The Get Down ***

Tre asterischi sulla fiducia, per un serial musicale che ha molte potenzialità. Il 1977 è un anno fecondo e terribile, l’anno di un Black Out che dà sfogo a violenze e ladrocini in una New York spaventata, nella quale la cultura giovanile viaggia sui binari del mainstream e dell’underground, come i treni metropolitani che emergono dalle viscere della megalopoli per poi nuovamente inabissarsi. “Star Wars”, Bruce Lee e la disco music sono la parte più evidente di una base, fertile, dalla quale scaturisce un nuovo modo di fare cultura giovanile. L’Hip hop e la disco corrispondono ad ambienti all’apparenza opposti, ma molto simili. Da una parte il lusso (derivante anche dal commercio di droghe) dal flusso di abiti sgargianti presso locali alla moda sintomo dell’edonismo che avrà grande fortuna nel decennio successivo, dall’altra il nascente sistema delle “crew”, bande di bulli che si sfidano a colpi di feste organizzate tra le macerie. In entrambi  i casi obbediscono al bisogno di frotte di giovani di esprimersi attraverso il corpo, ballando. Sono mondi paralleli che convivono o tentano di sovrapporsi, sullo sfondo del più violento e proverbiale South Bronx. Suburbio che è sinonimo cinematografico, e lo sarà per molti anni, spaventoso, avvolto in una notte perenne popolata da tribù di guerrieri, irredimibile e ben peggiore di una qualsiasi jungla infestata da predatori irriducibili e spietati, i quali si fanno la guerra per conquistare un potere effimero, oltre la legge.

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“The Get Down” fa i conti con la cultura elaborata dal “basso”, dalle classi subalterne, dalle minoranze etniche, che ancor oggi domina il mondo culturale occidentale e non solo. L’Hip Hop è l’espressione di un disagio, un grido proveniente da una zona d’ombra, tra le macerie fumanti, disintegrata da una guerra di abusi e degrado, dominata da uomini bianchi in doppiopetto il quali, dalle fatali Torri Gemelle ossia dal centro direzionale simbolico della Grande Mela, mettono a fuoco letteralmente il ghetto di NYC per favorire speculazioni edilizie e assicurative. È una guerra impari che si serve di alleanze con i piccoli boss politici che fondano la loro influenza su gruppi etnico-confessionali per spartirsi il bottino dell’edilizia e non solo. Nel contempo, le crew di ragazzini tentano di conquistare i medesimi territori per emergere e diffondere la propria influenza culturale, con espedienti vari, arrivando, di volta in volta, a macchiarsi di crimini sempre peggiori, o a uccidere per non soccombere.

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Il sottofondo shakespeariano — non certo nuovo per Luhrmann — è parte di un mosaico composto di diversi codici d’onore culturali, razziali, religiosi, o dei sempiterni temi basati sul binomio amore & morte. Sono l’anima di un luogo detestato dai propri figli in fuga, più mentale che effettiva. Il girone dantesco è impossibile da abbandonare fino in fondo, allora si “ricicla” la musica altrui, afferente al mercato ufficiale, per  per diffondere idee e proteste. Musica e creatività, testi in rima e slogan scritti con lo spray si stagliano su basi composte da altri, siano esse incise sui dischi poi “scratchati”, siano pareti pericolanti del ghetto o carrozze ferroviarie che collegano il grande formicaio come un grande messaggero. In ogni caso sono idee in movimento: talvolta speranze edificanti, talaltra cruda testimonianza dell’inferno.

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La prima stagione si conclude gettando il cuore dei protagonisti – Ezekiel e Mylene, tra altri – oltre il confine nella città dei bianchi, col miraggio del successo, del business, con il peso di un passato difficile da dimenticare, da abbandonare. Ma una cosa l’hanno imparata: qui tutti vengono toccati dalla violenza, dai compromessi, nessun eroe è senza macchia, tutti sono disposti a sporcarsi le mani per emergere, tutti hanno uno scheletro nell’armadio da nascondere o vantare. Ma qualcuno più di altri, per inseguire le proprie aspirazioni, arriverà anche a uccidere e legare la propria anima a un peso che rischia di trascinarlo in ogni momento nell’abisso più profondo.

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The Get Down (Usa) di Baz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis, Netflix 2016.

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The Nice Guys (2016) ***

In una riga: film di sganassoni, ossa rotte, eccessi di sigarette e alcol, grand guignol,  superchicks & porno revolution. Si ride assai.

In quattro paragrafi e una riga: Bud Spencer & Terence Hill sono tornati.
Oddio, questo almeno è nelle intenzioni dei promotori, i quali nel tour di presentazione italiano hanno calcato la mano sull’evocazione dei due eroi nazionali. Al di là della mossa pubblicitaria, l’impronta, in parte, si può riconoscere.
Assecondando il cliché di Bud Spencer, Crowe è soprattutto manesco e solo se costretto usa una qualche arma da fuoco; per lo smilzo l’analogia funziona solo per la somiglianza estetica, infatti il “pistolero” dal braccio ingessato è assai lontano dallo stereotipo astuto e atletico incarnato da Hill.

Superato un primo tempo caotico e disorientante (bisogna tener duro), i fili finalmente si intrecciano in un paradosso narrativo senza via di scampo che respira al ritmo della discomusic e della rivoluzione porno nella Los Angeles del 1977, glamour e violenta, accuratamente ricostruita.

Il punto di forza del film (oltre al montaggio serrato e alla citata colonna sonora, ricchissima) è decisamente rappresentato dai due protagonisti: Crowe appesantito e a proprio agio nel ruolo del forzuto misterioso; Gosling elegantone alcolista con una caterva di problemi personali, nonché una figlia indomabile. C’è da aggiungere che dopo l’exploit di Crazy, Stupid, Love (2011) quest’ultimo si misura di nuovo con il registro brillante rivelandosi sempre più istrione e capace di essere credibile in contesti tra loro diversi, anche comici.

Alla coppia si aggiunge la figlia adolescente di Gosling (attrice promettente, Angourie Rice [sic], classe 2001) – minorenne – smaliziata, emancipata, coraggiosa, colta e morale come Lisa Simpson, figura più unica che rara nel cinema politically correct. Cautele dalle quali il regista, Shane Black (“Iron Man 3”), rifugge assecondando – tra il molto altro – anche gli stereotipi del “niggah” asservito al perfido wasp di turno (che non riveliamo), parodia pulp e citazionista, ma molto meno “politica” che in Tarantino.

Da rivedere in lingua: irritante – as usual – il doppiaggio.

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Il figlio di Saul (2015) ***

Poema scritto con immagini in movimento, poema tragico sul corpo, per un corpo, raccontato da una macchina da presa incollata a Saul in un interminabile pedinamento, un vero corpo a corpo. Corpo ancora vivente tra quelli senza vita di Auschwitz.

Nella fabbrica della morte non c’è spazio per la speranza, tuttavia nel protagonista si fa strada un’iniziativa personale, un progetto. Mosso dalla volontà di ricerca dell’umano perduto, Saul si ostina a far fiorire un gesto di pietà, intimo, in mezzo al delirio della violenza, in mezzo alla morte. Se c’è ancora uno spazio minimo per un tentativo di misericordia, Saul lo porterà fino in fondo, tra mille rischi.

Film girato con camera a spalla, claustrofobico, quel che non concede agli occhi lo offre all’immaginazione. L’orrore è sfocato, rifiutato dagli occhi nonostante sia lì, presente. Quel che è a fuoco sono i viventi del sonderkommando, condannati a diventare cenere una volta terminato il loro servizio, e i loro aguzzini. Il reparto speciale di internati è obbligato a pulire i luoghi dello sterminio e a trattare i “pezzi”, ovvero i cadaveri che di lì a poco saranno arsi nei forni e sparsi nelle acque di un fiume.

Grande film, grande pugno nello stomaco, che diviene fluido nella fiumana continua di gente che scorre, stipata, in un imbuto che trova corrispondenza nel formato cinematografico che anch’esso restringe (4:3), una scatola senza via di scampi, in cui le vite di sconosciuti s’intrecciano per brevi istanti a quella di Saul.

Premiato quale miglior film straniero agli Oscar 2016.

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Perfetti sconosciuti (2015) **

Metti una sera a una cena tra amici, durante un’eclissi di luna, i cellulari.

Esercizio di bella penna, con un buon cast all’altezza della prova.
Commedia di sceneggiatura, nonché di impianto teatrale, caratterizzata da buone battute, ambientata soprattutto attorno a un tavolo, in una sala da pranzo. Nonostante ciò la dimensione minimale è salvata da un buon senso del ritmo.
Si ride delle nostre nevrosi, di ultraquarantenni in crisi, risolti o meno, spaventati dalla vecchiaia, dalla solitudine, dalla paura di non essere più desiderabili.

Si ride in particolare per le doti istrioniche di Giallini, Leo e Mastandrea, con immancabile biascico romanesco per arrivare alla battuta. I personaggi femminili, invece, paiono abbozzati, stereotipati, prevedibili. Dato ricorrente nelle commedie nostrane.
Fuori luogo, in ogni senso, Battiston.
Colpo di scena. Nel complesso non male, se bisogna accontentarsi.

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Zootropolis (2016) *

Le cose migliori del film si erano viste nei trailer. Che è tutto dire.
“Zootropolis” è una commediola politicamente corretta in salsa evoluzionista che pare voler controbilanciare – in direzione senz’altro rassicurante – l’altrettanto darwiniano, ma assai meno consolatorio, “Viaggio di Arlo” (quest’ultimo, di diretta filiazione Pixar, in confronto, è molto più interessante).
Gli Studios disneyani qui prediligono più che mai il messaggio edificante e la forma, ma a discapito di trama, personaggi e narrazione.

Niente di nuovo, invece, nella riattualizzazione dei temi già messi in scena in “Il pianeta delle scimmie”. Solo che è un mondo più affollato e diversificato in modo che la metafora dell’umano oltrumano venga marcata senza lasciare nulla di intentato. Ciò che ne esce è un relativismo spintissimo ma goffo.
Il politically correct è più che mai il perno attorno al quale riflettere su razzismo e convivenza, nella prospettiva del caleidoscopio di diversità (c’è anche uno stereotipatissimo giaguaro gay obeso, che impazzisce letteralmente al concerto di Shakira).

L’utopia della società futura è dichiarata sin nel titolo originale “Zootopia”, dove le razze animali (si badi bene: solo mammiferi) convivono nel meltin’ pot minacciato da una forza oscura, conformista (= gregge). Questa per mezzo di una droga (= pregiudizi) riduce i predatori carnivori – già rieducati ai mirtilli, tra l’altro, da secoli di evoluzione pacificante, sorta di Cura Lodovico – di nuovo in belve fameliche e potenzialmente assassine, per giunta irriducibili, schiumanti di rabbia e quadrupedi. Ossia l’involuzione.
Ce n’è abbastanza per uscire dalla sala frastornati dall’eccesso di tematiche sociali, circonvoluzioni condite di superficialità e gratuiti distinguo.
Ad esempio i lupi – com’è usuale dalla notte dei tempi delle favole – rimangono cattivi e piuttosto ottusi, e anche questi hanno a che fare col branco, declinazione del conformismo, affine a un particolare gregge che nel film è visto in senso spregiativo.
Insomma nella Zootropolis del futuro dovranno trionfare le individualità che sostengono una società tollerante, variegata e plurale, dove la maggioranza degli erbivori (che è schiacciante) tutela la minoranza degli ex predatori in disarmo.

La parte migliore della produzione rimane la computer grafica (voto: 4 stelle), giunta a livelli sbalorditivi, sia per cura che per versimiglianza. Lasseter si conferma un produttore di rango, almeno in questo.

Non mancano citazioni cinematografiche (scontate, come ad esempio, “Il padrino”) o tratte da serial televisivi (addirittura “Breaking Bad”).
Il doppiaggio italiano è lasciato nelle mani di guitti narcisisti, privi di freni inibitori o pietà.
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“Zoolander N°2” (2o16) *

Con questo secondo Zoolander, torna il refolo di Hollywood sul Tevere, dopo il recente “Spectre”.

Il plot è ovviamente demenziale: una satira precaria ai luoghi comuni sul mondo della moda – oltre alla rima bellezza/ignoranza  comprende ora anche la bulimia  – a parte il fatto che sono tutti (a parte uno) estremamente eterosessuali, anche i più effemminati. Così Stiller tenta di dare un seguito al film che, quindici anni fa, diede vita a un fenomeno di culto.

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Ambientato in una Roma cupa – le atmosfere crepuscolari paiono fondere quelle di Gotham City, La Grande Bellezza e Il Codice da Vinci -, “Zoolander 2” è una travolgente accozzaglia di gag, talvolta anche divertenti (soprattutto nel finale).

Dal punto di vista formale è un film di inseguimenti che si sorregge su un buon ritmo, farcito di apparizioni e cameo di celebrità della musica e della moda, tra essi Sting e Valentino (e l’ormai celebre esecuzione di Justin Bieber). Anche le citazioni parodiche cinematografiche si sprecano, fin troppo peraltro.

Penelope Cruz è completamente fuori registro. Menzione a parte spetta all’esilarante ed eccessivo Will Ferrell nel ruolo del perfido Mugatu, ma oltre a questo rimane il nulla, rinchiuso in un film facilmente dimenticabile.

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L’abbiamo fatta grossa (2016) *

Forse non è poi una grande idea ripescare alla cieca dai personaggi che negli anni Ottanta fecero la fortuna di Verdone. Ancorché invecchiati, ma sostanzialmente immutati nel loro essere irrisolti, oggi risultano involontariamente comici e bidimensionali. Ma farlo se non si ha nulla da dire, be’ allora si può di sicuro scadere nel ridicolo.

Tanto più che nelle prime battute del film il personaggio di Verdone rievoca una pallida imitazione di ‘Sergio’ che in “Borotalco” (1982) a propria volta imita il leggendario Manuel Fantoni. Ridicolo e patetico.

Per quanto riguarda Albanese – nonostante gli sperticati complimenti di Verdone in fase di promozione -, la sua prova non è diversa da quella che caratterizza i molti altri personaggi, anch’essi irrisolti, che ha – ampiamente – portato, dentro e fuori la televisione, negli ultimi vent’anni.
Un attore che non riesce a uscire dai suoi personaggi consueti, forse rappresenta un problema per un film che vorrebbe essere una commedia nuova. Nuova rispetto a un qualsiasi passato riconoscibile. A meno che non si faccia un film su Epifanio.

Inoltre, “L’abbiamo fatta grossa” contiene anche un mezzo plagio di “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati. S’intravede nell’inseguimento di un tesoro nascosto in un oggetto – allora una sedia, qui un cappotto – che è andato perduto e obbliga i protagonisti a cercarlo nei posti più disparati. Ridicolo, patetico e noioso.

L’unica battuta che fa sorridere è la seguente: Verdone chiede un phon ad Albanese e questi risponde che non lo usa dal 1982. Ma è niente in confronto all’imbarazzante finale, con strizzata d’occhio all’antipolitica.

Una commedia basata su continue gag che raramente fanno sorridere diventa un tormento per lo spettatore. La coppia inoltre non funziona così bene, troppo estranei l’uno all’altro. Nemmeno Verdone, l’attore più cinematografico tra i due, brilla. Se l’equivoco di partenza è deludente, allora i doppi sensi non fanno più ridere da quel benedetto 1982, quando Albanese divenne calvo.

Il tentativo di polemica con il blockbuster di Zalone, nato nei giorni del lancio, forse, gli ha pure nociuto. Film da evitare in sala e altrove.

(P.S. vedere Verdone finto prete fa subito “Acqua e sapone”, allora la tristezza diviene ancora più palpabile.)

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