“Masha e Orso – amici per sempre” (2015) *

I tormentoni – siano essi musicali, comici o televisivi – o li tolleri o almeno provi a inventarti un rimedio per fartela passare, è allora che ci scrivi una recensione. Questo post è dedicato a chi una volta possedeva lo scettro del (tele)comando, ma poi è stato travolto dalla caparbietà di nani senza scrupoli. Esseri fatalmente attratti dalla coazione a ripetere.

Dopo l’eterno ritorno della maialina inglese Peppa Pig, che pareva avesse ipotecato i decenni a venire, negli ultimi mesi il successo televisivo incontrastato, almeno per il pubblico dei più piccoli, spetta al serial russo “Masha e Orso” che durante le vacanze natalizie 2015 è approdato al cinema con una protesi per il grande schermo.

Si tratta di un’operazione promozionale che mette insieme otto episodi parte della Terza stagione della serie (2014-15) non ancora trasmessa in Italia. Un’anteprima inframmezzata da sketch che vedono protagonisti due attori italiani in carne e ossa, Gipo e Carolina volti celebri di Rai YoYo, il tutto confezionato per ottenere la durata di circa un’ora di proiezione.

Tralasciando eventuali considerazioni sugli aspetti commerciali di così smaccate proporzioni, considerazioni di per sé poco originali e interessanti, il caso di “Masha e Orso – amici per sempre”, questo il titolo del film, fornisce almeno quattro spunti di riflessione che potrebbero essere ritenuti importanti, qualora li si volesse prendere sul serio.

* Il primo caso riguarda il rapporto della serie Tv con la sala cinematografica. Il serial russo, dato il grande successo attrattivo, riporta sul grande schermo una dimensione di spettacolo popolare puro e immediato. Esperienza visuale da godere con un valore aggiunto: ovvero i grandi margini della proiezione. Elemento quest’ultimo sempre più raro, riservato a casi precisi, spettacolari appunto, ma che qui è creato grazie al potere del piccolo schermo. In questo senso cinema e Tv, cavalcano ancora assieme, ma in un rapporto che vede il cinema come una vetrina e il film giustapposto perché pensato per essere fruibile prima di tutto nel salotto di casa.

* Il secondo spunto è l’immaginario russo (e sovietico) che emerge dal cartone animato. A partire dall’orso, simbolo della nazione, che secondo il plot della serie è un ex animale da circo, altro emblema e orgoglio nazionale; ai costumi tradizionali esibiti dalla piccola Masha; al treno a vapore (il treno a vapore è immancabile nei cartoni animati di ogni epoca) che evoca la Transiberiana; alle foreste stesse della Siberia e alla natura lussureggiante e sconfinata, ma non proprio incontaminata, che ospita catorci di ambulanze e relitti ferroviari testimoni di un passato poco ecologico. Un passato evocato col contagocce, ma non del tutto assente. Ad esempio, un elemento tra tutti si fa notare, è la grande stella rossa che si staglia sulla caldaia della locomotiva.

* Il terzo caso è l’immaginario cinematografico hollywoodiano stracitato, ma comprensibile solo per un pubblico adulto, peraltro colto e cinefilo. Di fatto la messa in scena del cinema nell’episodio intitolato “Ciak si gira” corrisponde a un modo di produrre che non esiste più da molti anni. E’ un cinema fatto di “screenplay” battuti con una vecchia macchina per scrivere, fatto di cineprese a pellicola e di registi con il baschetto in testa, insomma un coacervo di stereotipi e nostalgie, che se fossero recuperate – in tutto o in parte – dalla memoria collettiva russa, lo sarebbero soltanto in tempi relativamente recenti, ossia dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Dunque un bel cortocircuito tra retroterra culturale condiviso ipotetico e quello occidentale. Cortocircuito che rimanda a Batman e ai supereroi (episodio “SuperMasha”), alla macchina del tempo e allo Sci-fi hollywoodiano (“Salto nel passato”), al musical classico (“La febbre del ballo”), al ‘teen movie’ con al centro il principiante che, impegnandosi, batte il campione o presunto tale (“Il grido della vittoria”), il giallo/action mystery film che riprende i personaggi chiave di Sherlock Holmes (“Un caso per Masha”), l’omaggio a metà tra l’avanspettacolo e Broadway (“Va in onda il varietà”) e l’ultimo episodio che mostra la separazione tra i due protagonisti, altrettanto cinematografica e giocato sul filo del rasoio. Classico esempio di film di inseguimenti tra i protagonisti e un treno che sta per partire (“Ci vediamo presto”). Posto che questi episodi sono realizzati nel 2014 e 15 – quindi pensati per un pubblico universale -, c’è da sottolineare che l’immaginario cinematografico hollywoodiano torna molto spesso anche negli episodi più vecchi, pensati prima di tutto per il pubblico nazionale.

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* Il quarto spunto è dato da calligrafismi molto evidenti. Sono “citazioni” legate all’animazione in computer grafica occidentale, in particolare i ricalchi derivano soprattutto da elementi presenti in “Monsters & Co.” (Pixar, Usa) e in “Shrek” (DreamWorks, Usa), entrambi del 2001.

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Nella fattispecie in Orso e in Masha si possono trovare i cliché dei personaggi del mostro peloso Sullivan e della piccola – pestifera – Boo, croce e delizia del mostro della Pixar così come lo è Masha per Orso. Medesime sono le dinamiche e rapporti di forza (e debolezza) tra i personaggi: Boo è l’indifferente mina vangante mentre Sullivan è l’adulto, padre suo malgrado, sempre sull’orlo dell’esaurimento e dell’apprensione a causa della spericolata bimbetta. Di fatto emerge una coppia complementare, nonché la medesima alchimia che caratterizza il rapporto simbiotico e conflittuale tra Orso e Masha.stickers-sulli-boo-monstres-et-compangie

Ma nella figura di Orso, talvolta collerico e brusco, s’intravede quella dell’orco Shrek, il quale – così come il plantigrado russo – vorrebbe soltanto godersi la vita in santa pace, ma deve fare i conti con una realtà che non gli dà tregua. Vittime designate – da una parte da Ciuchino (e altri), dall’altra da Masha -, l’orco e l’orso sono trascinati lontano dalla quell’anelata tranquillità, rappresentata dalla beata solitudine del loro rifugio situato nella foresta remota.Shrek_fierce

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Per concludere.

Casa di Shrek

A proposito di Shrek, un ‘omaggio’ s’intravede anche nella casa dell’orco della DreamWorks (sopra) e quella dell’orso (sotto), costruite entrambe  tra le radici di una pianta. La casa-tana nell’albero non è una novità di per sé, anzi, ma è nella forma e nella realizzazione che si riscontrano alcune affinità notevoli, come si può ben notare.

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Gli episodi che compongono “Masha e Orso – Amici per sempre” si intitolano Ciak si gira, Salto nel passato, SuperMasha, La febbre del ballo, Il grido della vittoria, Un caso per Masha, Va in onda il varietà, Ci vediamo presto. L’autore è Oleg Kuzovkov.

 

 

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Il viaggio di Arlo (2015) **

Parte I, per chi non l’ha visto ancora

Ucronia per ucronia, se il cinema fosse nato qualche anno prima del 1895* e Charles Darwin si fosse improvvisato soggettista cinematografico, molto probabilmente avrebbe scritto una storia simile a “Il viaggio di Arlo”. Magari avrebbe contribuito a far comprendere agli ipotetici spettatori, in modo semplice e chiaro, la sua celebre teoria evoluzionista. Così come ha appena tentato di fare chi scrive, cioè sfruttando un “se fosse” della Storia per, viceversa, spiegare l’esistente.

Ucronico è, infatti, il pretesto del film, il quale prevede che l’impatto astronomico col nostro pianeta – causato da un bolide – , non abbia soluzione, ma si limiti a sfiorare l’atmosfera terrestre. Con il risultato di impedire quella serie di effetti concatenati e terribili che, secondo detta ipotesi, ha portato tra l’altro all’estinzione dei dinosauri, stimolando il nuovo corso biologico di altre specie, come i mammiferi, e infine ha portato l’uomo a evolversi, per l’appunto. Invece qui sono i dinosauri che si evolvono: assistiamo a una realtà che vede i grandi rettili erbivori seminare, mentre i carnivori vivono allevando animali. C’è anche l’uomo, ma a uno stadio evolutivo primitivo.

Se il film da una parte è istruttivo e ostenta nozioni didattiche e didascaliche, dall’altra tenta di solleticare il pensiero critico dei giovani spettatori con i menzionati “se”. Eppure se consideriamo un’altra angolazione, quella dei sentimenti, “The Good Dinosaur”, questo il titolo originale del film, è drammaticamente disincantato, in puro stile Disney. Pare di tornare ai bei vecchi tempi  di “Bambi”, “Dumbo”, “Il re leone”, tra gli altri, ma anche al più recente “Alla ricerca di Nemo”. Le tragedie familiari disneyane sono una ‘pars destruens’ primigenia e necessaria per l’evoluzione (ecco di nuovo la parola chiave) del personaggio/società/mondo. E’ certamente una parte minoritaria nell’economia del film – se confrontata a quella narrativa amplissima ed edificante che infine conduce al riscatto – eppure ha il peso specifico del trauma incancellabile.

Parte II. Per i genitori sciagurati (come me)

A proposito di traumi. Al solito, un genitore prima si informa e poi si regola se portare, o meno, in sala un bambino di quattro anni. Ad esempio, lo accompagna a vedere “Madagascar”, ma non “Il re leone”, per quest’ultimo – a mio avviso – vanno bene età, carattere e spalle un po’ più larghe. Scrivo questo perché nei primi trailer di “Il viaggio di Arlo” non si avvertono ‘pericoli’ di sorta, al di là della dimensione avventurosa, che certo comporta qualche incognita. Al contrario, a ragion veduta, mi rendo conto che posso contare soltanto qualche momento di distensione nei cento minuti di proiezione. Questo ben lo sa chi (come me) a cuor leggero ha portato i propri figli piccoli in sala, attratto da una grafica buffa e accattivante, apparentemente innocua.

Le citate tregue di decantazione, e digestione, dei traumi narrativi sono brevi e insufficienti a ridimensionare la tensione, perché la tragedia è sempre dietro l’angolo, mentre le scene di violenza piuttosto gratuite – e talvolta sadiche – si sprecano. Questa volta ho visto il film anche con altri occhi, devo ammetterlo. Occhi importantissimi considerando che l’animazione per quanto strumento di messa in scena cinematografica evoluto – che da tempo interpreta tutti i generi – nella nostra (mia?) mentalità sia comunque da ricondurre alla fruizione infantile, a uno stadio di visione propedeutico, facilitato. Figuriamoci se poi vediamo un buffo bimbetto e un buffo lucertolone verde sul manifesto del film, entrambi cogli occhioni luccicanti, va da sé che detto film, affatto minaccioso, non porti a considerare altro che un pubblico infantile, comprendendo tra esso anche i più piccoli.

Mi servirà di lezione, abbasso la censura sempre, ma un avvertimento, forse, sarebbe prezioso in casi come questo.

Parte III. Zona spoiler (attenzione)

Menzionavo il carattere stilisticamente buffo dei personaggi, ma con ciò non voglio certo dire che non sia un film adatto ai bambini, non è adatto a un bambino di quattro anni, forse non al mio in particolare. Di sicuro è più apprezzato da bimbi più grandi, con più cammino alle spalle, come ho scritto. E’ altrettanto vero che però i fanciulli hanno la capacità di rimuovere e integrare creativamente. Aggiungo che ho sentito la necessità di fare una domanda a mio figlio dopo la proiezione, ovvero gli chiedo che fine avesse fatto il padre di Arlo – un padre dinosauro possente, protettivo, buono e giusto che viene travolto da un violentissimo fiume in piena, al culmine di una scena mozzafiato -, mi sono sentito rispondere: “E’ tornato a casa, ma dopo il film”.
Va be’, anche per questa volta i sensi di colpa sono un po’ accantonati, rimozione & ricostruzione, chi vivrà, forse, ne vedrà i frutti.

Al netto delle critiche, il film è comunque bello, il ritmo serrato, ma il plot pare camminare sul filo del plagio. Le somiglianze con “L’era glaciale” (‘Ice Age’, Usa 2002, di Carlos Saldanha e Chris Wedge) sono tante, come l’ambientazione in quell’interregno tra bestie preistoriche (ancorché mammiferi) estinte da millenni e l’aurora dell’uomo; una natura “leopardiana”; il senso della famiglia; la perdita e il riscatto. La differenza è che qui sono incluse nella dimensione narrativa di quello che – non solo in letteratura – si chiama romanzo di formazione.

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The Good Dinosaur” è diretto da Peter Sohn, 100′.

*Mentre scrivo è il 28 dicembre 2015, e centoventi anni fa esatti, a Parigi, si inaugurava il Cinematografo Lumière con la prima proiezione pubblica a pagamento presso il Salon Indien. A proposito di evoluzioni (e ridagli).

I racconti di Terramare (2006) ***

“Gedo Senki” è stato presentato a Venezia col titolo provvisorio “Storie di Terracqua”. Racconto di formazione di Ged, un giovane principe dotato di straordinari poteri magici, ma posseduto da una forza malvagia che gli fa commettere parricidio. Saprà riscattarsi?

Animazione giapponese tradizionale. I disegni sono di Goro Miyazachi figlio del grande Hayao autore – tra il molto altro – di “Conan, il ragazzo del futuro” (Giappone, 1978) cui questo film s’ispira e rimanda, tanto che le diversità formali, infatti, paiono non essere così dirimenti.

Qui il vento del fantasy, che negli ultimi anni soffia forte al cinema, si fa sentire: evidenti sono le influenze del romanzo di formazione, di Tolkien e della filmografia fantascientifica del dopo “Star Wars”. Che, in quest’ultimo caso, pescava a propria volta dalla cultura letteraria e teatrale giapponese. Un cerchio si chiude.

Film molto bello. Visto presso la Mostra del Cinema di Venezia 2006.

“I racconti di Terramare” (Gedo senki, Giappone 2006) di Goro Miyazaki, animazione.

28 settembre 2006

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Corpse bride – La sposa cadavere (2005) **** 

Due famiglie inglesi, una agiata ma senza lignaggio nobiliare, l’altra aristocratica ma povera, combinano un matrimonio ai rispettivi figli per loro esclusivo interesse. Nonostante la situazione asfissiante, i due giovani si innamorano l’uno dell’altra; purtroppo, durante le prove per il matrimonio alla vigilia della cerimonia, lo sposo si deconcentra continuamente e non ripete correttamente la formula del connubio dettata dal prete; sconsolato e umiliato, fugge in un bosco tetro e una volta lì ripete correttamente il rituale ed impalma quello che egli riteneva essere un ramo rinsecchito; ma non sarà così, e i problemi per i promessi sposi si moltiplicheranno fino a sconfinare nell’aldilà.

Gli ingredienti gotici, più noti in Italia come dark, ci sono tutti, reinventati e resi più freschi da un’animazione formidabile e spesso soprendente, che negli anni hanno fatto della poetica di Burton un carattere unico, che rinnova temi della letteratura romantica.

I personaggi negativi o cattivi sono caricaturali, ed esprimono le loro velleità, l’ingordigia, l’insensibilità abitando in città oscure o palazzi tetri: è una realtà che li rappresenta perfettamente, li rassomiglia, insomma un aldiquà funereo e cattivo già visto in altri film di Burton (“Edward mani di forbice” su tutti); ma in questa nuova opera (dieci anni di lavoro) fa da contraltare un aldilà colorato, un approccio “messicano” con la morte, vivido e saggio, pacato e malinconico, ma capace di grandi feste e sentimenti accesi, dove le sensazioni dei morti sembrano emergere decisamente sulla scontata e grigia avidità dei viventi.

Musical realizzato con la tecnica di animazione chiamata stop-movie, messa a punto dal regista con il coautore Mike Johnson, che già aveva reso celebre Tim Burton con il primo cortometraggio della sua carriera di regista, “Vincent” del 1982, o del più famoso “Nightmare Before Christmas” (1993, regia di Henry Selick).

Visto alla Mostra del Cinema di Venezia.

Corpse Bride (GB 2005) regia (film d’animazione) di Tim Burton, Mike Johnson, durata: 75′

9 settembre 2005

Alla ricerca di Nemo (2003) *** 

Una coppia di pesci-pagliaccio fanno progetti per la loro covata di figli rinchiusi in minuscole uova. Un’imprevista tragedia rompe questo sogno comune. E il padre si trova solo, dopo qualche tempo, a dover accudire l’unico figlio superstite: Nemo. Ma le prove per i due non sono ancora finite: un essere umano, in esplorazione subacquea, trova buona l’idea di portare Nemo con sé, per regalarlo ad una bimbetta. Il padre e il figlio lontani tenteranno il tutto e per tutto per rincontrarsi. 

Film che si muove nel solco dei grandi classici Disney: crudele e duro. La storia inizia con la morte dolorosa della madre di Nemo. A quest’opera appartiene un aspetto didattico per genitori apprensivi e insicuri: il rapimento di Nemo è una conseguenza dell’atteggiamento soffocante del padre, che, non si fida di abbandonare il figlio; quest’ultimo, irritato, cade nell’insidia, un po’ per sfida un po’ per incoscienza. Un sorprendente riferimento è alla disabilità di Nemo, il quale ha una pinna più piccola. Questo particolare è un segno distintivo, e non sarà d’intralcio a Nemo stesso, ma soprattutto non sarà mai una leva strappalacrime o pietistica, anzi diverrà parte della straordinaria ordinarietà di questi due pesci.

L’altro aspetto è quello ulissiaco. Il padre va alla ricerca del figlio in mezzo a mille difficoltà ed insidie, e cresce lui stesso, si emancipa, stupito di se stesso e delle sue capacità. E diventa un eroe letterario, di una letteratura orale, che vola di branchia in becco, lungo le coste dell’Australia. Il figlioletto, dal suo canto, finito in un acquario d’appartamento, conosce un gruppo di galeotti e con loro solidarizza, ne diventa il beniamino e, infine, il mezzo per libertà.

Finding Nemo (Usa 2003) film d’animazione di Andrew Stanton, Lee Unkrich.

11 aprile 2005

“Mucche alla riscossa” (2004) * 

Un uomo malvagio vuole impadronirsi di tutte le fattorie in una valle nel lontano West. Ma alcune intraprendenti mucche – Roseanne, Mrs. Calloway e Grace – gli si metteranno per traverso.

Film d’animazione disneyano “old style” dove la cattiveria (quella spietata, caratteristica dei classici) non è mai tale. Adatto ad un pubblico infantile. 
Lo stile d’animazione è legato alla vecchia scuola tradizionale del cartone animato, e agli stilemi del genere “western”, ma è deludente. La trama sottile-sottile richiama i temi del riscatto sociale e del cattivo punito. Mentre l’onesta fattrice è, infine, salvata, grazie al valore dell’amicizia, nella fattispecie, delle sue mucche – finalmente unite fra loro – che a sua insaputa, combattono per lei: e tutti, proprio tutti, ne guadagnano.

Il titolo italiano (pessimo) ricalca gli echi di “Galline in fuga” altro film d’animazione, girato con la tecnica “a passo uno”.

Home on the Range (Usa 2004). Regia (film d’animazione) di Will Finn, John Sanford

[13 marzo 2005]

“Vincent” (1982) **** 

Vincent è un bambino di sette anni che vive una vita schizofrenica: teso tra la “piccola” quotidianità familiare, che gli sta sempre più stretta, e una stimolata fantasia gotica che invece lo appaga, dandogli le sembianze del suo eroe, l’attore Vincent Price.

Cortometraggio d’animazione di sei minuti, che riassume e anticipa l’immaginario dark (così lo definiamo in Italia) di Tim Burton, regista di “Edward mani di forbice” e ideatore di “Nightmare before Christmas”. La tecnica di ripresa è quella della “stop motion” o ripresa a passo uno (come nel già citato “Nightmare…”).
Le ambientazioni sono isirate al cinema espressionista tedesco, ad esempio: “Il gabinetto del dottor Caligari” (R. Wiene, Germania 1919) o il citatissimo “Nosferatu” (Germania 1922) di Murnau, le cui famosissime ombre, nonché le spettrali e deeformi scenografie, creano una sensazione di disagio, anche se il film è di fatto divertente e strappa, per quanto amaro, un sorriso, simile al modo in cui si sorride di una cosa che non ci può più minacciare. 

I mostri cosa sono? chi sono? Oscillano tra quelli – esteticamente riconoscibili – creati dalla mente del bambino, e quelli avvilenti della quotidianità (la sorellina più piccola, la pingue e ingenua zia così indiscreta, la mamma apprensiva ed autoritaria) fatti di una sottile indifferenza al mondo incupito perché solitario di Vincent.
E’ il primo film di Burton, omaggio al suo ente ispiratore Vincent Price, alter ego di tutti i mostri del cinema di genere horror degli anni sessanta (prodotti dalla casa britannica Hammer), nonché protagonista di film tratti dai racconti del brivido di Edgar Allan Poe.

Proprio Vincent Price presterà il proprio forte accento inglese, per narrare, fuori campo e in rima, le disavventure del piccolo omonimo.

Vincent (Usa, 1982), Regia (film d’animazione) Tim Burton. Voce
narrante: Vincent Price. 16mm b/n, durata: 6′.

[13 marzo 2005]