“Piccola patria” (2014) *

Te piaxe i schei?”. Le adolescenti Renata e Luisa lavorano, sfruttate, presso un hotel di lusso nel mezzo nella campagna veneta. Sognano di accumulare denaro per scappare da quel deserto di capannoni e stalle. Per fare ciò, Renata si prostituisce con Rino, perdigiorno attempato che soffre d’impotenza. Ormai esausta, la ragazza ordisce un ricatto per estorcere a Rino una grande somma denaro, perciò coinvolge l’ingenua Luisa. Rino è fotografato a sua insaputa mentre assiste a un amplesso tra Luisa e Bilal, ragazzo albanese che lavora in zona come stalliere, anch’egli ignaro di tutto. Ma mentre il ricatto si compie, Luisa s’innamora, corrisposta, di Bilal e si tira fuori dal piano. Renata, risentita per il voltafaccia, svela al ragazzo il retroscena. Nel contempo, Rino per salvare se stesso, sfrutta il litigio tra i due fidanzati per incastrare a propria volta Bilal, manipolando la mente già provata del padre di Luisa, evasore multato dallo Stato, razzista e ormai disposto a tutto per cieca sete di vendetta.

I dialoghi del film sono in veneto, così i testi delle canzoni tradizionali e contemporanee che accompagnano la vicenda. Il dialetto è lo spirito della “piccola patria”, patria scomoda tra bigottismo e razzismo, rappresentata dalla frequentazione automatica della chiesa; qui il messaggio cristiano convive senza alcuna apparente contraddizione con parole di odio contro “i teroni” o contro “i foresti”. Ma il disagio permanente, a suo modo, pare permettere un equilibrio, per quanto precario.

Il Veneto di Piccola patria è così come lo abbiamo visto rappresentato molte volte, una terra popolata da border line pressoché incolti, avidi o ingenui. Le visioni dal cielo – oltre a rimandare al passato documentaristico di Rossetto – mostrano lo sfregio del territorio e l’ipertrofia costruttiva che ruota attorno all’oasi per privilegiati dell’hotel: un prisma di vetro brunito che pare scomodare inquietanti monoliti. Il tutto retto sulle spalle degli sfruttati indigeni, i quali se la prendono con quei foresti che oggi li sostituiscono nelle mansioni più umili. Quasi tutti i protagonisti della storia si pongono al di fuori della legge, chi in cerca di rivalsa, chi di vendetta, mossi perlopiù da insoddisfazione e tedio senza nome. Appare anche un comizio (reale) a favore dell’indipendenza veneta, grande sogno consolatorio collettivo che sostituisce il venir meno della speranza nel futuro.

Quel che manca al racconto è forse uno sguardo meno categorico – ammesso che il Veneto possa essere rappresentato al di fuori del grottesco cui è sovente confinato –, il rischio latente è che il macchiettismo e il pregiudizio prevalgano sul racconto. Riecheggiano il Mazzacurati più scettico di La giusta distanza e le angosce di Primo amore di Garrone, spettri di una terra malata nel corpo e nell’anima che si preoccupa di salvare le apparenze, nonostante tutto. Mentalità gretta, sorta di veleno cui manca l’antidoto e che, per un paradosso della storia, mantiene in vita l’organismo che sta inquinando.

“Piccola patria” è diretto da Alessandro Rossetto, 110’.

[Recensione pubblicata in “Quaderni del CSCI”, n. 11, Barcellona 2015]

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