Giornate del cinema muto #1

I promessi sposi di Mario Bonnard è un film prodotto in Italia a metà degli anni Venti – che vuol dire piena crisi produttiva & concorrenza spietata di Hollywood – che sconta almeno due gravi problemi: la mancanza di una scrittura capace di trasformare il racconto letterario in cinematografico e la scarsa performance degli attori, tranne qualche limitato episodio.

Rimane in sospeso un mistero, tra gli altri, ossia l’assenza della digressione dedicata alla Monaca di Monza, la più vivida e perciò, forse, “cinematografica” del romanzo (a mio modesto parere).

In sostanza: nemmeno la partitura e l’orchestra hanno potuto alleviare la pena allo spettatore.

Il restauro conta qualche errore di montaggio, ma è pregevole.

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Dogman (2018) ****

Che cosa si può dire di “Dogman” che non sia già stato rilevato dalla critica internazionale?
Forse che è un film dipinto dalla luce e dalla propria nemesi, senza però risultare un mero esercizio stilistico; che è disperatamente reale e surreale a un tempo; una porta d’accesso nel delirio cristallizzato.
D’altro canto è cinema che ha bisogno solo di essere visto dallo spettatore, così come dovrebbe essere l’esperienza in sala, mentre ahinoi il cinema tenta di essere altro da sé, ricorrendo a effetti distraenti di ogni tipo per tentare di sopravvivere. Ansia che non riguarda Garrone, regista che ama raccontare storie universali, ossia per un pubblico potenzialmente mondiale, ambizione che il cinema europeo pare dimenticare ripiegando spesso sull’esotismo o sulla posa imitativa.

La trama cupa di “Dogman” si ispira al racconto del “canaro” (toelettatore per cani, diremmo fuori dal vernacolo) della Magliana. Un fatto di cronaca della fine anni Ottanta dal quale Garrone si discosta quasi subito per affrontare un tema capitale: la frustrazione e gli effetti, talvolta inattesi, che essa genera anche in chi sembra destinato al ruolo di gregario, se non proprio di vittima sacrificale, a vita.
Frustrazione è una parola-chiave che definisce la nostra epoca, basta che ci guardiamo intorno. Qualora si divincoli da freni inibitori, la frustrazione può far compiere atti mostruosi o spaventosamente grandiosi, tali da essere esibiti a mo’ di trofeo, ribaltando ogni senso, ogni logica, ogni supposta pietà, ogni filtro di quella che definiamo umanità.
Ma che cos’è l’umanità, in fondo? Non certo la sola parte in chiaro, quella compatibile, quella del rispetto, della convivenza pacifica, quella che subisce in silenzio, ma tutto ciò ha a che fare con l’umano, dunque anche il suo necessario rovescio, l’abisso che ci abita (nessuno si senta escluso, per carità), anche quando siamo apparentemente destinati a una vita sempre uguale a se stessa, giorno dopo giorno.

Come accennato, nel delitto del “canaro” la realtà ha superato la finzione in efferatezza, Garrone in larga parte vi rinuncia temperando i particolari perché è già forte di un cast perfetto (Marcello Fonte premiato a Cannes ed Edoardo Pesce, ottimi performer), di dettagli utili, di una sceneggiatura coerente e una fotografia che è culto dell’immagine pittorica senza (ripeto) essere stucchevole.
Lo spettatore del 2018 forse è abituato alla concorrenza spesso coercitiva della messinscena con il soggetto stesso, come avviene, viceversa, in molto cinema (e serialità tv) contemporaneo che punta sull’acme del grand guignol e, talvolta, solo su quello non avendo altro da dire.
Non è il caso di “Dogman” né del regista italiano più dotato della sua generazione.

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The alienist (2018) *

Patinatissimo e modaiolo serial in costume che sfrutta il medesimo soggetto di “Mindhunter”, ricollocandolo nella New York sordida della fine Ottocento.
Davvero nulla di nuovo, anche se le prime puntate promettono almeno un serial poliziesco – con un impianto narrativo basato su detection e piste false – tutto crolla nell’epilogo sprecone e banale.
Unico elemento degno di nota – oltre alla fotografia – è Dakota Fanning che incanta la macchina da presa con una performance ben al di sopra dei suoi colleghi e dell’impianto registico stesso.
(Anche la sigla di testa con le immagini della decostruzione della Statua della liberta’ è spettacolare).
Evitabile, se non sei fan di Dakota Fanning.

(Sì, l’interprete al centro del manifesto l’hai già visto in Goodbye Lenin.)
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Bobby Kennedy for President (2018) ***

Un serial in quattro puntate per raccontare vita, opere, contraddizioni, miracoli di una promessa di cambiamento rimasta tale, ma che ha segnato un’epoca, contraddizioni, lati ambigui, oscuri anche, compresi. In particolare, viene raccontato anche il Bob meno noto: la prima adesione viscerale al maccartismo, poi ricusato con imbarazzo; la diffidenza in odore di razzismo dei leader politici neri; il forte sostegno al giustizialismo (questurino diremmo in Italia) vissuto senza troppe sfumature garantiste.
Infine si giunge all’illuminazione sulla via dei diritti civili delle minoranze etniche delle quali divenne il paladino, ma anche il suo impegno nella lotta alla guerra del Vietnam: insomma il santino di tendenza manichea, che prelude all’icona di sinistra nota in tutto il mondo.

Nel documentario – che intervalla materiali d’archivio d’eccezione alle interviste a testimoni che l’hanno conosciuto da vicino – emerge un minimo comun denominatore, ossia quel sorriso triste, presago, col senno del poi, che ne segna il volto.
E’ il volto assai noto del rampollo di una famiglia americana popolare e impopolare, invidiata e temuta, espressione della minoranza cattolico-irlandese, che diviene nel bene e nel male il simbolo di un’epoca di passaggio, gli anni Sessanta e la guerra fredda, e lo diviene per tutto l’Occidente. Suo malgrado Bob diverrà parte anche di quella teoria di morti eccellenti – martiri e per molti versi venerati come santi – votati ai diritti e all’eguaglianza delle minoranze, da Martin Luther King a Malcom X.

Tra il molto altro, il serial svela la faccia invecchiata anzitempo di Bobby, di sicuro a causa del dolore provocato dall’uccisione di JFK, dal senso di precarietà che ne deriva, ma forse dovuto anche alle titubanze che ne segnano la carriera rampantissima, l’ambizione, l’arrivismo e il cinismo. Contraddizioni che portano il giovane Kennedy a giungere al disegno di un progetto politico di liberazione sociale, l’impegno per fermare una guerra devastante interna (la segregazione) e quella mostruosa in Vietnam. Sappiamo che fermeranno lui, eppure RFK ha seminato e dato il via a un processo irreversibile, nonostante Nixon e le continue resistenze dei poteri vicini alla conservazione.
Buona visione.

https://www.netflix.com/it/title/80174282

 

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Into the Inferno – Dentro l’Inferno (2016) ***

“Into the Inferno” è un oggetto non identificato, potrebbe essere comodamente inserito nel grande insieme chiamato “fuorinorma” cinematografico. E’ di certo un documentario dedicato ai vulcani – dall’Australia all’Indonesia all’Etiopia, dalla Corea del Nord all’Islanda – ma via via diviene anche un trattato di antropologia applicata a singoli luoghi (esotici) che la troupe raggiunge. Ossia è anche un saggio scritto per mezzo di immagini in movimento.

“Dentro l’Inferno” è stato definito poetico da alcuni critici, ma agli occhi di qualcun altro (me compreso) potrebbe risultare anche emblematico della fragile condizione umana. La visione leopardiana della Natura quale matrigna indifferente è anche e soprattutto schiettamente herzoghiana, patrimonio del suo cinema (dalla fiction “Fitzcarraldo” al documentario gemello “Into the Abyss”). Quadro pessimista quanto basta per dar vita a un ritratto nudo dell’umanità, osservata quale effetto collaterale e trascurabile incidente di percorso di Gaia. L’uomo è infatti visto come una creatura che – consapevole anzichenò – cammina sull’orlo della propria estinzione, sempre imminente quanto difficilmente prevedibile. E proprio a causa dei vulcani, in passato, l’umanità (intera) ha rischiato di scomparire dalla faccia della Terra. Perfetto così.

Tra il molto altro, nel film emerge il forte legame con la montagna di fuoco che talvolta diviene vero culto religioso, anche, per dire, in Corea del Nord. Il legame intrecciato dalle singole comunità che vivono alle pendici del vulcano è un vincolo misto di rispetto e di timore (e di ignoranza) che trattiene questi uomini dal guadagnare la fuga per raggiungere con i loro cari luoghi ritenuti più sicuri, considerando la pericolosità e le potenzialità catastrofiche delle eruzioni. Eventi che, peraltro, ciclicamente tornano esigendo anche un tributo di vite umane.

Per concludere il maestro del cinema tedesco Werner Herzog (che già si era cimentato con il documentario sui vulcani “La soufrière” nel 1977) con la “scusa” dei vulcani miscela scienza, magia, statistiche, religione, ricerca, ignoranza e storia, offrendo una nuova piccola grande occasione per tentare di decrittare il rebus uomo.
Il documentario è presente nella library di Netflix.

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Tickled – L’impero del solletico (2016) ***

Tickled è uno strambo e convincente documentario d’inchiesta, già presentato al Sundance Film Festival nel 2016. E’ disponibile sulla piattaforma Netflix col titolo ammiccante L’impero del solletico.

Ok, ma che cosa c’entra il solletico?
In breve e senza spoiler: un annuncio circola sul web e invita giovani e giovanissimi candidati a partecipare a una gara di resistenza al solletico. La gara è organizzata da un ente chiamato Jane O’Brien Media, con sede negli Stati Uniti.
David Farrier, autore neozelandese interessato alla webcultura più bizzarra, decide di raccontare queste strane gare – anche sessualmente evocative – al proprio pubblico, senza pregiudizi con leggerezza e ironia. Inaspettatamente, dopo i primi contatti con la Jane O’Brien Media, riceve da questi una risposta offensiva, quanto gratuita e minacciosa. Farrier decide dunque di andare a fondo per tentare di risolvere il mistero e, allo stesso tempo, di documentarlo insieme al cameraman Dylan Reeve.

Il documentario accompagna passo passo lo spettatore nell’abisso inquietante di Internet, tra minacce e personaggi dall’identità oscura. Farrier svela un’organizzazione che nasce quando Internet diventa un fenomeno di massa, che nel tempo dà vita a un meccanismo efficace composto di ricatti e molestie nei confronti di vittime molto giovani, abbagliate da promesse e denaro. Consigliato.

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