Tropical Malady (2004) ***

Thailandia. Keng, giovane soldato e Tong, un contadino alla ricerca di un lavoro, vivono la loro storia d’amore allegramente, tra un centro commerciale, un tempio buddista molto kitsch, un cinema ed una passeggiata in centro città. Ma la vita del villaggio in cui vive la famiglia di Tong viene sconvolta dalla sparizione di un uomo e della contigua comparsa di una bestia che uccide le mucche. Secondo le leggende locali, questo mostro è uno sciamano in cerca di vendetta che può trasformarsi in una qualsiasi altra creatura… Un soldato (Keng?) si inoltra nella giungla in cerca della belva. Ma avrà un incontro inaspettato e sconvolgente. Quella giungla selvaggia e piena di trappole mortali è un luogo in cui la leggenda spesso diventa realtà.

Film diviso in due episodi distinti apparentemente, ma, in realtà, intrecciati dalle vicende dei due protagonisti che, immersi (e minuscoli) in una natura gigantesca e rigogliosa, vivono la loro vicenda umana tra la campagna e la città (piena di occidentalismi ostentati e tuttavia vissuti serenamente); e uno stile di vita fuori dai canoni tradizionali, anche da quelli amorosi. La storia d’amore tra i due protagonisti è sensuale e vissuta sul filo dell’erotismo; delle piccole cose, gesti, attenzioni, baci minuscoli e visi rilassati, grandi sorrisi, in una visione serena.

Questo amore si compie, per contrasto, nella seconda parte del film, in una cupa vicenda misterica e romantica (nell’accezione letteraria: le inquadrature di una natura selvaggia e spaventosa rimandano alle visioni sublimi di un Friedrich, nonostante la cultura thailandese…) e rappresentata da una tigre, ossia la Natura che uccide, fa nascere e ghermisce, dà vita e la toglie insensatamente (vien in mente il Leopardi di “Dialogo della Natura e di un Islandese”!), e il pasto temuto del felino, trasforma il corpo del soldato, che le dà la caccia (consapevolemente suicida), in cibo, per il mostro stesso. Ma in questo viaggio la consapevolezza cresce e il corpo (e la vita) diviene un dono alla fiera, nel quale s’intreccia una pregbhiera di accettazione alla carnefice dei propri ricordi e della propria essenza di uomo.

Ottima la regia che si districa tra immagini curate nei particolari,la fotografia sontuosamente plastica, tra gli effetto-notte emotivamente coinvolgenti. L’apparato visivo contrasta con una recitazione piana, essenziale, ridotta a pochi verosimili gesti quitidiani. Dalla “banalità” di tutti i giorni della prima parte si passa con lo stesso pathos all’avventura mostruosa della seconda, che ricorda il viaggio verso il “cuore di tenebra” di “Apocalypse Now”; la missione atta ad uccidere il mostro, il quale vive e pulsa nell’oscurità della foresta; curioso: il sicario, anche qui, è un soldato.
Sud pralad (Thailandia / Francia / Italia / Germania, 2004) di Apichatpong Weerasethakul – con Sakda Kaewbuadee, Banlop Lomnoi.

9 maggio 2005

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