono le immagini più crude di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975) che, per puro caso è diventato il suo testamento. Almeno questo lascia intendere il film, mostrando un’agenda che rimanda a un futuro di impegni e a uno storyboard per un film con De Filippo da realizzare in tempi rapidi.

Pasolini muore poco prima che la storia metta la sua generazione in archivio, surclassandone il ruolo di guida della società. Così come capiterà a molti celebrati colleghi suoi coetanei, cui sarà tolta la ribalta, per il naturale avvicendamento in favore delle forze più giovani. Ne ha sentore, in particolare, sfogliando i quotidiani, si accorge che la società si trasforma in un coacervo di violenza gratuita dove c’è “voglia di uccidere, possedere, distruggere”, mentre “l’inferno sta salendo”, dice. Fatica a comprendere la realtà ed è già un presagio di morte.

Polemista, scrittore, poeta, regista, sempre da solista al centro di una recita che però sente che sta per finire, poco prima che inizi il brusio di fondo, anche su di lui. E proprio durante la seconda intervista che concede a Furio Colombo, il giornalista non trattiene critiche all’intellettuale egocentrico, gli rinfaccia che leggendolo tutti paiono essere il male, fuorché egli stesso, chiosa Colombo. Pasolini nicchia, sembra accusare il colpo e abbandona il confronto diretto, rimandando a risposte più ponderate, scritte. Il disagio lo domina.

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Ferrara quindi apre la pagina metacinematografica che via via si confronta con un Pasolini calato storicamente nel 1975: i costumi, le auto, le hit musicali del momento (tranne per qualche accompagnamento bachiano d’obbligo), i riferimenti ad amici come Sandro Penna, ai fatti di cronaca, al massacro del Circeo, alle uccisioni tra estremisti politici, a un uomo ammazzato per errore, al Nobel a Montale fino a Sciascia (sul tavolo una copia di “La scomparsa di Majorana”).

Invece il metafilm è ambientato in una città, Sodoma, ossia una Roma del futuro, contemporanea all’oggi, a giudicare dal contesto. Sulle note della Missa Luba, omaggio al “Vangelo secondo Matteo”, percorriamo le strade della città assieme dall’autentico Ninetto Davoli e il suo doppio più giovane. Nell’immaginazione di Pasolini il protagonista è Epifanio (Davoli), un moderno re magio, il quale una sera, mentre piscia, si accorge della presenza di una stella cometa in cielo e decide di seguirla mettendosi in viaggio. Come in “Uccellacci e uccellini” porta con sé suo figlio, interpretato nella finzione da un giovane Ninetto Davoli (Riccardo Scamarcio). I due divengono magi randagi. E “I magi randagi” è il titolo di un soggetto di Pasolini con protagonista Eduardo De Filippo, già annunciato da una locandina che si intravede in “Che cosa sono le nuvole?” del 1968 e realizzato da Sergio Citti nel 1996, liberamente ispirato al plot steso da Pasolini.

Arrivati a Sodoma, assistono allo strano rito della fertilità che gli abitanti mettono in atto per garantirsi la discendenza. La società è infatti divisa in sodomiti e lesbiche, ma durante questa festa maschi e femmine si accoppiano in pubblico per finalità procreative. I magi randagi infine proseguono lungo una scala che li porta oltre i confini della Terra, che i due rimirano dallo spazio. Ma dopo tanto affannarsi si accorgono che non c’è una vera meta ad aspettarli. Come dice Pasolini – raccontando la trama a Davoli e alla sua compagna mentre cenano al ristorante -, i due sono diretti in Paradiso, ma il Paradiso non esiste, così rimangono sospesi tra la vita e l’infinito a contemplare il nostro pianeta (così come Totò e Ninetto contemplano le nuvole e la poesia del creato nel citato mediometraggio del 1968).

Nel frattempo, salutato Ninetto e la sua compagna, Pasolini si prepara a raggiungere il luogo dove incontrerà il suo giovane e spiantato amante, il ragazzo di vita Pino Pelosi, portandolo a mangiare un piatto di pastasciutta. Dopodiché si dirigono all’idroscalo e lì, dopo un primo approccio, Pasolini viene aggredito e picchiato a sangue da un gruppo di giovani balordi, i quali, rubatagli l’auto, passano sopra al corpo inerte del regista, uccidendolo.

In una dimensione di limbo, dopo aver visto passare nuovamente in rassegna i monumenti metafisici dell’Eur, e tra le stanze in penombra dell’appartamento, si odono i lamenti strazianti della madre Susanna (interpretata da Adriana Asti, attrice che ha lavorato con Pasolini in “Accattone” e “Che cosa sono le nuvole?”) messa al corrente degli eventi da Laura Betti (Maria De Medeiros, nel film).

Prologo ed epilogo vengono annunciati dalle medesime inquadrature del Palazzo della Civiltà Italiana – il cosiddetto “Colosseo quadrato” – all’Eur, quartiere dove Pasolini abita con la madre e la cugina Graziella. A differenza dell’incipit, le inqudrature dell’epilogo sono velate di grigio, e mostrano in più la grande iscrizione posta sulla sommità del monumento voluto dal fascismo per l’Esposizione universale del 1942, manifestazione poi cancellata dalla guerra mondiale.

Ancora dal punto di vista della messa in scena cinematografica, in particolare quella dell’assassinio del regista all’idroscalo di Ostia, la sequenza ricorda da vicino la violenza di gruppo su Maddalena in “Accattone” (1961), cui Ferrara sembra rimandare con una citazione.

La prematura morte di Pasolini, peraltro così simile a quella dei suoi protagonisti sottoproletari e avvenuta nei luoghi che egli ha raccontato e messo in scena, l’ha consegnato alle plaghe rarefatte della beatificazione. A partire da quel 2 novembre del 1975 si origina la costruzione di una mitografia che ne ha garantito una costante presenza nella vita culturale italiana, più unica che rara. Le generazioni successive hanno fatto i conti con le sue idee, le sue parole, l’anticonformismo, i costumi sessuali, i suoi discutibili punti di vista sul complottismo, la visione sospettosa della politica, il rapporto critico con il potere. Ancor oggi si tira in ballo spesso la capacità “profetica” di Pasolini – automatismo che ne svela il culto religioso -, generando una sovraesposizione che sovente ne ha sminuito ruoli e ingigantito responsabilità. Ecco di tutto questo circolo vizioso e sovrastrutture oziose nel film non c’è traccia, fortunatamente. Ferrara col necessario distacco, forse per la mancanza di un retroterra culturale italiano, racconta le ultime ore di Pasolini servendosi di un cast ottimo, senza dover troppo trascendere, speculare o drammatizzare ulteriormente la tragedia un uomo che pare ormai smarrito e straniero in patria.

Nota a margine: la sceneggiatura riporta la ricostruzione dell’uccisione di Pasolini vista come frutto delle circostanze, legate alla malavita e alla prostituzione dei cosiddetti ragazzi di vita, sostenuta dal cugino Nico Naldini – qui interpretato da Mastandrea -. La famiglia del poeta non ha mai ceduto alla teoria complottista che allude a un’esecuzione premeditata da mandanti occulti, come invece sostenne Laura Betti e il gruppo di amici di Pasolini.

“Pasolini” è diretto da Abel Ferrara.

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“L’Albero di Antonia” (1996) ** 

Una lunga vita tracciata secondo una forte emancipazione femminile, Antonia è raccontata dalla pronipote che ne magnifica il ruolo e la forza, in un mondo di uomini.

La forte Antonia prende in mano la propria vita “scandalosa”, quando viene rifiutata quale ragazza madre, come reazione alle discriminazioni e costruisce attorno al proprio ‘albero’ del titolo italiano – in realtà lei stessa – una comunità di eccentrici ed emarginati.

Antonia (Belgio 1996). Regia di Marleen Gorris. Con Els Dottermans, Willeke Van Ammelroy, Jan Decleir, Veerle Van Overloop.

[02/03/2005]