The Irishman (2019)

Bello, ma.

“The Irishman” può essere giudicato secondo atteggiamenti antitetici (tra le tante sfumature possibili). Con estrema deferenza, da un lato, godendo dell’ennesimo regalo, autocelebrativo, di un grande “autore” (con tutto quel che di retorico porta con sé il titolo di merito) e della sua storia, del suo stile, del suo modo di mettere in scena, a patto però sminuirne necessariamente alcuni difetti in nome dell’“avercene di film così”.
Oppure, d’altro canto, cercare di capire che cosa, tra il buono presente, disturbi qua e là la visione.

Posso dire che per me il film è tratto in salvo soprattutto dalle scelte di montaggio e quindi di costruzione narrativa, che esprime un dinamismo oggi davvero raro al cinema figuriamoci nelle produzioni di Netflix. È un lavoro da “maestro” che Scorsese condivide con la pluripremiata Thelma Schoonmaker (tre Oscar per tre film diretti da Scorsese non a caso), e che rasenta la perfezione. Perfezione perché riprende un modo di raccontare stratificato che allude a tecniche di costruzione vicine al romanzo a episodi (tra vari livelli temporali di flashback e il flashforward), e dunque al suo figliastro audiovisivo ossia il serial. “The Irishman” si potrebbe guardare anche spezzando la visione in quattro come propone uno spettatore su Twitter (“Non fatelo!” gli ha replicato Scorserse).

Ma si può altrettanto sostenere che il film tiene, tiene benissimo direi, nonostante la durata importante.
Regge nei diversi piani narrativi relativi ai personaggi principali, accompagnando lo spettatore da un’epoca a un’altra attraverso il racconto del protagonista (struttura che ricorda lo stesso Scorsese, Scola, Bertolucci, il Fellini del “Casanova”, ma pure, dal canto seriale, “Mad Men”, tra altri). “The Irishman” ci anche parla di alcuni grandi fatti (tragici) della storia statunitense del secondo Dopoguerra. La testimonianza dell’irlandese (De Niro) filtra mnemonicamente gli intrecci tra la mafia e il potere politico degli Stati Uniti e di conseguenza fa opera di revisione storica nei confronti di un’epoca mitizzata, illuminando fatti che spiegano (spiegherebbero) il perché, il “vero” perché, di alcuni eventi tragici altrimenti archiviati quali “misteriosi”. Omicidi di Hoffa e JFK in testa.

È un modo di raccontare la Storia attraverso una storia, utilizzando quale veicolo un uomo come tanti: manovalanza delle mafie e del malaffare, che dispone di un punto di vista privilegiato connesso. Se il modo di organizzare temporalmente la storia è la sua forza, quel che non mi pare riuscito è il giocare con le diverse età dei personaggi senza però ricorrere ad altrettanti interpreti più giovani, bensì agli effetti speciali (il temibile de-aging). Il problema è che si vede troppo: è posticcio come un parrucchino, inoltre i movimenti non proprio atletici del personaggio ringiovanito digitalmente non sono diversi dall’interpretazione successiva, dove l’attore è assai più vecchio. L’interpretazione passa attraverso il corpo e lo sguardo, “quello” sguardo (De Niro ringiovanito assomiglia semmai a John Wayne). Ovvio è che questo non basta per dire che il film ne abbia risentito in modo significativo, o in negativo, ma è un aspetto spettacolare che è sintomatico dei tempi, una moda in altri termini. È un giocattolo del quale il cinema abusa a piene mani senza che mai appaia, nei risultati, al massimo delle sue potenzialità. Un uso che definisce una sorta di abuso, che non solo aggiunge qualcosa di qualitativamente discutibile al film, ma rischia di appesantirlo in modo autoreferenziale in nome di un sentimentalismo senile. Scorsese spinge sul piano autocelebrativo e nostalgico, se non testamentario, ciononostante si gode dello spettacolo e di una storia ben raccontata e ben ricostruita.
Per quanto riguarda la recitazione dei tre tenori ho trovato un Pacino per l’ennesima volta su di giri, in fase di gigionismo mimetico: egli veste letteralmente la pelle di Hoffa puntando meno su aspetti di interiorizzazione e di carattere che fatica ad emergere oltre alla superficie; De Niro, quando non è deturpato e reso inespressivo dal de-aging, mantiene un contegno coerente per tutto il film compresa la sua firma fatta di microespressioni (sorrisetto e sopracciglio alzato); trionfo per Joe Pesci, sorta di demonio incarnato, pacifico eppure spietato.
Insomma condivido a fatica gli osanna senza distinzioni, solo il tempo sancirà se “The Irishman” è il capolavoro del quale molti parlano, sostengo ciò al di là dell’emozione di aver visto messo insieme un cast così blasonato e, perciò, sovraccarico di storia e di film.

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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